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Il Pd riscopre il popolo: «Torniamo in periferia»

Secondo il segretario, i dem devono fare «il proprio percorso nel paese reale, nei quartieri popolari, ascoltando innanzitutto i bisogni»
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La libreria ha una semplice insegna bianca, simile a quelle dei negozi vicini: si chiama ‘ Booklet Le Torri’, proprio come il centro commerciale che la ospita al piano terra, con le vetrine rivolte su via Amico Aspertini, nel cuore di Tor Bella Monaca. Ha aperto appena qualche mese fa e la proprietaria, Alessandra Laterza, ne è orgogliosa: la sua è la prima e unica libreria aperta in quel lembo di Sesto Municipio, che conta circa 28mila abitanti e ha l’età media più bassa di tutta Roma. Il quartiere, una porzione di spicchio che si allarga tra la Casilina e la Prenestina, poco fuori dal Grande Raccordo Anulare ma quel tanto che basta per sentirsi fuori da uno spartiacque fisico e ideale che divide la Capitale dalle sue periferie.

Qui, il neosegretario Maurizio Martina ha deciso di tenere la sua prima riunione della segreteria del Pd. A dargli l’idea, le grida esasperate dello scorso maggio di una militante storica, Pina Cocci, delegata all’assemblea del partito e segretaria del circolo proprio di Tor Bella Monaca. «Venitece nei territori! Non mettetevela più in bocca la parola “periferia”: ma chi v’ha mai visto?», aveva incalzato tutta la dirigenza del partito, chiamandoli ad uno ad uno.

Ecco, il segretario e la sua segreteria – che già è stata bersagliata dagli attacchi di tutte le correnti del partito, in assetto da congresso si sono riuniti in una saletta bianca della ‘ Booklet le Torri’, tutti e diciannove stretti intorno a un tavolo lungo e stretto, con la tovaglia verde e i bicchieri di plastica arancioni, Martina a capotavola. Iniziano così gli otto mesi scarsi ( e salvo nuove proroghe) che separano il partito dal nuovo congresso, quello che potrebbe essere l’ultimo di un partito chiamato Partito Democratico e che ha il compito di raccogliere e rimpastare le macerie di ciò che resta, dopo l’ultima sconfitta elettorale. «Siamo qui in un quartiere popolare di una grande città e la nostra prima proposta è rivolta al Governo: attui fino in fondo il Piano Periferie che noi abbiamo voluto negli ultimi anni e che consentirà la riqualificazione di tante città, in particolare di grandi città metro- politane; dia subito sostanza a un piano urbano per lo sviluppo sostenibile, così come è accaduto in questi anni per le aree interne del Paese e iniziamo concretamente a pensare a come dare una mano alla riqualificazione urbanistica degli spazi pubblici e sociali di quartieri come questo. Noi ci siamo, vogliamo fare la nostra parte, ripartiamo da qui non a caso», sono state le prime parole dopo la riunione del segretario Martina. Un bagno di realtà alla ricerca del popolo perduto, insomma. Che poi sembra anche essere la cifra politica scelta dall’ex ministro all’Agricoltura, che ha mostrato sufficiente aplomb da ignorare le voci di tutti i detrattori che lo hanno accusato di «voler fare harakiri» e hanno usato per lui un solo aggettivo: noioso.

«Mi è sembrato giusto ripartire da qui perchè quando si apre una libreria in un quartiere popolare per me è il segno di una rinascita», ha spiegato Martina, che al circolo Pd di Pina Cocci è stato esattamente 20 giorni fa: «Abbiamo parlato e ragionato di come lavorare ancora meglio in un quartiere come questo così come in tanti quartieri italiani. Ho il dovere di fare questo lavoro, di crederci e di mettere in piedi un’iniziativa che coinvolga tanti: questo è quello che voglio fare insieme alla nuova segreteria». E ancora: «Il Pd deve fare il suo percorso nel Paese reale, nei quartieri popolari, ascoltando innanzitutto i bisogni. Questo è un passo che ha una sua forza simbolica ma per me deve avere una sua coerenza». Insomma, non una passerella di luglio, ma un’iniziativa che continuerà: già fissate le tappe di Napoli – a Scampia o a Ponticelli – e Milano. «Comunque penso a una alternanza: una segreteria fuori, l’altra dentro il Nazareno», ha spiegato Martina, che ripete come un mantra il suo «Si riparte», elencando anche da dove: lavoro, casa, sicurezza, inclusione, integrazione. «Riartiamo dai nostri valori, dai valori della nostra comunità. Apriamo porte e finestre a chi vuole impegnarsi con noi», ha scritto nei giorni scorsi.

Gli interrogativi intorno alla sua segreteria sono molti, e ancora di più sono quelli intorno alla sua persona, considerato quasi unanimemente un buon dirigente che però non ha la stoffa del capo. I renziani che lo avevano sostenuto si sono sempre più raffreddati, tanto da arrivare quasi alla rottura per la mancata nomina a sua vice di Teresa Bellanova ( la quale è personalmente intervenuta per fermare il tiro al piccione contro il segretario). La minoranza, invece, l’ha sempre considerato troppo legato all’ex segretario e quando lui ha dimostrato lo scatto d’autonomia è stato troppo tardi. Gli orlandiani si sono coagulati intorno a Nicola Zingaretti e scaldano i motori per un congresso che ancora non si sa se vedrà in campo Martina. Eppure, forse, questo suo essere quasi fuori dai giochi di potere, saldo sulla sedia del Nazareno proprio perchè a tempo, potrebbe essere una fortuna più che una disgrazia e rendere paradossalmente più apprezzato il suo mandato, soprattutto per i militanti più alla ricerca di un partito in cui riconoscersi che di un leader in cui identificarsi. Otto mesi sono pochi, soprattutto con le ferie d’agosto e in autunno le forche caudine della legge di Bilancio, in cui pesare il grado di durezza della propria opposizione, eppure chi lo sa. Restano da definire molte cose, a partire dal tono e dalle linee che guideranno i prossimi mesi dello scontro parlamentare. Ma, forse, la gestione educata di Martina potrà veramente indocilire lo spirito di un partito di lupi, restituendogli le ragioni stesse del suo esistere.

 

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