IL COMMENTO

Nella vicenda di Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi condannato in primo grado a 10 mesi per turbativa d’asta, poi assolto e ora di nuovo con un processo d’appello sul groppone, dopo l’annullamento con rinvio disposto giovedì dalla Cassazione, ci sarebbero due “colpevoli”. Uno, ovviamente, sarebbe lui. L’altro, abbiamo scoperto ieri leggendo il Fatto Quotidiano, sarebbe Luigi Di Maio. LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE DOPO L’ASSOLUZIONE

Nella vicenda di Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi condannato in primo grado a 10 mesi per turbativa d’asta, poi assolto e ora di nuovo con un processo d’appello sul groppone, dopo l’annullamento con rinvio disposto giovedì dalla Cassazione, ci sarebbero due “colpevoli”. Uno, ovviamente, sarebbe lui. L’altro, abbiamo scoperto ieri leggendo il Fatto Quotidiano, sarebbe invece Luigi Di Maio, il ministro Luigi Di Maio, che ha forse commesso il reato più imperdonabile: aver chiesto scusa per la gogna alla quale Uggetti fu sottoposto dal M5S dopo l’arresto. Una colpa non scusabile nemmeno adesso che è in vigore una direttiva sulla presunzione di innocenza, che indurrebbe ad un minimo di cautela, non solo perché fino a condanna definitiva siamo tutti presunti innocenti ( ma a dire il vero lo eravamo anche prima della direttiva), ma anche perché nulla si sa dei motivi per i quali i giudici della Suprema Corte abbiano rinviato ad un nuovo processo l’ex sindaco. I nudi fatti, ci ricordava ieri il quotidiano di Travaglio, sono questi: Uggetti avrebbe scritto il bando di gara per la gestione di due piscine pubbliche - per il valore di 5mila euro insieme a chi doveva vincere l’appalto. Una brutta storia, verrebbe da dire. Ma c’è un piccolissimo aspetto che sfugge: sia la sentenza di primo grado - quella che riteneva Uggetti colpevole sia quella d’appello - secondo la quale il fatto non sussiste - hanno confermato che l’ex sindaco ha agito per l’interesse pubblico, pur arrivando a due conclusioni opposte. L’assoluzione si basava su un assunto molto semplice: il disordine amministrativo non si può tradurre automaticamente in reato. A tale conclusione le giudici erano arrivate attraverso «una interpretazione costituzionalmente orientata e conforme in particolare al principio di offensività» ( parole loro).

È fondamentale, ricordavano le togate, «non punire indiscriminatamente le mere irregolarità formali» che, invece, «debbono essere idonee a ledere i beni giuridici protetti dalla norma», in questo caso la libera concorrenza. Nel valutare i fatti, le giudici hanno verificato, «da un punto di vista oggettivo», se vi fosse o meno un’alterazione del bando nei termini di una «indebita influenza», attraverso la quale, secondo l’accusa, l’interesse pubblico sarebbe stato piegato agli scopi di parte. E la risposta è negativa: «Non risulta essersi verificato alcun sviamento di potere, nemmeno nell’esplicazione di quel margine discrezionale di intervento riconosciuto dalla legge per l’esercizio di poteri di indirizzo». In attesa delle motivazioni, quel che è possibile ipotizzare è che il problema posto dalla Cassazione riguardi l’inquadramento giuridico del reato, come spiega il legale di Uggetti, Gabriele Roveda. Sulla turbativa d’asta ci sono due orientamenti: da alcuni viene considerata un reato di pericolo - secondo cui l'offesa consiste nella minaccia al bene giuridico e dunque la tutela penale risulta anticipata -, da altri un reato di evento - nei quali si verifica un evento che è separato dall’azione, sebbene sia causato proprio da quest’ultima. «In appello è emerso che la condotta di Uggetti e degli altri imputati non era finalizzata a turbare l’asta o a favorire qualcuno dei competitor, anzi spiega al Dubbio -.

Tuttavia c’è stata una interlocuzione. Il problema è capire se consideriamo questa interlocuzione il peccato originale, per cui anche se fatta a fin di bene è reato, o se per essere reato è necessario che la stessa sia servita effettivamente a turbare la gara, cosa che secondo i giudici d’appello non è avvenuta». Il problema è dunque l’elemento oggettivo, sul quale forse la Cassazione chiede una motivazione più forte. Il che non significa automaticamente, come pare sostenere Il Fatto, che Uggetti sia colpevole. Serviranno un altro processo di merito e un nuovo vaglio dei giudici di legittimità per arrivare a questa conclusione. Intanto, però, la sentenza di condanna mediatica è già stata rispolverata.

E sullo sfondo rimangono le parole di Uggetti, che oggi dice di sentirsi «ingranaggio impotente di una lotta di potere interna alla magistratura e di un conflitto di potere irrisolto tra giustizia e politica. Chiedo a chi ha responsabilità politiche non solo di darmi una pacca sulle spalle aggiunge -, ma di passare all'azione. E lo chiedo non tanto per me, ma per quei tanti amministratori e cittadini onesti che fanno il loro lavoro e che vorrebbero un servizio giustizia a servizio della comunità e non a servizio delle proprie carriere personali».