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Antonio D’Amato: «Basta demagogia: depenalizzare»

La versione del procuratore aggiunto di Santa Maria Capua a Vetere: "Non servono interventi spot"
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«Basta con l’approccio demagogico alla giustizia. Bisogna capire che per far funzionare il sistema non servono interventi spot ma risorse economiche e una corretta depenalizzazione, in modo da potersi concentrare sui reati effettivamente importanti». A dirlo, il procuratore aggiunto di Santa Maria Capua a Vetere e segretario distrettuale di Magistratura indipendente a Napoli, Antonio D’Amato.

Si è concluso domenica a Napoli il convegno nazionale di Magistratura indipendente, la corrente moderata delle toghe. “Giustizia a risorse limitate” è stato il tema scelto quest’anno. Per un bilancio chiediamo ad Antonio D’Amato, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua a Vetere e segretario distrettuale di Mi a Napoli.

Procuratore, il tema delle risorse è un argomento ricorrente nel dibattito in materia di giustizia. Non crede sia però necessario puntare prima sulla buona organizzazione degli uffici?
No, e le spiego anche perché. Non è possibile scaricare sui vertici degli uffici responsabilità che sono di competenza dell’esecutivo. In questi anni si è assistito ad un progressivo aumento della platea dei diritti azionabili per via giudiziaria. Penso alla stepchild adoption, al suicidio assistito, ai matrimoni fra persone dello stesso sesso. Se il ruolo del giudice, per inerzia o per delega della politica, suo malgrado è diventato sempre più centrale, bisogna necessariamente investire sulla giustizia per far funzionare in maniera efficace il sistema.

Nel convegno è stato spesso ricordato che non è possibile dare una risposta penale a qualsiasi problema del Paese. Nel protocollo d’intesa per il futuro governo Lega/ M5S si chiede invece ancora una stretta sulla giustizia, con aumento delle pene, meno benefici per i condannati, sospensione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio. Qual è la sua opinione?
Tralasciando il caso specifico, purtroppo quando si parla di giustizia l’approccio è molto demagogico, quasi sempre in chiave elettorale. Bisogna capire che per far funzionare il sistema è inutile creare continuamente nuovi reati. Non servono interventi spot ma, ad esempio, è necessario procedere ad una corretta depenalizzazione in modo che ci si possa concentrare sui reati effettivamente importanti. Invece si crea questo circolo vizioso fatto di nuovi reati che appesantiscono il sistema. E se poi qualcosa non funziona la responsabilità è del giudice. Un alibi da parte della politica.

Avocazione ed intercettazioni: due riforme volute dal ministro della Giustizia Andrea Orlando ma fortemente criticate dalla magistratura. Per le intercettazioni è stato anche chiesto un rinvio del provvedimento. E’ così difficile fare riforme condivise in Italia?
Anche in questo caso c’è un problema di metodo. Aspettiamo ancora che il ministro della Giustizia, come promesso, dia il via libera alla gara pubblica a livello nazionale per gestire le intercettazioni telefoniche. Oggi, infatti, ogni procuratore deve sedersi al tavolo con le varie società private che gestiscono le intercettazioni e trovare il modo di garantire un servizio efficiente sotto tutti gli aspetti. Il magistrato non è un manager. In molte sedi mancano spazi, software, personale per gestire le nuove procedure rispettando la privacy. Ripeto, urgono risorse.

Fra gli ospiti del convegno, l’avvocato Raimondo Orrù, presidente della Federazione nazionale magistrati onorari. La magistratura onoraria sta protestando da mesi contro la riforma della categoria. E’ d’accordo?
Noi abbiamo voluto allargare il dibattito alla magistratura onoraria che contribuisce in maniera importante al lavoro dei magistrati ordinari. Quello dei giudici onorari è un altro caso di schizofrenia legislativa: da un lato si sono ampliate le loro competenze, dall’altro si è limitato il loro impiego a soli due giorni a settimana. I magistrati onorari vanno coinvolti nella giurisdizione senza penalizzazioni. Non si tratta di stabilizzarli nel ruolo ma solo di creargli condizioni di lavoro dignitose.

Lei lavora in un territorio difficile. Roberto Saviano in una intervista ha dichiarato che le violenze delle baby gang possono essere equiparate agli atti di terrorismo. Immagine forte?
Non ho letto l’intervista di Saviano. Certamente le violenze creano terrore nella popolazione e per troppo tempo c’è stata una grossa sottovalutazione del fenomeno.

Nella sua città esiste l’ultimo carcere militare d’Italia, oggi semi vuoto a differenza di quello civile che versa in condizioni di cronico sovraffollamento. Dico questo perché uno dei temi trattati nel convegno di Napoli riguardava la dignità del detenuto. Non crede sia necessario affrontare una volta per tutte e senza preconcetti il tema della detenzione in questo Paese?
Sul tema delle carceri abbiamo fatto un appello al Parlamento, al prossimo governo e al futuro Csm. L’Italia fino ad oggi ha messo in atto solo operazioni di facciata, penso ai rimedi risarcitori previsti dall’art. 35 ter dell’Ordinamento penitenziario. Per prima cosa andrebbe eliminata la detenzione breve che non serve a nulla. È solo un costo. Basta con le porte girevoli in cui si entra in carcere per qualche giorno, poi si esce, e a distanza di qualche mese si ricomincia il giro. Il carcere deve essere l’extrema ratio.

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