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Caro Pd, ricordati il socialismo

L'editoriale di Luigi Berlinguer
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Un avvenimento di così grande rilievo come il rinnovo del Parlamento e il dibattito elettorale che lo precede sarebbe un vero peccato se si esaurisse solo sullo scontro fra i partiti e sulle reciproche accuse, facendo velo rispetto ai veri e reali problemi del Paese. Un tale rischio è vero, è sempre presente ed è oggi accentuato da una particolare circostanza: di recente ha governato in Italia il solo Pd e pertanto la condizione delle altre forze politiche può naturalmente essere viziata da un atteggiamento di opposizione frontale, alimentato da genericità e forte durezza contestativa, inevitabilmente lontane da un esame preciso e dettagliato dei veri problemi del paese. Speriamo in bene. Comunque, ciò che in ogni caso appare inconfutabile è che il bilancio di governo del Pd di questi anni vanti una serie rispettabile di risultati, sia nella statuizione di nuovi importantissimi diritti dei cittadini attesi da decenni, sia nel campo dell’Economia che nel riconoscimento internazionale dell’Italia. Al di là delle naturali polemiche non si può negare né ignorare o sottovalutare la consapevolezza di questi problemi. Giusto essere ottimisti Ma non scordiamo il socialismo

Allo stesso tempo tuttavia credo che non si debba sottovalutare il malcontento che circola in ampie fasce di opinione pubblica, addirittura definito persino come rancore o rabbia dall’attuale giornalismo. In verità non si sono attenuate vecchie tensioni sociali, antiche iniquità né il malcostume politico accenna a ridursi significativamente.

Situazione complicata, non c’è che dire. Attenzione comunque a non sbagliare la tonalità e il taglio della campagna elettorale, perché temo che un tale errore si potrebbe pagare caramente. Mi è parso infatti di cogliere nelle impostazioni di taluni esponenti del Pd, anche capaci e di rilievo, una tonalità in qualche modo ottimistica, per il legittimo bisogno di informare, illustrare, disegnare il quadro delle non poche ed importanti leggi approvate e dei provvedi- menti adottati. Ottimismo, quindi; sì, ottimismo, tecnicamente giustificato ma politicamente pericoloso: assai pericoloso perché credo che non sarebbe compreso né apprezzato da vari strati di elettorato. La politica non è una scienza esatta, non è matematica; quante volte in politica due più due non viene percepito come quattro. E c’è una ragione teorica, culturale, non solo di convenienza congiunturale, alla base di questa considerazione. Il Pd è un partito popolare, di sinistra; il suo popolo e la sinistra esistono, nascono, vivono come opposizione alle ingiustizie, come istanza di cambiamento, di non accettazione della società attuale e delle sue iniquità. E nella società italiana le iniquità sono tante, addirittura offendono. Ma allora perché tacerle, o metterle in sordina.

Noi non possiamo permetterci di dare l’impressione che abbiamo abbassato la guardia, che abbiamo attenuato la polemica sociale: siamo sempre una forza rivoluzionaria e pacifica ma intransigente, coerente fino in fondo, e la campagna elettorale è un’occasione preziosa per ribadire tutto ciò, per confermare questa nostra fisionomia e natura, proprio per la grande risonanza delle idee che si dibattono nel corso della campagna stessa. Un’occasione che dobbiamo sfruttare, per dire chi siamo, forse addirittura chi pensiamo di dover ulteriormente essere, per aggiornare il grande bagaglio del socialismo, che altrimenti rischia di invecchiare, per nuove e pregnanti moderne conquiste contro l’ingiustizia.

Deve essere questa campagna l’occasione per dibattere con cittadini ed elettori le linee, le proposte del nostro programma elettorale, concreto e realizzabile, non come fanno altri partiti che oggi le sparano grosse promettendo l’irrealizzabile. Ma anche per prospettare il nostro progetto di società, di giustizia, di uguaglianza, che è più di un programma. Ecco la tonalità. Prospettare cioè i nostri ideali, i nostri valori che sono più e diversi da un programma elettorale; il nostro Dna: il cuore cioè della nostra opposizione a questa società, che dobbiamo rendere più esplicito. Ecco perché non possiamo assolutamente avallare un ottimismo, che rischia di apparire edulcorato, di maniera, e che non ci rappresenta. Un’ultima notazione: la campagna elettorale non si può fare senza i partiti, che sembrano stranamente destinati ad essere liquefatti. Sia anche questa l’occasione per ricominciare a costruire, almeno in casa nostra, un vero partito, un vero soggetto di democrazia, una condizione reale di partecipazione, strutturato ma aperto, che convogli l’attività di forze diverse ma che abbia anche, fermissima, la sensibilità che senza unità non c’è partito. Tolleranza reicproca e unità. E’ proprio un sogno irrealizzabile?

 

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