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Berlinguer: «Un grande partito è il luogo delle diversità: viva il Pd!»»

«Ho scelto Zingaretti, perchè non è un politicante e vorrei un segretario che crede nell’organizzazione. Il ritorno di D’Alema? Mai, non tollero le scissioni. La presunzione di essere depositari d’una ragione esclusiva non è accettabile per chi affonda le radici nella tradizione comunista»
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Combattivo come sempre, mai stanco di prendere posizione. Luigi Berlinguer, decano del progressismo italiano e tra i padri nobili del Partito democratico, segue con passione il dibattito congressuale, con un faro preciso: “Per il bene della sinistra, dell’Italia e della democrazia, dobbiamo ricostruire un partito forte”.

Professore, lei si è esposto subito nella scelta del candidato alle primarie.

Sì, appena si è concretizzata la candidatura di Nicola Zingaretti. Qualcuno mi ha detto che l’ho fatto anche troppo velocemente, pazienza.

Eppure alle scorse primarie lei ha sostenuto Matteo Renzi, nulla di più distante.

Quattro anni fa ho votato a favore di Renzi, perché mi sembrava uno che muovesse le cose, uno capace di mettere in moto un meccanismo di sinistra, più attivo e più premiante. Oggi, però, lui non è direttamente in campo né con una proposta né con una sua candidatura. E comunque pesa sulla scena la recente sconfitta, che è certo anche una sconfitta del suo personalismo.

Zingaretti ha poco da condividere con l’impostazione renziana.

Le posso elencare le ragioni della mia scelta. Innanzitutto: ho trovato in Zingaretti un forte senso di partito. Nicola è un politico che crede nel mandato delle primarie e ha già dichiarato che si candida alla segreteria ma non alla premiership, affacciando l’ipotesi che sia bene che le due cariche rimangano distinte. Ecco, ho trovato questa un’idea saggia, nella vita complessa della democrazia organizzata. Poi, ha vinto le elezioni nel Lazio due volte, e la seconda quando nelle altre regioni il Pd è caduto e nello stesso giorno in cui il Pd è stato sconfitto – come mai la sinistra nella sua storia – nel voto politico. Questo vuol dire che è stato capace di conquistare una parte di opinione pubblica che non ci ha seguito altrove. Infine, Zingaretti non soffre della malattia dei politicanti: parlare di politica e non dei contenuti della politica.

Insomma lei vuole un segretario che faccia solo quello?

La mia esigenza è di avere un segretario che diriga il partito e che nel partito creda davvero, cosa che negli ultimi anni non è successa.

La suggestiona l’idea di un possibile ritorno – con Zingaretti segretario – degli scissionisti Bersani e D’Alema?

Io sono nato e cresciuto con loro, la mia storia personale persino i miei affetti, appartengono a quella stessa stagione. La conoscenza che ho di costoro è tale per cui so di cosa sono capaci, perché io non sono molto diverso. Però glielo dico chiaro: io non tollero le scissioni, perché sono basate sulla presunzione di essere depositari di una ragione esclusiva e questo non è accettabile in un partito che affonda le sue radici nella tradizione comunista.

Ha considerato quella scissione un peccato di presunzione?

Il Pd è nato con due o tre anime diverse e questa è la nostra ricchezza. Tutte le parti vanno salvaguardate, ma il partito è uno solo. Quindi sì: è presunzione quella di dire “io ho ragione e tu torto, e quindi spacco il partito”.

Per molti l’eterogeneità interna è una debolezza, non una ricchezza.

Chi lo pensa è settario, come si diceva in un altro tempo. Noi, invece, siamo per il corpo magno: lo siamo sempre stati, anche quando eravamo il PCI. Le lezione ci arriva straordinariamente da Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer: il partito è quel luogo in cui le diversità convergono, in modo da unire.

Oggi, però, quest’approccio è quantomeno complicato.

Guardi, la possibilità di riprendere i fili di un grande partito ci sono tutte, ma dipende dalla leadership e se essa è in grado di reggere le diversità interne. Serve una guida strategica, che sappia mettere a frutto la forza del Pd, che è rappresentata anche dalla sua eterogeneità interna.

Non è anacronistico parlare di partito, in un’Italia che invece ha mostrato di apprezzare di più i movimenti?

Tutt’altro. Io credo che la questione cruciale della politica italiana sia oggi proprio la necessità di un ritorno ad una maggiore funzione dei partiti nella politica. E’ vero, i partiti stanno sparendo, ma rimango convinto che, senza questa struttura intermedia, non possa esistere una politica che realizzi una compiuta democrazia partecipativa. Il partito è partecipazione, in assoluto, è l’anima della partecipazione.

Con quale funzione?

La nostra democrazia non si fonda sul fatto che chi vota si sceglie un padrone ogni cinque anni ( lo diceva Lenin), per poi tornare inerte. No, i cittadini sentono il bisogno e devono seguire passo passo l’attività delle istituzioni. Per fare questo, l’organo che consente una partecipazione continua è un’organizzazione, che filtri i problemi che poi lo Stato è chiamato a risolvere, facendoli discutere ed elaborare dai suoi membri. Altrimenti la gente comune come potrebbe continuare a influire sulle scelte politiche, una volta svolte le elezioni? Con la bufala della democrazia diretta, con quella finzione di un clic sulla tastiera del computer o dello smartphone? No di certo. E’ sul terreno partecipativo che il partito è uno strumento straordinario di democrazia.

Eppure l’idea di molti è che il Pd sia ormai un guscio vuoto.

Non è vero che non esiste più, ma c’è un fondo remoto di verità in questa critica. Il Pd vive un momento di crisi politica, che si innesta in quella della società italiana ed europea, dovuta alla crisi della sua leadership.

E come se ne esce?

Sicuramente non dicendo “fondiamo un altro partito”, che poi vuol dire “affondiamone” un altro. E nemmeno cambiandogli il nome. A cosa servirebbe tutto ciò? Noi non dobbiamo cambiare nome o farne un altro, ma prendere a doppia mano quello che abbiamo e rivitalizzarlo di contenuti strategico-culturali, che definiscano meglio cosa è oggi la dignità della persona umana e in che modo si può costruire l’uguaglianza tra i cittadini, che è la base della giustizia sociale. Gli antichi valori sono tutti vivi, non è vivo il meccanismo per la loro realizzazione.

Lei è ancora convinto della necessità storica di un partito come il Pd?

Lo dico in modo chiaro: oggi la società italiana è in crisi proprio a causa della debolezza del Pd. Un Pd forte non serve solo alla sinistra, ma a dare equilibrio sociale a tutto il Paese. Oggi la debolezza del Pd rende tutto affannoso e confuso ma noi, alla faccia di chi dice che tutto è perduto, ce la metteremo tutta per rafforzare e rilanciare il nostro partito.

La sua convinzione servirebbe a molti dirigenti del suo partito.

Lei sorride, io lo so di sembrarle sconfinatamente presuntuoso. So anche di essere, tutto considerato, un personaggio secondario. Ma le cose che le sto dicendo sono vere. E sa perché?

Perché?

Perché quello che dico io è quello che ci hanno spiegato le persone che in questi mesi sono scese in piazza con noi. Io ero a Piazza del Popolo e mi si è riempito il cuore, mentre ero sotto il palco, vedendomi intorno tutta quella gente. Mi chiedevo: come mai è venuta? Di solito, dopo le batoste elettorali, le persone si chiudono in loro stesse. Invece è successa questa cosa strana e splendida: i nostri sono venuti, zitti zitti, a dirci che il popolo progressista c’è, che è pronto a marciare e che non tollera che ci addormentiamo.

Lei dice che c’è ancora fiducia nel Pd, nonostante la sconfitta del 4 marzo?

C’è fiducia potenziale. Per realizzarsi, però, bisogna capire cosa hanno detto gli elettori con quel voto. Io me lo sono chiesto a lungo, sa. La passata legislatura a guida democratica ha introdotto in Italia alcune misure, in materia di diritti civili e sociali, che il paese aspettava da anni. Perchè, allora, quei successi di programma non ci hanno premiato? E perchè, però, poi i nostri scendono in piazza con noi? Penso di essermi anche dato una specie di risposta.

Lo spieghi anche a me.

I risultati ottenuti sono stati calati dal governo dall’alto verso la società e hanno coinciso con il progressivo svuotamento del partito, che non ha partecipato a realizzarli. Invece, una regola della democrazia è che alla gente non basta che si facciano cose buone, vuole sentire di aver dato un contributo a farle. La nostra è una democrazia partecipativa e non “ottriata”, in cui il bene viene elargito dall’alto da un vertice illuminato.

Insomma, non si conquistano gli elettori solo con il buon governo?

Il vertice illuminato non conquista gli elettori, anche se fa cose buone. Ovviamente bisogna fare cose buone. Occorre però anche una guida che riesca a mobilitare forze di partecipazione attraverso il partito per ottenere risultati più ampi. A questo fine il partito va rivitalizzato: la democrazia è questo singolare strumento che dà ai cittadini la convinzione di contare, partecipando al modo in cui le decisioni vengono prese. Questo, però, senza un partito non può succedere.

E così si spiega il traumatico 18%?

Sono ben consapevole che i nostri elettori hanno votato con animosità nei nostri confronti o trincerandosi nel non voto oppure spostandosi sui 5 Stelle. Ci hanno colpiti duramente, ma non sono perduti. Potrebbero esserlo se si continua a perseverare negli errori, ma l’evoluzione politica oggi è sempre più rapida e non esistono per nessuno posizioni consolidate. Il Pd può tornare a rappresentarli: ci spero ancora.

Intanto, però, il governo del cambiamento sta macinando strada. Lei è stato preside della facoltà di giurisprudenza: la giustizia era tra i temi più dibattuti.

Noto con rammarico come l’opinione pubblica abbia ceduto a tendenze giustizialiste. Viene criticato l’atteggiamento che si percepisce non sufficientemente severo nel difendere l’incolumità delle persone. E’ un sentire diffuso, pericoloso, che rischia di inquinare la politica della giustizia e inoculare nelle vene della società un generico bisogno di vendetta. Quando la  giustizia diventa vendetta, lo stato diventa iniquo. L’elemento retributivo dell’offesa attraverso la pena deve essere riequilibratore, se invece c’è squilibrio tra condanna e offesa si annulla l’effetto della giustizia.

Questo atteggiamento dell’opinione pubblica si giustifica con una percezione diffusa di insicurezza?

Sicuramente; bisogna però spiegare anzitutto che la sicurezza non si tutela con la vendetta. Semmai con la prevenzione. Questo è il compito dello Stato: prevenire i reati in modo da impedire che i cittadini provino sentimenti di vendetta e perdano fiducia nel potere pubblico. La giustizia incide fortemente nel modo di concepire il principio di uguaglianza: se si fa prevalere il desiderio di vendetta, l’uguaglianza crolla, perchè tu che mi hai offeso non sei uguale a me e meriti di essere soppresso.

Eppure, elettoralmente, il giustizialismo funziona.

Gli umori di basso ventre della popolazione devono essere conosciuti dalla politica, ma anche superati: se si eccitano sentimenti di vendetta, si introduce un elemento di distorsione dell’idea di giustizia che non può essere tollerato da un governante.

Oggi è sotto esame l’istituto della prescrizione. Lei pensa che la sua soppressione aiuterà a restituire ai cittadini il senso di uno Stato che non abbandona le vittime, davanti al decorrere del tempo?

Tutto il contrario. Io considero la prescrizione un istituto serio, opportuno, perchè solleva l’imputato da una responsabilità che non è la sua: la tardività dello Stato. Se il processo non avesse una fine, si assolverebbe l’inefficienza dello Stato, e questo non può essere permesso.

Teme processi ancora più lunghi?

Temo che si elimini un concetto centrale del nostro sistema giuridico: chi sbaglia non può essere considerato reo per l’eternità. Un errore non può pesare tutta la vita su un imputato, perchè così non esiste recupero, redenzione.

Il governo sostiene che la prescrizione non abbia senso dopo il primo grado, perchè con quel processo lo Stato ha sancito il suo interesse a perseguire il reato.

Ma lo Stato non deve solo iniziare un processo, ma anche portarlo a compimento. Altrimenti che Stato è? La prescrizione condanna uno Stato inefficiente, non quello che ha manifestato la sua volontà di perseguire un imputato. Lo dico più chiaramente: lo Stato non ha il diritto di essere inefficiente. Se non funziona si studi un’altra soluzione, ma bisogna raggiungere il risultato di evitare l’eternità dell’imputazione.

Oggi il dibattito sulla giustizia è tra i cardini di ogni governo, come mai la tradizione riformista non l’ha mai messa al centro?

La risposta viene da lontano: la conquista della società contemporanea sono i diritti sociali e civili. Pensiamo alle donne, che hanno votato per la prima volta nel 1946. Io avevo 14 anni e consideravo mia madre la persona più intelligente che conoscevo, mentre lei per la società era una minus habens, una persona dimidiata in quanto donna. Ecco, la conquista di questi diritti ha ubriacato le forze progressiste, che hanno spesso dimenticato di dare spazio non solo alla giustizia, ma alla sua realizzazione pratica.

Si preferisce il principio alla sua concretizzazione?

No, servono entrambi. Il mondo progressista è da sempre pieno di predicatori, meno di realizzatori. Per questo la nostra cultura dei diritti è stata prevalentemente ontologica e non processualistica. Nella sua storia, il progressismo si è sempre battuto per difendere e ampliare l’apparato dei diritti, ma si è impegnato con più fatica nel procedimento che trasforma i diritti in giustizia, in attuazione pratica. Un errore, che questi nuovi tempi devono insegnarci a correggere.

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