È un passaggio, non quello che dà il titolo. Ma l’intervista di Marta Cartabia alla Stampa, la prima della guardasigilli dal giorno del giuramento, evoca non solo il metodo dell’unità, della rinuncia all’idea di poter rendere ogni «istanza» una «pretesa irriducibile e unilaterale». Oltre a un appello che più tempestivo non poteva essere, rivolto alla vigilia del termine per gli emendamenti dei partiti sulla prescrizione, il messaggio della ministra chiama in causa anche qualche «perla della nostra giustizia». Viene citato l’esempio del tribunale di Viterbo, che ha «funzionato benissimo in termini di abbattimento dell’arretrato». Il «segreto»? Lo spirito di «aggregazione». L’aver saputo «mettere insieme i vari soggetti e farli dialogare: i giudici, l’avvocatura, ma anche l’università, le istituzioni locali, il carcere». Ecco, dice Cartabia, «quando il Tribunale diventa centro di aggregazione, immerso totalmente nel suo territorio, funziona».La giustizia come sistema basato sul “co-protagonismo” — per usare un’espressione di Gianni Canzio — delle sue componenti. Innanzitutto magistratura e avvocatura. E soprattutto, la sinergia, il dialogo in funzione di un obiettivo che non può ridursi alle «bandierine» dei partiti ma che deve consistere in una missione che guardi alla tutela della persona.Si tratta di un linguaggio del tutto analogo a quello adottato dall’istituzione degli avvocati, il Cnf, nella “Proposta” al governo sul Recovery giustizia. È significativo che Cartabia lo proponga nelle stesse ore in cui dinanzi al Parlamento (ieri è toccato alla Camera) il presidente del Consiglio Mario Draghi espone i contenuti del Piano a cui l’Unione europea subordina l’erogazione del fondo Next generation Ue. La ministra invoca un cambio di prospettiva: dalle «bandierine» citate nell’intervista al direttore della Stampa Massimo Giannini, alla condivisione tipica dell’unità nazionale. Non a caso le parole della guardasigilli sono state affidate a uno dei maggiori quotidiani del Paese nel giorno della Liberazione. Ed è utile che il riferimento di Cartabia a un «grande patto», così assimilabile a quello dell’immediato dopoguerra, arrivi a poche ore dal termine per gli emendamenti alla riforma del processo penale, slittata ancora un po’ (doveva essere oggi, se ne parlerà venerdì). Anche alle forze politiche che a breve si misureranno sulle modifiche al ddl Bonafede, e innanzitutto sulla prescrizione, la ministra della Giustizia ricorda di doversi mettere al servizio del Paese come magistrati e avvocati sanno mettersi al servizio dei cittadini nei Tribunali più efficienti. Cartabia ha ricevuto non poche critiche da una parte dei commentatori. Ad esempio dal direttore della Verità Maurizio Belpietro, che l’ha accusata di non aver detto con chiarezza come intende superare la prescrizione di Bonafede o le “lottizzazioni” del Csm. Ma la ministra non ha voluto fare da tutrice ai partiti: li ha chiamati alle loro responsabilità. Anche sulla capacità di trovare una «convergenza» sul processo penale, sulla prescrizione, sugli argomenti più divisivi. Perché aspettarsi che una presidente emerita della Corte costituzionale faccia l’incendiaria, anziché la promotrice di accordi? Non era necessario che, nella sua prima intervista da guardasigilli, Cartabia spiegasse come intende evitare il paradosso del “fine processo mai”, potenzialmente istituito dalla norma Bonafede. Anche perché, senza ricorrere ad affermazioni “conclusive”, la ministra ricorda che in questi primi due mesi e mezzo ha «indirizzato i primi passi nella direzione di ricreare un clima di fiducia reciproca». Un riferimento anche al “lodo”, che lei stessa ha materialmente scritto, relativo proprio alla ragionevole durata del processo e alla prescrizione: un ordine del giorno condiviso da tutti i partiti di governo subito dopo il voto di fiducia. In quella “premessa” c’era un rifermento inequivocabile non solo al principio della ragionevole durata ma anche a quello, affermato all’articolo 27, del fine rieducativo della pena. Che, evocato a proposito della prescrizione, serve semplicemente a ricordare come sia insensato eseguire una condanna a distanza di troppo tempo dal reato, perché chi ne è ritenuto l’autore è diventato, nel frattempo, un’altra persona. La prescrizione esiste proprio per scongiurare questo paradosso. Cartabia lo sa bene. E forse si tratta solo di abituarsi all’idea che una costituzionalista parla con i princìpi della Carta, non con i toni ultimativi del tribuno.