Commenti & Analisi 10 Apr 2020 18:30 CEST

La vita del detenuto vale come la nostra Diamo i domiciliari a chi non è pericoloso

In carcere non si è più sicuri che fuori, si rischia una calamità grave. Abbiamo scritto a Conte: decidi tu per decreto non il ministro della giust…

Caro Direttore, c’è il pericolo che l’emergenza sanitaria, che ha già messo in ginocchio l’economia globale e cambiato irrimediabilmente le nostre vite, nelle carceri “finisca in una calamità grave”- per dirla con Papa Francesco. Un argomento scomodo, nei confronti del quale la politica ha assunto, specialmente in questo momento, un atteggiamento troppo timido, spesso inconsapevole, a volte reticente.

Nonostante si siano verificati i primi contagi e decessi – e temo ce ne saranno altri – c’è chi ha sostenuto che con il virus che circola nel mondo, “in carcere si è più sicuri che fuori”, facendo eco al ministro della Giustizia che circa un paio di settimane fa sosteneva che fosse tutto sotto controllo.

E’ utile ricordare che lo Stato ha il dovere, dettato dalla Costituzione, di tutelare la salute pubblica e che questo dovere è ancora più forte nei confronti di chi, privo della propria libertà, è sotto la custodia dello Stato stesso.

Domando: come è possibile assicurare il distanziamento sociale in luoghi come le carceri, in cui ci sono 61.230 detenuti a fronte di una capienza di 50.931 ( e di questi, tra l’altro, un terzo in attesa di giudizio)? Come si fa ad allargare le braccia sapendo che il 70% dei detenuti ha disturbi psicologici, che ci sono casi di soggetti sieropositivi all’Hiv o colpiti da epatite C e tubercolosi e che, dunque, la questione sanitaria nelle carceri era già di per sé fragile prima e ora rischia di scoppiare?

Come si può, ancora, voltarsi dall’altra parte quando si realizza, senza ipocrisia, che le carceri oggi sono delle autentiche polveriere in cui un solo contagio, in un contesto in cui si è stretti come le sardine e si condivide lo stesso gabinetto, può far esplodere una bomba sanitaria pericolosissima? Insomma, la vita di un detenuto vale meno dei quella di un cittadino libero?

La bomba va disinnescata senza perdere altro tempo. Il centrosinistra dovrebbe chiedere al Ministro Bonafede di farsi da parte, perché la responsabilità della gestione penitenziaria possa essere assunta, da subito e fino a fine emergenza, dalla Presidenza del Consiglio. Noi avevamo chiesto a Conte, con una lettera accorata già di qualche settimane fa, di emanare un decreto legge, per ragioni di urgenza, per concedere la detenzione domiciliare immediata a detenuti non socialmente pericolosi, non recidivi e che non si sono macchiati di reati gravi.

Sarebbe non un atto di debolezza dello Stato, non un cedimento ad un presunto ricatto, ma al contrario un atto fondamentale di salvaguardia della salute pubblica.

Siamo il Paese dove, per far sentire la propria voce, i detenuti devono pagare con la propria vita l’azione, certo sbagliata, di una sommossa senza precedenti. E dove una forza politica di maggioranza, come quella che rappresento, continua a rimanere inascoltata da anni sul tema.

Non ci vorranno costringere allo sciopero della fame?

Anche quello è un gesto che, per dargli un senso, bisogna saper fare. Pannella, ci manchi.

* segretario nazionale Psi

 

Editoriale del Direttore 8 Apr 2020 07:00 CEST

L’unico vaccino che esiste

La strada davanti a noi per risalire la china sarà lunga e dolorosa. Ma se le cose stanno così, perché c’è un affannarsi ad avvicinare l’avvio…

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dice di non essere in grado di indicare una data per quando si tornerà alla normalità. Il Commissario straordinario Domenico Arcuri spiega che i facili ottimismi vanno messi nel cassetto: «Non siamo a pochi passi dall’uscita dall’emergenza, non siamo a pochi passi da un’ipotetica ‘ora x’ che ci riporterà alla situazione di prima».

Insomma la strada davanti a noi per risalire la china sarà lunga e dolorosa. Ma se le cose stanno così, perché c’è un affannarsi ad avvicinare l’avvio della cosiddetta Fase 2, quella della progressiva ripartenza del Paese? E’ solo il frutto del pressing delle aziende, o magari il risultato della stanchezza degli italiani di stare chiusi a casa? Più passano i giorni, più le comunicazioni – ufficiali o ufficiose che siano – si affastellano, più si capisce che qualcosa non quadra. E’ come se fosse in atto un neanche tanto sotterraneo gioco al rimpallo. L’autorità politica chiede numi e aiuto agli scienziati per capire quando l’epidemia rallenterà. Gli scienziati non si sbottonano ma tagliano corto: le decisioni toccano alla politica, non a noi. Scartiamo fin da subito come malevola e campata in aria l’idea che governo e maggioranza (ma anche l’opposizione) non sappiano cosa fare. E che la prudenza di palazzo Chigi sia lo scudo dietro il quale albergano incertezza e insicurezza.

Siamo di fronte ad una vicenda che una volta tanto non è retorico definire epocale: risulta sommamente ingiusto non tenerne conto e non valutare le enormi difficoltà da affrontare. Ma proprio perché epocale, la pandemia costringe ad agire con determinazione e linearità d’azione. Anche a costo di sbagliare. La Fase 2 non è un optional, è un obbligo. Non è possibile tenere un Paese avanzato in regime di lockdown troppo a lungo perché i vantaggi sanitari presto sarebbero sommersi da insofferenze sociali e voragini economiche. Bisogna ripartire, e l’Italia che è stato il primo e più colpito Paese dal Covid-19, più di tutti deve saper reagire. Ma questo significa una cosa sola: che bisogna scegliere.

Soprattutto ora che i contagi sembrano perdere forza. Scegliere di dire la verità e di varare misure che comportano rischi. In attesa di quello che fuoriuscirà dai laboratori, è questo il vaccino – l’unico – di cui disponiamo. Guai a non usarlo.

Uncategorized 7 Apr 2020 21:00 CEST

“Loquor ergo sum“, come essere premier nell’era del virus senza un mea culpa

Pochi erano stati I presidenti forti nel Parlamento in mano ai partiti: Andreotti, Spadolini, Craxi, Berlusconi. Conte non ha un partito ma una pandem…

Dalla Costituente in poi, i nostri sono stati governi di coalizione, con tanto di delegazioni di partito all’interno della cittadella ministeriale. E il presidente del Consiglio, con i mesi contati, sovente è stato un felliniano direttore d’orchestra. Un mediatore più che un decisore. Giovanni Spadolini lanciò un grido di dolore: «Dal punto di vista istituzionale, siamo la Cenerentola d’Europa». “Loquor ergo sum“, come essere premier nell’era del virus senza un mea culpa

Su La Stampa del 30 marzo il sindaco di Milano Beppe Sala apre un altro fronte. Auspica una nuova Assemblea costituente formata da sindaci e presidenti di regione, un po’ a imitazione del Senato disegnato dalla riforma costituzionale renziana colata a picco dal referendum del 4 dicembre 2016. Solo così, a suo avviso, sarà possibile modernizzare lo Stato e far ripartire l’Italia dopo il virus. Consensi e dissensi si sono accavallati. Perfino nello stesso partito, com’è il caso della Lega. Per un Giancarlo Giorgetti che ha detto subito di sì, c’è stato un Roberto Calderoli che ha salutato la proposta fuori luogo e fuori tempo massimo. Se son rose, sfioriranno. Tuttavia sui problematici rapporti Stato- Regioni sono scesi in campo pesi massimi del giure come Sabino Cassese e Cesare Mirabelli. Mentre il costituzionalista Stefano Ceccanti, deputato del Pd, ha presentato una proposta di legge costituzionale volta a introdurre una clausola di supremazia statale.

Per un’Assemblea costituente futuribile, c’è quella che ha dato buona prova di sé negli anni 1946- 1947. Visto che assistiamo a una sovraesposizione della figura del presidente del Consiglio, non sarà male ricordare il dibattito di allora sul capo del potere esecutivo e l’evoluzione dei suoi poteri nel corso dei decenni. Il presidente della commissione dei Settantacinque, Meuccio Ruini, nella sua relazione al progetto di Costituzione sapeva quello che diceva. Affermò: “Per dare unità e stabilità al governo il progetto fa del Presidente del Consiglio dei ministri non più un primus inter pares ma un capo, per dirigere e coordinare l’attività di tutti i ministri”. Ma nella seduta del 24 ottobre 1947 non tutto fila liscio come l’olio.

Non è un mistero che le sinistre guardavano con sospetto agli organi monocratici. Un po’ per motivi ideologici e un po’ perché organi di tal fatta non solo lottizzabili. Avrebbero voluto affogare il capo dello Stato nella collegialità, prospettando un Consiglio supremo della Repubblica al fine di tenerlo a bada. E fosse stato per loro, addirittura non avrebbero avuto obiezioni a un ritorno allo Statuto albertino. Che dedicava ben tre articoli ai ministri – il 65, il 66 e il 67 – ma non faceva menzione della figura del presidente del Consiglio. Affermatasi però presto in via di prassi. Ma il democristiano Egidio Tosato, eminente costituzionalista vicino a De Gasperi, tagliò corto: “la figura del presidente del Consiglio è un’esigenza e un fatto che non si può eliminare”.

Come i sogni, le buone intenzioni ebbero un brusco risveglio. I nostri sono stati governi di coalizione, con tanto di delegazioni di partito all’interno della cittadella ministeriale. All’insegna del cuius regio, eius religio. E il presidente del Consiglio, con i mesi contati, sovente è stato un felliniano direttore d’orchestra. Un mediatore più che un decisore. Certo, ci sono stati presidenti del Consiglio che hanno pesato di più. Per indubbia personalità o per fortunate circostanze. Basterà citare Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Giovanni Spadolini, Bettino Craxi, Giuliano Amato, Silvio Berlusconi. Proprio Spadolini lanciò un grido di dolore. Disse: “Dal punto di vista istituzionale, siamo la Cenerentola d’Europa”. E tra il suo primo e il suo secondo ministero, a cavallo degli anni Ottanta, coniò quel decalogo istituzionale che di lì a poco rimpannuccerà le prerogative del capo dell’Esecutivo. Con la legge sull’ordinamento della presidenza del Consiglio. Con la regola del voto palese in Parlamento, oscurata fino ad allora dallo scrutinio segreto.

Arriviamo così ai giorni nostri. Giuseppe Conte s’insedia a Palazzo Chigi per un colpo di fortuna. Perché i leader della costituenda maggioranza, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, per via dei veti incrociati sono costretti a puntare su un terzo uomo. Dopo aver patito le pene dell’Inferno, Conte si riscatta nell’agosto dell’anno scorso. Quando al Senato mette paternamente una mano sulla spalla dell’incredulo Capitano della Lega, gliene canta di tutti i colori e si fa la fama di colui che si è sbarazzato di Salvini. Per questo solo fatto gli si dischiudono di nuovo le porte di Palazzo Chigi. Se gli incerti del mestiere dei re sono gli attentati, quelli dei presidenti del Consiglio sono la durata dell’incarico. Di regola, inferiore all’anno. E poi si trovano tra due fuochi. Tra il capo dello Stato, per sette anni stella fissa del firmamento istituzionale, e il Parlamento, di diretta derivazione popolare. O almeno così dovrebbe essere.

Ma proprio quando si comincia a parlare del successore, ci assale il coronavirus. E in guerra le prerogative del presidente del Consiglio aumentano. Conte non avrà i poteri del cancelliere tedesco, eletto senza dibattito dal Bundestag su proposta del Presidente federale. Né quelli del premier britannico, che è il leader del partito al governo. Però, nel suo piccolo, si considera ormai un punto di riferimento indispensabile. Anche se procede a tentoni. Tra ripensamenti, roso dal tarlo dell’antitesi, ed errori. Come Spadolini, si ama e si contraccambia. Fa la sua figura in televisione perché, vivaddio, non si è professori universitari per nulla. Il suo motto, parafrasando Cartesio, è “Loquor ergo sum”. “Parlo perciò sono”. L’avvocato del popolo gigioneggia, felice di esistere. E allunga lo sguardo al 2023, alla fine naturale della legislatura. Convinto di farcela. E se a volte recita il “mea culpa”, lo fa – per dirla con Andreotti – battendo il pugno sul petto altrui. La colpa è sempre del gatto. Nella fattispecie, delle regioni. Mai del governo. Non sia mai detto. Costretto a misurarsi con cose più grandi di lui, fa quello che può. Con il risultato che il ricoverato Johnson, il disinvolto Trump e compagnia cantante adesso gli stanno correndo appresso. Imitandone le ricette. Sempre più spesso Conte s’interroga su che cosa dirà la Storia. Un’ossessione, la sua. Dimentico della battuta di Napoleone: “Ah, la Storia. Mentirà come sempre!”.

 

Editoriale del Direttore 2 Apr 2020 07:00 CEST

La leadership che serve per convivere col virus

Adesso è ufficiale: staremo chiusi in casa fino a Pasquetta.

02Con alcune Regioni che vietano quello che i ministeri consentono; virologi che dicono una cosa e altri che scuotono la testa, tutto rigorosamente e perennemente in tv; il governo che si affida agli scienziati i quali dicono che le responsabilità ultime sono delle autorità politiche. Va bene, è il Cigno nero, la pandemia che non ti aspetti, l’emergenza che ha colto tutti di sorpresa. Una prova durissima: si può sbagliare, restiamo uniti e vinceremo, eccetera. Questo va bene per la comunicazione.

Poi c’è la realtà, con l’assalto al sito dell’Inps che è un segnale di disperazione che guai a sottovalutare. In fondo è semplice. Poiché per il vaccino bisognerà aspettare, se va bene, un annetto e poiché è impossibile estendere la quarantena – in particolare economica – per lo stesso periodo, è chiaro che con il virus dovremo convivere per un po’. Perciò c’è una priorità: evitare che la confusione che ha accompagnato e contraddistinto le misure di lockdown progressivamente inasprito, si riproponga – magari perfino moltiplicata – nel momento in cui bisognerà riaccendere le attività produttive, riaprire i negozi, riconsentire gli spostamenti e così via.

Diciamo che se il buongiorno si vede dal mattino, le premesse non sono entusiasmanti. Il vetriolo polemico è scorso in grande misura, ma la tracimazione è dietro l’angolo. Diciamo subito che è un rischio che non possiamo permetterci di correre. Gli indicatori economici sono agghiaccianti e per affrontare il dopo-virus servirà chiarezza di intenti, compattezza di comportamenti, saggezza di procedure. Insomma servirà un leadership capace di misurarsi con la enorme e drammatica complessità della ricostruzione e del rilancio del Paese. Una leadership in grado di parlare con chiarezza e senso di verità ai cittadini, evitando furbizie e propaganda, guadagnandosi il prestigio e l’autorevolezza per stare al tavolo della Ue garantendo la tutela degli interessi nazionali. Al momento, una leadership di tale spessore fatica ad emergere. E il tempo scorre assai in fretta.

P.S. Chiedo scusa se approfitto di un elemento personale. Oggi è un anno di direzione de Il Dubbio. Un orgoglio e un onore. Ringrazio l’editore, l’amministratore unico, i colleghi e tutti quelli che contribuiscono a rendere possibile questa avventura. Ringrazio soprattutto i lettori: continuate a seguirci, cercheremo di non deludervi.

Commenti 25 Mar 2020 20:00 CET

Quinto Fabio Giuseppi

Per tradurre I decreti del sor tentenna bisogna rivolgersi alla sibilla cumana. Ma non si può essere certi di venirne a capo

Giuseppe Conte? È Quinto Fabio Massimo redivivo. Sì, proprio lui: il Temporeggiatore. Di continuo ha preso tempo quando di tempo non ce n’è più. Conte, il Quinto Fabio Massimo redivivo mago dello sprint alla venticinquesima ora

Giuseppe Conte? È Quinto Fabio Massimo redivivo. Sì, proprio lui: il Temporeggiatore. Di continuo ha preso tempo quando di tempo non ce n’è più. Perché il numero dei positivi al virus e dei decessi è in aumento, anche se forse c’è motivo di speranza. Ma il presidente del Consiglio, indeciso a tutto, per settimane ha continuato a traccheggiare. Ha proceduto a tentoni. Un passettino alla volta, sempre più ravvicinati e mai risolutivi. Tra mille ripensamenti è andato avanti con il freno a mano. Come se avesse paura del coraggio. Strano, molto strano. Perché non è stato eletto da nessuno. Non è né deputato né senatore. Perciò sarebbe nelle migliori condizioni per adottare misure drastiche. E invece, come uno sperimentato politico di professione, è andato a rimorchio dell’opinione pubblica anziché, alla maniera di Winston Churchill, metterla di fronte al fatto compiuto. Una contraddizione manifesta? Fino a un certo punto. A pensar male, si sa, si fa peccato ma s’indovina. Perciò non sarà male rievocare una storiella che ha come protagonista Giovanni Malagodi. Un caro amico del vecchio segretario del Pli gli domanda a bruciapelo: “Perché, visto e considerato che non sei più un giovincello, non ti dissoci dal tuo successore Valerio Zanone, a differenza di te con il torcicollo a sinistra?”. Ecco la risposta: “Dovrò pur pensare al mio futuro!”. Da quando Conte ha dichiarato che non ci pensa proprio a tornare alla cattedra universitaria fiorentina di diritto privato e all’avvocatura, ha gettato nella più cupa disperazione i Matteo Salvini, i Matteo Renzi, i Luigi Di Maio. Cioè tutti coloro che a vario titolo non vedevano l’ora di toglierselo di torno.

Fatto sta che da quella dichiarazione l’uomo è cambiato. Guarda di continuo i sondaggi e se ne compiace. È convinto di avere il sole in tasca. Tanto più che i suoi avversari vecchi e nuovi, chi più e chi meno, si stanno logorando. Ma proprio perché è entrato a tutti gli effetti nell’arengo della politica dalla porta principale guadagnandosi sul serio e non a parole i galloni di premier, dopo essere stato relegato nel retrobottega di Palazzo Chigi, l’uomo procede con i piedi di piombo e tra mille contraddizioni. Niente è più eloquente dei decreti del presidente del Consiglio. Che dicono e non dicono. Nella migliore tradizione democristiana. Da Arnaldo Forlani a Tommaso Morlino, capaci di parlare per ore senza – di proposito – dire niente. Ma prima ancora valga l’esempio di Attilio Piccioni ai tempi in cui era segretario della Dc. Nel corso di una delle tante ingarbugliate crisi ministeriali che ci sono piovute tra capo e collo, i giornalisti lo avvicinano per avere lumi. Piccioni allarga le braccia e con un filo di voce esala un enigmatico “mah”. Dopo di che, pentitosi di essersi esposto fin troppo, torna sui suoi passi ed esclama: “Sia chiaro, ragazzi, io non ho detto niente”. Ecco, per non essere da meno, Conte si esprime nei suoi decreti come la Sibilla cumana. Chi ci capisce è bravo. E gl’interpreti vanno a ruba. A furia di predicare calma e gesso, quasi che la situazione non fosse disperata, ha messo in confusione perfino il ministro della Salute. Infatti l’ordinanza adottata il 20 marzo da Roberto Speranza ( nomen omen) è meno di un pannicello caldo. Innova per modo di dire. Recepisce in buona sostanza quanto già stabilito da sindaci e presidenti di regione. Come la chiusura di parchi e giardini. Come la chiusura degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande nelle aree di servizio e rifornimento carburante. Non consente l’attività ricreativa all’aperto, è vero. Ma permette l’attività motoria in prossimità della propria abitazione. Un codicillo meramente interpretativo dei decreti contiani, conditi dalla raccomandazione – un pio auspicio – di starsene a casa. Ma il dolce viene in fondo. L’ordinanza stabilisce che «nei giorni festivi e prefestivi, nonché in quegli altri che immediatamente precedono o seguono tali giorni, è vietato ogni spostamento verso abitazioni diverse da quella principale, comprese le seconde case utilizzate per vacanza».

Un periodare contorto e alquanto sibillino. Ma a lume di logica ne dovrebbe conseguire che nei giorni infrasettimanali – martedì, mercoledì e giovedì – si possono intasare strade e autostrade della Penisola per raggiungere località marine e montane a piacimento. E percorrere – perché no? – centinaia di chilometri. Dalle Alpi alla Sicilia. Un provvedimento classista partorito da un governo di centrosinistra. E chi non ha seconde case? Con che cuore si impedisce a costoro di fare un picnic vista mare in omaggio alla par condicio? Insomma, un delirio. Un’ordinanza, per usare un aggettivo caro a Giovanni Spadolini, per certi aspetti demenziale. Non a caso corretta domenica da un’altra ordinanza di Speranza che vieta ai cittadini di trasferirsi o spostarsi con qualsiasi mezzo in comune diverso da quello in cui si trovano. Disposizione ribadita dal coevo Dpcm.

Dopo una serie di tira e molla tra le regioni e un governo fino all’ultimo irresoluto, meglio tardi che mai Conte ha preso atto del grido di dolore delle regioni e dei comuni. E, dismessi i panni del sor Tentenna, si è adeguato. Ma obtorto collo. E a modo suo. Comunicando la decisione via Facebook prima di metterla nero su bianco in tutti i dettagli. Lasciando a bocca asciutta sia la stampa sia le Camere. Alle quali si rivolgerà domani. Non tanto sua sponte, ma perché pressato discretamente dal Quirinale e a viva voce dalle opposizioni. È stata quella dell’ennesimo dpcm, adottato domenica alla venticinquesima ora, la scelta migliore. Anche se il provvedimento restrittivo non è, tanto per cambiare, di una chiarezza cartesiana. Per la gioia e la delizia degli interpreti.