Sono 35 finora i conservatori che hanno lasciato il governo britannico e la valanga non sembra fermarsi: una crisi gravissima per il premier Boris Johnson, scaturita dallo scandalo Pincher, l’ormai ex vice capogruppo Tory costretto a lasciare la carica e sospeso dal partito per aver molestato due uomini mentre era ubriaco al Carlton Club di Londra la scorsa settimana. Il capo di Downing Street non intende mollare e si è presentato al question time deciso a difendersi. Ma la situazione gli sta sfuggendo di mano e il suo destino è sempre più in bilico. Dopo le dimissioni eccellenti di ieri - il cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, e Sajid Javid, ministro della Sanità - si è registrata un’emorragia di esponenti conservatori dal governo, la rivolta di una schiera di parlamentari che fino a ieri erano fedeli alla sua leadership. Intanto, secondo quanto riportano i media inglesi, il Comitato 1922, che riunisce tutti i deputati Tory, ha deciso di non modificare il proprio regolamento per consentire un nuovo voto di sfiducia contro il premier britannico, eliminando così lo "scudo" che teoricamente lo teneva al sicuro fino al prossimo anno, dopo aver superato la prova il mese scorso per il partygate. Gli scenari che gli si aprono davanti sono tuttavia abbastanza ridotti e hanno tutti a che vedere con la sua dipartita. Nessuno si aspetta che una situazione del genere possa essere recuperata e ormai sono in troppi, fra i conservatori, a non volerlo neanche, nonostante il primo ministro si affanni a chiedere scusa e a dichiarare di voler rimanere a Downing Street. L’attuale scenario prevede diverse opzioni per il cambio di leadership. L’ipotesi più semplice è quella delle dimissioni. In questo caso, BoJo avrebbe due strade davanti a sé: indire nuove elezioni oppure lasciare che il partito nomini un successore e un governo di transizione fino al ritorno alle urne previsto per gennaio 2025. Se Johnson non si dovesse dimettere, i conservatori potrebbero usare le cosiddette maniere forti e costringerlo a farlo modificando, appunto, il regolamento del Comitato 1922. Secondo le regole attuali, se un primo ministro ha affrontato con successo una mozione di sfiducia - come accaduto a Johnson il mese scorso - può rimanere a capo del partito per un altro anno. I conservatori però minacciano di cambiare il regolamento in modo da avviare una nuova mozione di sfiducia e, in sostanza, cacciarlo prima della scadenza di un anno. In teoria, pur cambiando le regole, una nuova mozione di sfiducia potrebbe avvenire solo in autunno, quando la commissione per i privilegi avrà stabilito se Johnson ha mentito in Parlamento oppure no. Ma proprio in queste ore, si susseguono voci secondo le quali all’interno del partito è incorso un dibattito per bypassare questa ipotesi e autorizzare una nuova mozione nel giro di pochi giorni. Tutto dipenderà dal clima che si creerà intorno a Johnson e, per adesso, non è dei migliori. La sua intenzione di rimanere al comando sembra stia diventando un furioso braccio di ferro fra lui e il suo stesso partito.