DOTTRINA SOCIALE

VAGTICANISTA, SCRITTORE

«Solo ciò che Dio ricorda esiste veramente», ha detto papa Francesco, citando il pensatore russo Ivanovic Ivanov, nel videomessaggio di saluto inviato ai partecipanti alla decima edizione del Festival della Dottrina Sociale, quest’anno organizzato su media e in luoghi differenziati, in parte a causa del Covid, in parte per la continua crescita dell’attenzione suscitata dalla manifestazione.

Il tema è di primario interesse. La crisi del marxismo ha lasciato un grande vuoto, non solo nel contesto culturale cattolico. La destra politica si è attestata su una posizione iperliberista e anti keynesiana, la sinistra non riesce a esprimere molto più di un buonismo privo di elaborazione teorica, in un panorama ormai aperto a forme diversificate di qualunquismo.

La dottrina sociale della Chiesa nacque con la Rerum Novarum, promulgata nel 1891 da Papa Leone XIII e considerata prima enciclica sociale, anche se allora il Pontefice definiva filosofia cristiana il complesso di indicazioni date dalla Chiesa in relazione alle tematiche del lavoro e in genere dell’organizzazione politica ed economica della società trasformata dalla rivoluzione industriale. Fu Pio XII a individuare la terminologia oggi comunemente impiegata. Nel suo Le Parole del Papa, lo storico Alessandro Barbero esprime dal punto di vista laico lo stupore per i contenuti della Rerum Novarum, pubblicata da un Pontefice ultraottantenne, in un secolo nel quale l’età media era molto più bassa di quella di oggi.

Nonostante l’età avanzata di Leone XIII i presupposti culturali e lo stile dell’enciclica appaiono nuovi: «Per la prima volta nella sua storia la Chiesa non ha la verità in tasca: la deve cercare, e si rivolge alle forze in conflitto senza dare per scontato che l’ascolteranno. Lo stile è lontanissimo sia dalla solennità biblica, sia dall’amarezza e dal pianto».

Anche se ormai anziano e autorecluso nei palazzi vaticani, dove continua a rifiutare ogni trattativa con il Regno d’Italia che ha conquistato Roma vent’anni prima, Leone XIII riconosce le novità sociali che sono nate nel mondo e offre a loro riguardo un’interpretazione e una prospettiva.

È il primo passo di una strada perseguita con determinazione e costanza dai suoi successori. Nel 1931 è Pio XI con la Quadragesimo Anno ad aprire il dialogo con il socialismo democratico, meno ricordata è la Fulgens Radiatur di Pio XII, promulgata nel 1947 all’indomani della Seconda guerra mondiale, che ripropone preghiera e lavoro quali fondamenti della società umana; ben presenti nella memoria collettiva sono la Pacem in Terris di Giovanni XXIII, del 1963 pubblicato durante il concilio Vaticano II, e la Populorum Progressio, di Paolo VI, del 1967.

Una particolare attenzione ai temi del lavoro, dell’economia e dell’organizzazione della società viene manifestata da Giovanni Paolo II, in molteplici occasioni. Le encicliche Laborem Excercens, 1981, Sollicitudo Rei Socialis, 1987, e Centesimus annus, 1991, sottolineano la continuità della riflessione pontificia ed ecclesiale in relazione ai problemi della giustizia sociale e dell’equità in campo economico.

Nel secolo trascorso tra la Rerum Novarum e la

Centesimus annus, che proprio tale ricorrenza vuole sottolineare, si è consumata la parabola del materialismo storico di concezione marxista. Negli ultimi decenni il travolgente sviluppo economico della Cina ha dimostrato la scarsa fondatezza della teoria che intendeva collegare in un automatismo crescita industriale e dei consumi con allargamento dell’ambito dei diritti politici individuali e del rispetto dell’uguaglianza tra gli uomini.

Al contrario, nell’era della globalizzazione l’intero Occidente sembra scivolare anch’esso verso organizzazioni sociali meno attente alla promozione dei valori e dei diritti di uomini e donne che al riconoscimento di libertà economiche senza limiti per i più facoltosi.

La ricchezza tende ovunque a concentrarsi nelle mani di pochi, mentre la fiducia in meccanismi di riequilibrio di possibilità e privilegi fra quanti dispongono di situazioni di partenza squilibrate interni al sistema economico si riduce.

Nonostante questo, anche se orfana di una teoria generale alla quale riferirsi, la prassi di governo degli Stati moderni ha mantenuto un deciso carattere interventista in ambito economico, come dimostra anche il sostegno offerto in Italia, pur se in maniera goffa e disorganica, ai lavoratori penalizzati dal Covid e dalle restrizioni imposte per combatterlo.

Il rischio che soggiace a questa modalità di comportamento consiste nell’agire con un atteggiamento analogo a quello delle monarchie assolute, teso unicamente al mantenimento dell’ordine pubblico, della pace sociale, senza lo stimolo di una motivazione etica, né la spinta di una visione politica volta a indirizzare la trasformazione della società.

Simbolo di tale tendenza fu negli anni Novanta la teoria, coltivata anche in ambienti della sinistra, che riduceva la funzione degli organi statali, e delle forze politiche, a quella di arbitri sociali, attenti al rispetto delle regole di comportamento da parte degli attori in gioco e fiduciosi nel fatto che la mano invisibile dell’economia avrebbe guidato il sistema nella direzione giusta. Comunque nell’unica possibile.

Dietro a questo atteggiamento stava la pretesa delle teorie economiche dominanti di considerare le persone come esemplari equivalenti e intercambiabili di un inesistente Homo economicus, privo di sentimenti elevati e proteso unicamente all’accrescimento delle proprie ricchezze, senza neppure preoccuparsi dei modi e delle forme di un loro godimento effettivo.

Da allora molte illusioni sono cadute. Violente crisi economiche hanno messo in crisi la fiducia nella capacità di auto regolazione della società e una sentita diffidenza popolare si è rivolta verso personale politico, probabilmente anche per la mancanza di un’offerta ideale che giustificasse una mobilitazione. Se il treno corre sui binari e non è il macchinista a decidere dove andare, la sua autorevolezza tende a scomparire.

In questo contesto la ripresa di fiducia nella dottrina sociale, nella quale la Chiesa ha sempre continuato a confidare, risulta un esito scontato. Papa Francesco non ha mai fatto mistero di considerarla uno strumento utile per orientarsi nelle complessità politico economiche del mondo contemporaneo. In questo non si è trovato solo. Anche nei momenti nei quali teorie economiche di natura deterministica sembravano affermarsi con maggior successo l’elaborazione relativa alla dottrina sociale non è mai cessata.

Nel 2004 il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha presentato un corposo Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa all’allora papa Giovanni Paolo II. In esso venivano confermati in maniera organica il principio personalista, che po- ne l’uomo e la donna al centro dell’attenzione politica in quanto immagini di Dio, i profili della personalità e i diritti che essa comporta, il principio del bene comune e della destinazione universale dei beni, i principi di sussidiarietà e di solidarietà. L’obbligo dello Stato a intervenire in favore dei più deboli. Capitoli interi sono dedicati a famiglia, lavoro, vita economica, politica, ambiente e pace. Forse fin troppi aspetti dell’esperienza umana venivano raccolti attorno alle questioni sociali, con il rischio di annacquare il senso del messaggio.

Nel 2017 l’edizione rinnovata del Catechismo della Chiesa Cattolica inserisce la dottrina sociale nella sezione dedicata ai comandamenti, collegandola al settimo “non rubare”. In esso si cita il passo di San Giovanni Crisostomo, tanto spesso dimenticato, nel quale è detto che «Non sono nostri i beni che possediamo, sono dei poveri». Poco prima si afferma che: «Una teoria che fa del profitto la regola esclusiva e il fine ultimo dell’attività economica è moralmente inaccettabile». Queste affermazioni, riprese di recente da papa Francesco nella Fratelli Tutti hanno stupito osservatori poco attenti alla continuità del magistero.

Anche in questa circostanza, la tendenza ecclesiastica ad affondare affermazioni dirette, precise e inequivocabili in contesti molto estesi e di rara e difficile frequentazione ha rischiato di far perdere molta dell’incisività che le posizione pure assunte con chiarezza contengono.

La forza della Chiesa è anche quella del tempo, che come dice il Pontefice prevale sullo spazio. Sopravvissuta a molteplici attacchi, la dottrina sociale è ben viva, gode ancora del pieno sostegno del Papa e da dieci anni le viene dedicato un festival che nel 2020, pur rimanendo centrato su Verona, ha contato su appuntamenti distribuiti in tutta Italia e persino in Svizzera. Da Benevento a Lugano, a Roma, a Bologna, a Napoli, a Palermo e a Frosinone si è discusso, spiegato, interpretato e analizzato il momento presente dal punto di vista sociale ed economico, nella prospettiva di una valorizzazione dei talenti di uomini e donne e di una loro crescita nel benessere, nella giustizia e anche nella spiritualità.

Hanno partecipato esponenti di ambienti diversi dall’economia all’imprenditoria, dalla cultura alla comunicazione, fino alla conclusione, domenica 29, con l’intervista di Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, a Monsignor Nunzio Galantino, Presidente dell’ Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

Di particolare intensità emotiva è stata la presentazione a Verona, in apertura del festival, di un documentario appena realizzato dal settore Media del Vaticano su di un reperto di eccezionale interesse archeologico e teologico al tempo stesso: il Papiro Hanna, che deve il suo nome a Frank Hanna, che lo donò alla Biblioteca Apostolica Vaticana nel 2006.

Si tratta di una testimonianza di inestimabile valore: datato agli inizi del terzo secolo, è scritto in greco e contiene gran parte dei Vangeli di Luca e di Giovanni. È il testo più antico in cui si possa vedere in un'unica pagina la transizione tra la fine di un Vangelo e l'inizio del seguente, prima prova diretta dell’ordine dei libri nel canone dei Vangeli. Il documentario, che verrà diffuso l’anno prossimo sulla piattaforma VatiVision, ricostruisce l’intera vicenda del papiro Hanna dal ritrovamento, all’arrivo in Vaticano, fino alle modernissime tecniche di restauro messe in atto per la sua migliore conservazione.

Cinquanta minuti di grande intensità che hanno sottolineato la valenza spirituale del festival creando un ponte, una tensione temporale tra il messaggio portato da Gesù due millenni orsono e le tematiche attuali relative alla convivenza tra gli uomini e le donne che proclamano di credere in Lui.

IVANOVIC IVANOV E IN BASSO A DESTRA IL PAPIRO DI HANNA, DONATO ALLA BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA DA FRANK HANN, UNO FRA I PIÙ IMPORTANTI E PREZIOSI MANOSCRITTI DEI VANGELI

disuguaglianze che aumentano

NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE, L’INTERO OCCIDENTE SEMBRA SCIVOLARE ANCH’ESSO VERSO ORGANIZZAZIONI SOCIALI MENO ATTENTE ALLA PROMOZIONE DEI VALORI E DEI DIRITTI DI UOMINI E DONNE CHE AL RICONOSCIMENTO DI LIBERTÀ ECONOMICHE SENZA LIMITI PER I PIÙ FACOLTOSI.

LA RICCHEZZA TENDE A CONCENTRARSI NELLE MANI DI POCHI; MENTRE LA FIDUCIA IN MECCANISMI DI RIEQUILIBRIO SI RIDUCE

il papiro hanna

DI PARTICOLARE INTENSITÀ EMOTIVA IL PAPIRO HANNA, CHE DEVE IL SUO NOME A FRANK HANNA, CHE LO DONÒ ALLA BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA NEL 2006. SI TRATTA DI UNA TESTIMONIANZA DI INESTIMABILE VALORE: DATATO AGLI INIZI DEL TERZO SECOLO, È SCRITTO IN GRECO E CONTIENE GRAN PARTE DEI VANGELI DI LUCA E DI GIOVANNI. È IL TESTO PIÙ ANTICO, PRIMA PROVA DIRETTA DELL’ORDINE DEI LIBRI NEL CANONE DEI VANGELI