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Rutelli: «Caro Matteo, cambia strategia o l’Italia dei “no” ci travolgerà»

A colloquio con l'ex sindaco di Roma: «La leadership è importante ma non basta. Ora è necessario allargare i consensi e creare una classe dirigente, mi auguro che Renzi ce la faccia»
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Nelle viscere del Paese, pronta ogni volta a manifestarsi, staziona e prevale l’Italia del No. Quella che rovescia ogni tavolo di possibile intesa, dal referendum costituzionale all’ipotesi di accordo sull’Alitalia, e si nutre del mantra per cui «peggio di così non può andare tanto se so’ magnati tutto » per giustificare e giustificarsi. Accanto, c’è l’Italia che si sottrae, che i tavoli non li rovescia ma li diserta. Quella che a votare non ci va più, come accaduto nel ballottaggio a Roma tra la Raggi e Giachetti, dove oltre il 50 per cento degli elettori non ha votato per nessuno dei due contendenti. E’ l’Italia che una volta si sarebbe chiamata della maggioranza silenziosa e oggi può definirsi della maggioranza assente, «e che alla fine guarda a destra». E’ questo micidiale mix che Francesco Rutelli annota e analizza. «Mi ricorda la battuta di un vecchio deputato comunista, Germano Marri, che mi diceva “nel mio partito le persone si dividono in due categorie: i pessimisti secondo i quali peggio di così non può andare; e gli ottimisti che ribattono; come sarebbe, certo che può andare peggio”.

Ma questa Italia del No agisce mossa da irresponsabilità oppure perché la politica non riesce più a dare risposte ai bisogni dei cittadini?

Il punto è che la politica, nell’attuale contesto globalizzato, non ha più gli strumenti per farlo. Pensiamo al nostro debito pubblico. Negli anni passati, di fronte alle cicliche crisi industriali, qual era la strada? Statalizzare e stampare moneta. Oggi è finita. Io mi onoro, come vicepremier del governo Prodi, di aver fatto parte dell’ultimo esecutivo che ha tenuto sotto controllo la dinamica del debito: era al 102 per cento del Pil. Ministro del Tesoro di quel governo era Tomaso Padoa Schioppa che diceva “le tasse sono bellissime”.

Una provocazione: ma chi oggi potrebbe permettersela?

Mettiamo da parte le battute, allora, e veniamo al nocciolo.

Il nocciolo è duplice. Da una parte, la rappresentanza politica non rappresenta più. Dall’altra, anche se rappresentasse, in virtù delle dinamiche della globalizzazione, la politica si ritrova spogliata degli strumenti per organizzare, governare, risolvere problemi che allo stato si collocano al di là della sua portata. In realtà sta tornando in campo non la politica bensì la geopolitica. E’ una dimensione sovranazionale che va oltre il potere di un eletto. Guardi la Gran Bretagna. Anche se percorsi da ondate di antipolitica che da quelle parti sono endemiche, gli inglesi hanno deputati eletti. E a ogni elezione si conta non quanti voti ogni candidato ha preso bensì quanti ne ha persi o guadagnati rispetto alle elezioni precedenti. Esiste una continuità di legame con il territorio assicurata dal collegio che elegge il suo rappresentante.

Scusi, sta dicendo che da noi vanno aboliti i capilista bloccati?

Sto dicendo che la crisi della politica italiana nasce dal fatto che in Parlamento non c’è nessuno eletto dai cittadini: da dieci anni sono nominati. Non c’è nessuno che possa andare a parlare con gli operai della manutenzione Alitalia, o con i controllori di volo o con qualun- que attore della crisi economica e sociale, forte di un mandato popolare. Armato cioè di un consenso che si è conquistato tra quella stessa gente cui si rivolge. No, oggi i parlamentari sono tanti Ufo che non atterrano mai sul territorio. A questo deficit certo non sopperisce Grillo: i suoi eletti, infatti, sono stati selezionati da poche decine di click su una piattaforma digitale.

Significa che la cosiddetta e- democracy va gettata alle ortiche?

Al contrario. Non bisogna sottovalutare il fatto che gradualmente nella crisi verticale della rappresentanza territoriale – che neppure le primarie fisiche colmano – uno strumento del genere torni utile. La Rete è diventata un fattore imprenscindibile del panorama sociale e umano: è impossibile non fare i conti con essa e con tutte le rivoluzioni tecnologiche. La verità è che nessuno vuole più assumersi la fatica della politica, la fatica personale di parlare con la gente. E’ molto più semplice rifugiarsi in un tweet o in una battuta che corrisponde all’aspettativa del momento. Il No come criterio, come sentenza, è il risultato di una situazione a cui neanche Superman potrebbe ovviare: i luoghi della decisione sono sovranazionali, ben lontani dalle aule parlamentari. Viviamo il tempo della fine della politica come strumento, come mediazione, come il più alto e nobile dei corpi intermedi della nostra società.

E con le fake news come la mettiamo? Anch’esse fanno parte della rivoluzione tecnologica cui dobbiamo adattarci?

Le fake news sono solo l’ultima tappa della damnatio memoriae della storia. Quando Roma diventa cristiana, tutte le statue equestri vengono distrutte salvo quella di Marco Aurelio, scambiata per errore con l’effigie di Costantino, primo imperatore cristiano. La distruzione dei simboli dell’altro da te come affermazione del tuo potere è una costante, assieme all’interpretazione del fatto storico imposta dai vincitori. La differenza con l’oggi è l’immediatezza della narrazione.

Torniamo allo sgretolamento della politica. E diciamo: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Quale responsabilità hanno coloro che hanno guidato il Paese fino a questo tornante?

La mia generazione, e parte anche di quelle precedenti, avevavo individuato nell’Unione Europa la soluzione adeguata alla doppia crisi cui accennavo. Con la fine delle ideologie e il tramonto dei nazionalismi, pensavamo di aver trovato la strada giusta: in un mondo che diventava globale, dove un Paese di 15- 16 milioni di abitanti come l’Olanda non poteva competere con un pianeta di nove miliardi di persone, avevamo scelto l’integrazione europea come opzione migliore.

E invece ora i nazionalismi tornano. Una tragedia o una opportunità?

Il ritorno del nazionalismo è un grande tema, ineludibile. Si accompagna alla crisi dell’idea della democrazia come inevitabile vincitrice. Con la caduta del Muro di Berlino in tanti abbiamo immaginato che non solo la democrazia liberale ma il capitalismo tout court fossero diventati la regola e per certi versi addirittura la religione della modernità. Così non è stato perché molti, e importanti, Paesi emergenti hanno adottato il capitalismo ma non hanno scelto la democrazia. E gli sviluppi del capitalismo finanziario hanno messo in crisi la democrazia nella sua stessa culla storica, cioè l’Occidente e l’Europa in particolare. Questo è il tema di fondo, che riapre inaspettatamente la strada a ciò che sembrava bandito dalla contemporaneità dopo i lutti e le dittature della Seconda guerra mondiale: cioè appunto il nazionalismo. Oggi la vera novità è che oltre ai Paesi che hanno scelto il capitalismo ma non la democrazia anche la patria globale della democrazia, cioè gli Usa, dopo la stagione di Obama, imbocca la strada dell’America first. Si tratta di un cambiamento enorme, di fronte ad un vuoto che l’Europa ha purtroppo dimostrato di non saper colmare.

E’ un piano inclinato cui dobbiamo rassegnarci oppure si possono individuare soluzioni affinché la politica torni ruolo che le compete?

In primo luogo, come ho detto, di questo augurabile percorso di rinascita delle forme democratiche il Web farà parte. La dimensione, chiamiamola artigianale, old fashion, della politica è anacronistica. Rimane cruciale, per me, il concetto espresso da Hannah Arendt secondo cui “la politica è la facoltà di dare inizio”. La politica finisce esattamente quando smette di essere capace di dare inizio. Anche per questo, la politica deve tornare a occuparsi delle persone.

E Matteo Renzi? Sarà capace di un nuovo inizio dopo le primarie che lo hanno reincoronato?

Rispondo sulla base della mia esperienza e del fatto che ho passato tutta la vita a non voler essere un attore della rinuncia. La mia soluzione è formare grandi squadre per una nuova classe dirigente. Renzi – non so se ci può riuscire: me lo auguro – non deve più fare quello che ha fatto finora e che si è tradotto in una parabola di restrizione e non di allargamento dei consensi. Renzi deve, a mio avviso, dimostrare di essere in grado di creare una classe dirigente e non solo un messaggio assertivo di leadereship. Che è molto importante ma, se solitario, è indicato e vincente nel breve ma alla lunga diventa un boomerang.

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