Uscii di casa verso le nove e comprai i giornali. Repubblica aveva un titolo molto grande che diceva che Aldo Moro era Antelope Cobbler, nome in codice del politico italiano che aveva preso le tangenti della Lockheed. Clamoroso: perché il caso Lockheed fu il più grande scandalo del dopoguerra prima di Tangentopoli, e perché quel giorno si presentava alla Camera il primo governo di unità nazionale, cioè con comunisti e dc in maggioranza, e Moro era il regista, l’artefice, il padre di quel governo. Moro Antelope Cobbler? Una bomba.

Arrivai a Montecitorio in autobus una ventina di minuti più tardi. Per me era la prima volta a Montecitorio: non c’ero mai entrato. Una settimana prima del 16 marzo, il direttore mi aveva nominato cronista parlamentare e mi aveva detto che iniziavo con la presentazione del nuovo governo. Lavoravo all’Unità, il giornale del Pci.

Davanti all’ingresso della Camera però non trovai il mio collega Frasca Polara, che mi aveva dato appuntamento alle 9 e un quarto. Chissà come mai. Lui era precisissimo, non scordava mai niente. Invece vidi Massimo D’Alema, che era il segretario dei giovani comunisti ed era venuto a Montecitorio per accompagnare in macchina suo padre, vecchio deputato comunista. D’Alema mi venne incontro e mi disse che avevano rapito Moro e sterminato la sua scorta. Me lo disse con quella sua aria di sempre, apparentemente calmissima, fredda, ma in realtà drammatica, teatrale. Rapito Moro? Una cosa incredibile, pazzesca.

Ero sveglio solo da un paio d’ore ed avevo saputo prima che Moro rischiava di essere travolto da una valanga giudiziaria, che ragionevolmente avrebbe travolto anche il governo, e poi che Mo- ro era prigioniero delle Brigate Rosse, le quali gli avevano ammazzato i cinque uomini di scorta, e ora avrebbero chiesto allo Stato di trattare.

Cinque minuti dopo entrai alla Camera, andai nel Transatlantico, che non sapevo neppure come fosse fatto, ero un po’ spaesato: vidi comparire i volti che fino a quel momento avevo visto solo nelle foto dei giornali, oppure sui libri di storia: Pietro Nenni, Ferruccio Parri, Luigi Longo, Francesco de Martino, e poi Amendola, Berlinguer, Riccardo Lombardi, Ugo La Malfa. Ho ancora impressa nella memoria la faccia rugosa di Benigno Zaccagnini, che veniva verso l’aula da uno dei due corridoi laterali, e piangeva, piangeva. Ancora oggi, se penso a Zaccagnini mi viene subito in mente quella immagine. Così come, se penso a Ugo La Malfa, rivedo la scena di lui che strilla “pena di morte, pena di morte! ”. Pensai che fosse impazzito.

Fu una giornata incredibile nella politica italiana. Per me, giovinetto che vedeva il palazzo per la prima volta, addirittura sconvolgente. Finii di lavorare alle quattro di mattina, quando il Senato votò la fiducia e io dettai qualche riga di “ribattuta” al giornale. Allora i quotidiani chiudevano tardissimo, quasi all’alba. Tornai a casa molto incerto. Non impaurito, perché i ragazzi di 26 anni non si impauriscono facilmente. Però se qualcuno mi avesse chiesto: «secondo te cosa succederà, ora, in Italia?», avrei risposto: boh. L’altro giorno Guido Bodrato, che in quei giorni era il giovane numero 2 della Democrazia Cristiana, ha raccontato al Dubbio che loro temettero che fosse iniziata l’insurrezione. Beh, il clima era quello.

Cosa successe in realtà? Nei giorni scorsi abbiamo parlato molto del sequestro, dei risvolti drammatici, della condotta dei partiti, dei misteri veri o presunti. Non aggiungo altro. Vorrei solo accennare a cosa successe in termini politici reali, perché, di solito, nessuno, quando ragiona sul nostro passato politico, si sofferma su quei mesi - più o meno nove - dal sequestro Moro alla fine dell’anno.

Io credo che furono i mesi del riformismo rosso. Non trovo un altro modo per definirlo. In nessun altro periodo della sua storia l’Italia repubblicana ha visto realizzarsi un numero così grande di riforme politiche e sociali, di tipo socialdemocratico, molto profonde e che cambiarono il volto del paese e del suo popolo. Il 1978, oltre ad essere l’anno del sequestro Moro, è l’anno del riformismo. E si potrebbe persino azzardare l’ipotesi che i due avvenimenti non furono slegati Prima vi presento un breve elenco di quello che successe, nel Parlamento italiano, tra il 9 maggio - cioè il giorno dell’esecuzione di Moro - e la fine dell’anno. Poi proviamo a ragionarci un attimo, senza paraocchi e senza formule.

Dunque, nello stesso mese di maggio nel quale fu trovato il cadavere dello statista democristiano, lasciato dalle Br nel centro di Roma in un luogo equidistante tra le sedi della Dc e del Pci ( via Caetani) si svolse alla Camera, e poi in forma più blanda al Senato, la battaglia dell’aborto. I partiti laici e di sinistra avevano presentato una legge che legalizzava e regolamentava l’aborto. Si opponevano la Dc, per ragioni religiose, il Msi di Almirante e - per ragioni opposte - anche i radicali che non avrebbero voluto regole e quindi preferivano la semplice depenalizzazione, da ottenere tramite referendum. Alla Camera il provvedimento passò dopo alcuni giorni di ostruzionismo radicale. Al Senato si andò al voto con grande incertezza. I partiti laici disponevano di 160 voti, più quattro senatori a vita. Gli oppositori, guidati dalla Dc, di 153 voti più 3 senatori a vita. Si votò il 18 maggio, appena 9 giorni dopo l’assassinio di Moro. Si temevano defezioni in un campo e nell’altro. I senatori a vita dc non si presentarono, tranne Fanfani che però si astenne in quanto presidente del Senato. C’erano una decina di assenti, più o meno nella stessa misura tra le due parti. Il voto era segreto. Il risultato era in bilico. Vinsero i laici, 160 a 148. E Giulio Andreotti, capo del governo monocolore Dc, firmò la legge che introduce l’aborto in Italia. Con grande furia del Vaticano.

La settimana dopo il Parlamento approvò quella che fu chiamata la legge- Basaglia. Franco Basaglia era un grande psichiatra e un teorico della de- istituzionalizzazione. La legge- Basaglia, ispirata al suo pensiero, chiudeva i manicomi. E introduceva l’idea che la malattia mentale non è qualcosa da reprimere ma da assistere e curare. L’Italia fu il primo paese al mondo a dotarsi di una legge simile, fece da apripista.

In luglio, il giorno nove, Sandro Pertini, uno dei capi della Resistenza, diventa il primo presidente della Repubblica socialista nel nostro paese. Rompe l’eternità della Dc. La sua elezione è il primo successo politico di Craxi, segretario da poco, anche se in realtà Craxi gli avrebbe preferito Antonio Giolitti. Pertini, appena insediato, pronuncia un discorso trascinante. Entusiasma la sinistra. Grida: «Riempite i granai e svuotate gli arsenali».

Due settimane dopo la sua elezione, il Parlamento approva un’altra riforma molto forte. Si chiama equo canone. In pratica limita fortemente il diritto di proprietà sulle abitazioni. Stabilisce che l’affitto delle case non è a libero mercato ma è a prezzi fissi ( molto bassi) stabiliti dallo Stato. E’ una riforma che non funzionerà, ma che è in tutta evidenza una riforma di tipo socialista.

Prima di dicembre vengono riformati i patti agrari e viene modificato anche il diritto di famiglia. In dicembre arriva a conclusione la grandiosa riforma sanitaria, che assomiglia molto a quella che Obama riuscirà ad imporre agli Stati Uniti quasi mezzo secolo più tardi. Afferma il principio del diritto assoluto alla salute e alle cure gratuite. Stabilisce un criterio che è il più avanzato in tutto il mondo occidentale. L’Italia sarà poi imitata da quasi tutti i paesi europei.

Beh, se qualcuno è in grado di trovare nella storia d’Italia nove mesi più rossi di questi vince un premio.

Non lo vincerà nessuno. Le domande che mi pare giusto porre, sono le seguenti.

Prima: questo blocco di riforme profondissime e così veloci era nei piani originari del governo Andreotti ed era nella mente di Moro?

Seconda: quali furono le forze che permisero questa quasi rivoluzione?

Terza: L’impeto dell’attacco terroristico frenò o no la spinta riformista?

Io credo che Moro e Berlinguer, quando siglarono l’accordo che portò alla nascita del governo ( guidato, come abbiamo detto, da Giulio Andreotti, cioè da un esponente moderato della destra Dc) non avessero in mente un piano di riforme così radicali e strutturali. La verità è che il Pci si trovò in quei mesi, dopo l’uscita di scena del capo della Dc, in una posizione incredibilmente forte, che non si aspettava, e che gli permise di spingere a tavoletta sul programma. Poi il Pci pagò pesantemente, in termini elettorali, i suoi successi. ma di questo ne parliamo tra qualche riga.

E la verità è anche che le Brigate Rosse, e insieme il movimento giovanile rivoluzionario, che era molto forte, soprattutto in piazza, e molto di rottura - e che nel 1977 aveva messo a soqquadro l’Italia - non provocarono nessun contraccolpo di tipo reazionario, anzi, spinsero tutti i partiti a sinistra - anche la Dc esercitando quasi una forza di attrazione, non ideale, ma molto concreta. Il Palazzo si convinse che per combattere il terrorismo bisognava usare un mix: mano libera ( e mano dura) alla magistratura, e riforme sociali che rendessero meno evidenti e meno forti le ingiustizie che rappresentavano il carburante “di massa” per la lotta armata. Le Brigate rosse, forse a loro insaputa, esercitarono un ruolo, più o meno, di “riformismo armato”. La sterzata a destra, in Italia, arrivò molto più tardi. All’inizio degli anni ottanta. Ma non dipese né dalle Br, né da fattori di politica interna, né tantomeno dal Pci o dalla Dc. Dipese dalla congiuntura internazionale, dalla vittoria della signora Thatcher in Gran Bretagna e poi del vulcanico Reagan negli Stati Uniti.

Ma allora perché il Pci, che ebbe una funzione di guida in questa stagione “rossa”, poi perse le elezioni e iniziò il declino? Forse la risposta sta proprio in quell’inciso che abbiamo fatto qualche riga sopra. Il doppio binario: da una parte riforme sociali, dall’altra stretta autoritaria sul piano dello Stato di diritto e delega alla magistratura. La storia dello strapotere della magistratura in Italia inizia in quei giorni.

E probabilmente è proprio la convinzione che si possa sacrificare la libertà e il diritto in cambio di riforme sociali - e cioè la tara storica, in varie e molto diverse gradazioni, del movimento comunista - la ragione della sconfitta dei comunisti. Il Pci ebbe un’occasione riformista grandiosa, ma seppe sfruttarla solo in parte: seppe riformare l’Italia ma non seppe riformare se stesso. Perciò iniziò la discesa.