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Anche Salvini bussa al Pd, ma il Pd mette il catenaccio

Dopo la linea dura e pura della campagna elettorale, il leader della Lega passa alla strategia della "responsabilità" e apre ai dem. Che gli chiudono la porta: «Governi con il suo programma»
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Nel giorno del suo compleanno, dove ai suoi 45 anni ora può aggiungere 183 parlamentari, e si fa ritrarre con un cappello di carta sul quale sua figlia ha scritto “auguri papà”, Matteo Salvini sembra voler dire: guardate che io non sono quello brutto, sporco e cattivo, ma un leader che sa essere anche istituzionale, cresciuto come è alla scuola della Lega di Umberto Bossi di lotta e di governo.

Un partito che guida da tanti anni centinaia di Comuni e quelle regioni del Nord traino economico del Paese. Come un novello Bossi della terza Repubblica, anzi più forte numericamente del Senatùr per aver sfondato il confine del “Dio Po”, Salvini passa dalla ruspa all’appello alla “responsabilità” al Pd perché «sia a disposizione per dare una via d’uscita al paese», così come Bossi passava dalle «doppiette dei bergamaschi» ai colloqui rispettosi e rassicuranti con i vari inquilini del Colle.

Quindi l’obiettivo numero uno di Salvini non sembra tanto quello di tracciare le linee guide di un vero e proprio governo di centrodestra a trazione leghista, dove esclude sin da subito «alleanze con il Pd», e ironicamente aggiunge «non saprei con chi andare a parlare», anche se convergenze sui singoli punti li cerca ovviamente nello stesso Pd o settori di esso.

L’obiettivo di Salvini sembra essere piuttosto quello di fugare il più possibile dubbi e pregiudizi che da più di trent’anni ci sono su quell’animale sempre considerato strano della politica che è la Lega, nonostante a differenza dei Cinque Stelle, con i suoi congressi, le sue primarie, la stessa deposizione del padre fondatore, abbia dimostrato di essere un partito politico a pieno titolo, con tanto di democrazia interna. Salvini evidentemente sa che un suo mandato non sarebbe facilissimo, però forte dei suoi consensi e cioè del fatto di essere il principale partito del centrodestra, pur accogliendo in pieno l’appello alla responsabilità di Sergio Mattarella, batte un colpo e chiede al Pd e a tutti gli altri, «anche ai singoli» un «sostegno su punti programmatici come il lavoro». Dice no all’aumento di tasse da Bruxelles e annuncia che la Lega «qualsiasi governo ci sarà» si metterà al lavoro per una manovra che anzi le tasse le deve diminuire.

Annuncia la netta contrarietà al reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle, individua in una nuova legge elettorale «con premio di maggioranza o al partito o alla coalizione» una delle soluzioni semmai si dovesse andare a nuove elezioni. E comunque ribadisce: «Si deve fare un governo politi- co, niente pastrocchi tecnici, oppure si va a votare».

E nuove elezioni, secondo i timori di Forza Italia, non dispiacerebbero affatto a Salvini che ieri ha già pronosticato: «Le nostre truppe aumenteranno». Ribadisce che è lui il candidato alla premiership, ma aggiunge anche Salvini di non aver «smanie», per cui se al posto suo «ci va pico pallo» non alzerebbe muri, basta che attui «i nostri programmi».

E così sono tornate a girare le ipotesi un governo di centrodestra di minoranza, a trazione leghista, che si regga su astensioni dal Pd o settori di esso, dai cosiddetti responsabili evocati anche da Renato Brunetta. Un esecutivo, che già avrebbe in testa Silvio Berlusconi, ma dove Forza Italia vagheggia un premier leghista «meno divisivo di Salvini».

Un governo di minoranza rispetto al quale il Cav l’altro ieri è andato oltre facendo balenare tra le righe ( «con la collaborazione di tutti» ) anche la stessa collaborazione vera e propria con il Pd. E allora, visto che Luca Zaia esclude seccamente di essere lui il possibile sostituto di Salvini e difficilmente il leader della Lega almeno ora potrebbe accettare Roberto Maroni, con il quale ha avuto dissidi, quel sostituto potrebbe essere il vicesegretario del Carroccio Giancarlo Giorgetti, già tra i saggi scelti da Giorgio Napolitano per le riforme. Ma è troppo preso per dirlo, ammesso che un governo così prenda mai forma.

Ma Salvini quando dice «nel Pd non saprei con chi andare a parlare» non fa solo ironia, evidente che prevedendo una frammentazione di quel partito, già si prepara a dialogare con pezzi di esso. «Salvini si è dimostrato un leader istituzionale e manovriero», osserva il senatore azzurro Lucio Malan, che la Lega la conosce bene.

Un leader che però nel giorno in cui incontra i suoi 183 eletti, tutti in mise istituzionale e rigorosamente senza felpe, nel suo discorso non nomina mai Forza Italia ma tende soprattutto a rilanciare se stesso, per quella legittimazione, che, comunque andranno le cose con la formazione del governo, si mostra sicuro di avere già iniziato a consolidare. L’ «unico candidato premier della Lega», come si definisce Salvini, dice più volte: «Io non ho fretta».

Ettore Rosato, il renziano capogruppo del Pd a Montecitorio, chiude la porta: «La Lega governi con chi ha il suo programma». Ma dentro Forza Italia qualcuno commenta: «Per ora questa è la reazione del Pd. Aspettiamo lunedì». Intanto Salvini si dice favorevole a una presidenza ai Cinque Stelle, ma non solo. E rispunta il tentativo di dialogo col Pd o pezzi di esso.

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