Nell'universo intricato della giustizia, il colloquio tra l'avvocato e il suo assistito riveste un carattere sacrosanto, intoccabile, essenziale per la tutela degli interessi difensivi e il rispetto del contraddittorio processuale. Questa inviolabilità costituisce un pilastro fondamentale, tanto che qualsiasi interferenza esterna minerebbe irrimediabilmente l'integrità di tale rapporto, compromettendo l'equità del procedimento. Tale principio, sancito anche dalla Convenzione europea dei diritti umani, eleva la riservatezza dei colloqui tra avvocato e assistito a uno dei cardini del processo equo in una società democratica. Eppure, non di rado assistiamo alla violazione di questo sacro diritto. Essere avvocato è un mestiere già difficile di per sé, ma lo diventa ancora di più quando ci si trova ad assistere persone accusati di far parte della criminalità organizzata. In contesti come quello della Calabria, dove non di rado si effettuano inchieste giudiziarie a “strascico”, questo fenomeno assume contorni ancora più marcati.

IL CASO DELL’AVVOCATO FRANCESCO SABATINO

Un esempio tangibile di questa complessità è il caso dell'avvocato Francesco Sabatino, coinvolto nell'inchiesta condotta dalla Dda di Catanzaro, nota come “Maestrale”. Recentemente, la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il provvedimento emesso dal Tribunale del riesame di Catanzaro il 12 ottobre 2023, grazie alla strenua difesa degli avvocati Valerio Vianello Accorretti e Francesco Petrelli, quest'ultimo presidente della Camera Penale. Sabatino era stato arrestato lo scorso 7 settembre con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, ma successivamente gli erano stati concessi gli arresti domiciliari. Il Tribunale del riesame aveva ridimensionato l'accusa a suo carico, escludendo l'utilizzabilità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Andrea Mantella e Raffaele Moscato. Ma ha dichiarato legittime le intercettazioni.

L’INCONTRO CON DOMENICO MACRÌ, INDAGATO PER ‘ NDRANGHETA

Per questo ultimo motivo, l’avvocato ha fatto ricorso in Cassazione, contestando l’utilizzabilità delle intercettazioni che, tra l’altro, non evidenziano alcun illecito. Degno di nota è l’incontro con Domenico Macrì, indagato per ‘ ndrangheta. Peccato che si tratti di uno suo assistito. L’avvocato Sabatino lo ha ricevuto presso il suo studio, il quale chiedeva chiarimenti in ordine al rischio di essere indagato a seguito di condotte emerse dalle indagini che avevano portato alla emissione di un provvedimento cautelare (l’operazione “Nemea”). Quindi parliamo di un provvedimento non coperto da alcun segreto. Ma non solo: era conosciutissimo dalla stampa perché i magistrati calabresi, in particolare il procuratore Nicola Gratteri, avevano indetto una conferenza. Come se non bastasse, parliamo di un provvedimento che l’avvocato conosceva visto che era difensore di una persona (tale Giuseppe Mancuso) indagata per quell’operazione. Provvedimento, che tra l’altro l’avvocato non ha consegnato a Macrì. Anche se, c’è da sottolineare, avrebbe potuto comunque darglielo. Fino a prova contraria, sarebbe potuto rientrare nella strategia difensiva. Comunque sia, questo non è accaduto.

È ILLEGITTIMA L’INTERCETTAZIONE TRA AVVOCATO E ASSISTITO

Sintetizziamo. Macrì teme di essere indagato nell'operazione “Nemea" e si reca nello studio dell'avvocato Sabatino, suo legale difensore, per un chiarimento. La giurisprudenza è chiara su questo punto: di fatto, è illegittimo aver intercettato (tra l’altro con il trojian) perché il dialogo è avvenuto tra un assistito e il suo legale, all’epoca non indagato. Parliamo di un episodio risalente nel 2018. Il contenuto verteva su questioni tecniche elementari e non coperte da segreto. L'avvocato Sabatino non ha mai avuto accesso agli atti investigativi coperti da segreto istruttorio. Si prospetta quindi un chiaro travisamento probatorio: le intercettazioni sono state utilizzate per giustificare la riapertura delle indagini (archiviate nel 2015) contro l'avvocato Sabatino e senza che sia specificato nel merito i motivi dell’attività captativa. Come se non bastasse i dialoghi non contengono alcun elemento penalmente rilevante, sì perché le presunte “prestazioni professionali ingiustificate' non sono supportate da prove concrete. Si profila tutto a un discorso di “toni confidenziali” che è una considerazione di tipo moralistico. Il ricorso è stato accolto, tra l’altro anche il procuratore generale della corte suprema ha sposato in pieno i rilievi posti dalla difesa dell’avvocato Sabatino. La Cassazione ha quindi annullato l’arresto, rinviando il provvedimento per disporre una nuova valutazione.

CHIESTI 8 ANNI E 9 MESI PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA

Nel frattempo, però, è alle battute finali il processo di rito abbreviato dove, oltre all’avvocato, sono a giudizio i clan della ‘ ndrangheta di Mileto, Briatico, Tropea, Cessaniti, Vibo, Filadelfia, Nicotera e Limbadi. Giovedì la pubblica accusa ha chiesto nei confronti dell’avvocato Sabatino, una pena di 8 anni e 9 mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Una richiesta senza valutare i ragionevoli dubbi che emergono dalla stessa Cassazione. La tesi è chiara: l’avvocato avrebbe fornito consulenze e assistenza a esponenti delle cosche, rafforzandone il potere. Eppure, nel caso dell’avvocato Sabatino, parliamo di condotte che rientrano nell'esercizio legittimo della professione forense. Non vi è prova che l’imputato abbia agito “contra legem” o abbia ricevuto un vantaggio dalle cosche. Ancora una volta emerge quanto sia arduo e rischioso difendere individui coinvolti nella criminalità organizzata, con il pericolo costante che il legame tra avvocato e assistiti venga erroneamente interpretato come complicità. E tutto ciò diventa ancora più grave quando viene violato il diritto alla segretezza delle comunicazioni tra difensore e assistito. La democrazia liberale, principi cristallizzati dalla Costituzione, appare sempre in bilico. Si assiste sempre di più verso l’idea di uno Stato Etico.