Commenti 30 Jul 2020 19:00 CEST

Il reato non c’è. E la parola finale è degli elettori

A ciascuno il suo: ai magistrati il compito di applicare il codice, al Parlamento e poi al corpo elettorale il potere di censurare le scelte politiche

 I rapporti tra Matteo Salvini e il reato di sequestro di persona in danno degli immigrati soccorsi in alto mare e poi bloccati sulle navi in attesa dell’autorizzazione a sbarcare hanno ormai una lunga storia. In particolare, in questi giorni è tornata di attualità la specifica vicenda relativa Ong spagnola Proactiva Open Arms.

I fatti risalgono all’agosto 2019, quando Salvini era ministro dell’Interno; sulla nave erano presenti più di cento migranti in attesa che il ministro indicasse un porto per lo sbarco sul territorio italiano.

Il 25 maggio di quest’anno la giunta per le immunità del Senato aveva respinto a larga maggioranza la richiesta dei magistrati di Palermo di iniziare il procedimento penale contro Salvini per il reato di sequestro di persona, ma l’ultima parola spetta al Senato, che è appunto chiamato oggi a votare in aula se autorizzare o meno il processo contro Salvini. Salvini, il reato di sequestro è inesistente I risvolti politici li decideranno gli elettori

Al di là della specifica vicenda della Open Arms, l’impressione che si trae dagli episodi in cui diverse procure della Repubblica hanno ravvisato gli estremi del reato di sequestro di persona è che Salvini abbia utilizzato la minacciata incriminazione per fini di immediata convenienza politica.

Emblematico è il caso della nave Gregoretti del gennaio di quest’anno: dapprima Salvini si è opposto alla richiesta di autorizzazione a procedere, dando in tal senso istruzioni ai senatori della Lega, poi ha mutato parere e gli stessi parlamentari della Lega hanno espresso il voto decisivo a favore dell’autorizzazione.

Eravamo in prossimità delle elezioni regionali in Emilia- Romagna e Salvini ha evidentemente ritenuto che fosse per lui politicamente più conveniente presentarsi agli elettori in qualità di “martire” perseguitato dalla giustizia penale per avere difeso le acque territoriali italiane dalla pericolosa invasione di centinaia di immigrati irregolari. Ricorderete una delle frasi melodrammatiche pronunciate in quella circostanza: «Ci sono momenti in cui per arrivare alla libertà bisogna passare per la prigione».

Nella vicenda della Open Arm Salvini era invece parso seriamente preoccupato dal rischio di una condanna sino a 15 anni di galera ( è il massimo della pena per il delitto di sequestro di persona aggravato per essere il reato commesso da un pubblico ufficiale con abuso delle sue funzioni e per essere presenti tra i “sequestrati” dei minorenni) e si era perfino rivolto al Capo dello Stato denunciando che la magistratura non assicurava più le garanzie di imparzialità e indipendenza.

Staremo ora a vedere quali istruzioni Salvini darà ai senatori della Lega nel voto di oggi al Senato, a seconda di quali saranno le contingenti ragioni di convenienza e opportunità politica. A fronte di queste palesi strumentalizzazioni della giustizia penale a fini personali, pare opportuno domandarsi se effettivamente in occasione dei ritardi nello sbarco dei migranti soccorsi in alto mare siano ravvisabili gli estremi del reato di sequestro di persona.

Non c’è dubbio che i migranti sono rimasti sostanzialmente prigionieri a bordo delle navi che li avevano soccorsi sino a che il ministro dell’interno non ha dato il via libero allo sbarco sul territorio italiano.

Ma il reato di sequestro di persona richiede anche il dolo, cioè si deve agire con la volontà esclusiva di privare quei soggetti della libertà personale. Altre erano però le ragioni che avevano indotto il ministro dell’interno Salvini a procrastinare gli sbarchi, in primo una generale visione politica miope ed egoistica del fenomeno dell’immigrazione clandestina.

Più condivisibili e apprezzabili l’esigenza di coinvolgere i Paesi dell’Unione europea nell’accoglienza dei migranti, nonché la difficoltà di individuare il porto sicuro per eseguire lo sbarco, cioè ragioni che nulla hanno a che vedere con il dolo del reato di sequestro di persona.

Parrebbe quindi opportuno chiedere alle procure della Repubblica di riflettere sull’effettiva sussistenza del reato di sequestro di persona e domandarsi se, in luogo di quella penale, la risposta all’ex ministro dell’interno/ senatore Matteo Salvini non vada piuttosto ricercata sul terreno politico.

A ciascuno il suo: ai magistrati il compito di perseguire i reati effettivamente esistenti ricorrendo al sistema della giustizia penale; al Parlamento e poi al corpo elettorale il potere di censurare le scelte politiche dei governanti con il voto in occasione delle elezioni o con il referendum popolare abrogativo delle leggi.

 

Commenti & Analisi 30 Jul 2020 17:08 CEST

L’ombra di Rutte sulla nostra incapacità di spendere e il dilemma della cabina di regia

Per controbattere all’offensiva olandese sarebbe bastato al premier di minacciare le nostre holding e far pagare le tasse da noi e non nel paradiso …

A che cosa serve il surplus di retorica, di autostima, di orgoglio dai tratti un tantino nazionalistici con cui viene rappresentato il successo della missione a Bruxelles del premier Conte?

Sicuramente a rafforzare l’immagine della coalizione Pd- 5 Stelle- Leu ( molto divisa e anche rissosa) che guida. In secondo luogo ad un fine personale come quello di dare maggiore solidità alla sua leadership. Per un presidente del Consiglio che, insolitamente, non dispone di un proprio partito è un investimento quasi inevitabile.

Contemporaneamente, però, imboccando questa strada, si alimentano pregiudizi e illusioni che è meglio tenere sotto controllo, se non evitare.

Il primo pregiudizio è l’esaltazione della capacità negoziale dell’Italia. In realtà i pericoli evocati ( cioè l’ostilità dell’Olanda e l’incerto- o solo freddo- sostegno della Germania) sono delle esagerazioni, quando non delle invenzioni meramente propagandistiche.

Il premier Rutte ha condotto una battaglia per conto dei partners minori dell’Europa del Nord. Bisogna riconoscere che l’ha vinta. Un gruppo di Paesi che ha circa 40 milioni di abitanti ha tenuto testa ad una maggioranza fatta di circa 400 milioni. Ha poi ottenuto il ripristino ( cioè la continuità) degli sconti nel pagamento delle ‘ rette’ ( chiamiamole così) per il budget del l’Europa.

In secondo luogo è riuscita ad imporre una sorta di meccanismo di controllo sulla gestione dei prestiti e dei sussidi erogati. In altre parole, Olanda, Svezia, Finlandia, Danimarca, repubbliche del Baltico e Austria sono riuscite a creare un vero e proprio blocco politico unitario di riferimento per fronteggiare in futuro la potente leadership di Francia e Germania.

Conte e i suoi fans di CinqueStelle, al pari di gran parte del Pd, insistono invece a valorizzare l’aspetto minore, cioè la sconfitta di Rutte nella competizione con l’Italia. Si è trattato, in realtà, di un gioco delle parti. Il governo olandese come quello italiano sapeva benissimo che non c’era partita.

L’Italia è, infatti, il Paese le cui principali holdings finanziarie, industriali ecc. hanno scelto di ancorare in Olanda la residenza fiscale. Gli oneri tributari sono bassissimi rispetto a quelli in vigore da noi. Per mitigare, se non proprio far cessare, l’intransigenza di Rutte ( che, in realtà, sollevava problemi reali) a Conte sarebbe bastato minacciare di costringere Eni, Saipem Fca, ecc. a pagare le tasse in Italia, cioè nel paese legale. Sarebbe una perdita consistente per un paradiso fiscale come l’Olanda.

Ugualmente spuntata era, ed è, la paura della Germania. Se non bastano a rivelarlo gli incontri istituzionali tra le Confindustrie dei due paesi, Roma è perfettamente a conoscenza che senza l’apporto della nostra produzione industriale, non solo il settore automobilistico, ma anche l’interro comparto della metalmeccanica tedesca sarebbe condannato al declino. A meno di non volersi servire della Cina. Ma si tratta notoriamente di un paese che non dispone, neanche minimamente, di una qualche qualità competitiva rispetto a noi.

La minaccia da parte di Conte di un’Italexit sarebbe stato una colpo mortale per la Merkel e quindi per la sopravvivenza stessa dell’Europa. Neanche la litania sul pauperismo dell’Italia ha un grande fondamento. E’ vero che la pandemia del coronavirus ha determinato, come si vedrà nei prossimi mesi, fenomeni macroscopici di disinvestimenti, anzi di fallimenti ( nella produzio ne, nel commercio e nel turismo) creando sacche di disoccupazione e di povertà raramente viste in questa misura nel nostro paese.

Conte ha fatto benissimo a denunciare questa drammatica realtà che avrà sicuramente un esito nell’esplosione di grandi tensioni sociali. Ma non si può insistere nel cantare miseria. Siamo un paese che conta un risparmio di 1500- 2500 miliardi di Euro. Si tratta di cifre importanti.

Occorre creare stimoli e interessi per farli spostare dai conti correnti e dai depositi bancari per attivare investimenti, prelievi fiscali, politiche di grandi riforme e di incentivi che sono dieci volte superiori a quanto da Bruxelles ci è stato concesso. Il tema non è stato portato all’attenzione della comunità europea. Così come non è stato sottolineato adeguatamente un altro aspetto: cioè che l’Italia è un paese in cui 7 miliardi di finanziamenti europei sono ancora un cumulo passivo, una risorsa inerte, cioè non sono stati ancora spesi.

Per non parlare delle centinaia di miliardi concentrati su appalti e interventi edilizi che il governo non è riuscito a smobilizzare. Aveva davvero torto il premier olandese Rutte, di fronte a questa realtà, a voler proporre un controllo comunitario non sul la volontà, ma sulla capacità dell’amministrazione pubblica italiana di avviare riforme di alto profilo? Il pozzo senza fondo del clientelismo, della distribuzione a pioggia, dell’assistenzialismo a testa multipla in cui finiscono, come prassi diffusa, i capitali erogati per le riforme non sono un’ossessione dell’ex ministro Carlo Calenda.

In questi giorni Conte se li trova dispiegati tutti insieme come un sudario mortale. Non si sa, infatti, di chi dovrà essere la cabina di regia della spesa dei 209 miliardi di prestiti e sussidi decisa a Bruxelles: Del governo? di comitati in cui siano rappresentate le opposizioni? o del parlamento? Come quella shakesperiana di Banco, è tornata implacabile l’ombra di Rutte.

 

Commenti 30 Jul 2020 15:28 CEST

Il Capitano e il premier, l’uno si specchia dell’altro

Hanno reciproco interesse a che ci sia l’altro dalla parte opposta della finta barricata che li divide

Si combattono ma in fondo si somigliano, Conte e Salvini. Uno dei due coltiva una democrazia di tipo muscolare, dove i problemi si risolvono, e magari si dissolvono, con le maniere sbrigative. L’altro coltiva una democrazia di tipo narcisistico, dove i problemi si imbellettano con una compiaciuta affabulazione. Democrazie un po’ particolari, tutte e due. Si somigliano e magari sotto sotto si amano pure. Già, perché Conte non potrebbe trovare oppositore più comodo del leader leghista. E viceversa. C’è tra loro una sorta di involontaria complicità nell’immaginare una politica svuotata di tutte le sue scomodità e ridotta al culto del capo. Sia egli un leader dalle maniere forti oppure dalle fattezze eleganti. La ruspa e lo specchio, diciamo così.

Hanno reciproco interesse a che ci sia l’altro dalla parte opposta della finta barricata che li divide. Perché Conte regge ancora sullo spauracchio dell’arrivo di Salvini. Il quale si fa forte dell’attaccamento del premier al potere – stato d’emergenza incluso. Sono l’uno l’alibi dell’altro. C’è tra loro un implicito e mai dichiarato intento consociativo, a dispetto della loro apparente implacabile ostilità. Nessuno dei due, a mio avviso, è un pericolo per la nostra libertà. Ma tutti e due sembrano coltivare un’idea piuttosto monocratica del potere. Così, la loro somma alla fine non fa guadagnare molto alla causa della democrazia.

 

Commenti 23 Jul 2020 19:00 CEST

Di Maio prova a oscurare il suo presidente

E punta tutto sulla riduzione delle tasse rischiando di creare problemi a Conte che deve usare il fondo per le riforme

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, del Pd, aveva appena tradotto in politica interna i risultati del lungo e tormentato Consiglio Europeo vantando il “rafforzamento” del governo in carica e già il ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio decideva di partecipare alla festa gustandola con un’intervista a Repubblica. Più che l’abilità negoziatrice del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il suo ex vice dalla Farnesina ha voluto rivendicare il merito di avere lavorato “dietro le quinte” e deciso il sì alla Von der Leyen. Di Maio “oscura” Conte, rivendica il sì a Ursula ma dimentica che il M5s lo silurò

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, del Pd, aveva appena tradotto in politica interna i risultati del lungo e tormentato Consiglio Europeo vantando il “rafforzamento” del governo in carica e già il ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio decideva di partecipare alla festa guastandola con un’intervista a Repubblica.

Più che l’abilità negoziatrice del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il suo ex vice dalla Farnesina ha voluto rivendicare il merito di avere lavorato “dietro le quinte” sin dall’anno scorso, quando da capo ancora del Movimento 5 Stelle decise di far partecipare i suoi europarlamentari all’elezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della nuova Commissione di Bruxelles.

Al vertice appena concluso, con la conferma dei 750 miliardi di euro del cosiddetto “Recovery fund”, sia pure riducendo i soccorsi a fondo perduto e aumentando quelli a prestito, non si sarebbe fatto altro- secondo Di Maio- che raccogliere i frutti di quel lungimirante appoggio alla candidata tedesca alla presidenza della Commissione Europea. Peccato che di quella lungimirante decisione non siano poi stati tanto grati a Di Maio i suoi amici o compagni di movimento, costringendolo di fatto dopo qualche mese a rinunciare a guidarli, e poi rimuovendolo anche dall’incarico di capo della delegazione pentastellata al governo. Che è passato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede su designazione, proposta e quant’altro del “reggente” del quasi partito Vito Crimi.

Forte dei soldi in arrivo dall’Europa, Di Maio ha detto all’intervistatrice di Repubblica, Annalisa Cuzzocrea, che ora bisogna ridurre le tasse perché “se non diminuiamo il carico fiscale, i consumi non ripartono”. E se i consumi non ripartiranno – è la prosecuzione sottintesa del ragionamento- saranno inutili, o quasi, tutti i piani di investimento e di riforme che Conte si appresta a preparare ricorrendo alla solita task force, cui chissà se accetterà la partecipazione di qualcuno o qualcuna delle opposizioni, come si sono affrettati a chiedere i forzisti di Silvio Berlusconi. Dei quali lo stesso presidente del Consiglio ha più volte apprezzato “la responsabilità”, mancata invece ai leghisti di Matteo Salvini e ai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. L’intervistatrice ha opportunamente ricordato al ministro degli Esteri che “con i prestiti europei non possiamo ridurre le tasse” senza riarmare la vigilanza, l’ostilità e quant’altro degli olandesi di Mark Rutte e degli altri “frugali” che a Bruxelles alla fine hanno ripiegato in cambio di una riduzione dei loro contributi all’Unione. Ma Di Maio ha eluso l’interruzione rispondendo che “quando parlo di riforma fiscale mi riferisco a qualcosa che serve al Paese, al di là della trattativa europea”, come se non servissero all’Italia i soccorsi appena negoziati con le loro condizioni e procedure.

Per niente elusiva è stata invece la risposta di Di Maio alla domanda sui prestiti europei immediatamente disponibili, a tassi d’interesse particolarmente vantaggiosi, per il potenziamento del sistema sanitario messo a dura prova dall’epidemia virale: prestiti che il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha appena riproposto di usare e che attendono con interesse, per le loro competenze, tutte le regioni, non solo quelle dove si voterà il 20 settembre.

«Conte – ha risposto Di Maio- ha detto e confermato in queste ore che l’Italia non ne avrà bisogno. Non abbiamo motivo di dubitare delle sue parole» ”. In effetti, così ha detto già a Bruxelles, a conclusione del Consiglio Europeo, il capo del governo italiano definendo “morbosa” l’attenzione che viene ancora riservata a questo tipo di finanziamento – noto ormai con la sigla del meccanismo europeo di stabilità, Mes- dai piddini e dai renziani all’interno della maggioranza, e dai forzisti e dai radicali europeisti della senatrice Emma Bonino all’esterno.

Il no di Di Maio al Mes è funzionale, diciamo così, alla compattezza e alla propaganda dei parlamentari pentastellati, rimasti in questo campo fermi rispetto alla “evoluzione” vantata dal ministro degli Esteri su altri versanti, a cominciare dalla già ricordata partecipazione alla maggioranza europarlamentare per l’elezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles.

Ma è tutta da verificare nelle aule parlamentari, dove sarà difficile a Conte sottrarsi ad un passaggio con tanto di votazione, se quel no sarà funzionale anche alla tenuta e alla sopravvivenza della maggioranza e del governo. A guastare in qualche modo la festa al presidente del Consiglio dopo la maratona europea a Bruxelles sono state anche le risposte di Di Maio alle domande di Annalisa Cuzzocrea sui temi divisivi delle alleanze locali dei grillini, in vista delle elezioni regionali e comunali del 20 settembre, e sulla scelta del nuovo capo che il Movimento 5 Stelle dovrà compiere quando avrà finito di rinviare i suoi cosiddetti Stati Generali.

«Non si può mettere il carro davanti ai buoi», ha detto Di Maio delle alleanze locali col Pd, pur volute da Beppe Grillo in persona un po’ per evitare i soliti bagni elettorali solitari dei suoi adepti e un po’ nella speranza di aiutare il Pd a conservare le regioni contese dal centrodestra, o addirittura a strappargliene qualcuna, come la Liguria.

Sulla possibilità, infine, che confusioni, lotte interne e quant’altro nel Movimento 5 Stelle siano superabili con una leadership riconosciuta direttamente a Conte la risposta di Di Maio è stata uguale alla sfida recente del suo amico, concorrente e avversario, secondo le circostanze, Alessandro Di Battista. Se davvero ha una simile ambizione o disponibilità, Conte cominci a scendere dall’albero del pero su cui è salito e si iscriva al movimento grillino, visto che già gli deve l’arrivo a Palazzo Chigi nel 2018 e la conferma l’anno dopo, a maggioranza pur letteralmente rovesciata.