Prendete i Mondiali di calcio, evento mediatico per eccellenza. Ai Mondiali associate un’inchiesta deflagrante sulla presunta corruzione a cui si sarebbero abbandonati soggetti a vario titolo riconducibili all’Europarlamento. Metteteci pure che il mix si produce contestualmente alla fase decisiva dei campionati in Qatar, semifinali e finali. La tempesta è perfetta. Nel suo potenziale distruttivo, ovviamente. Alcuni anni fa il Dubbio ospitò le considerazioni di Gian Maria Fara presidente dell’Eurispes, istituto di ricerca particolarmente attento al tema della giustizia, tra gli altri. Ebbene, Fara spiegò con lucida precisione il fenomeno della “corruzione percepita”. In Italia, disse, abbiamo un record negativo, rispetto ai partner europei, nelle graduatorie sulla corruzione, ma pochi sanno che le statistiche di questo tipo, diffuse regolarmente dalle organizzazioni internazionali, si basano non sulle risultanze processuali, ma appunto sulla percezione dei cittadini, e cioè su semplici interviste. Interpellati, gli italiani denunciano una pervasività del malaffare, nel loro Paese, assai superiore al feedback che arriva da francesi, tedeschi e britannici. Ma a sua volta la percezione è enormemente influenzata, spiegò ancora il presidente dell’Eurispes, dall’intensa attività investigativa e processuale che la magistratura italiana assicura nel contrasto della corruzione. Paradossalmente, il fatto che le nostre Procure siano così vigili sul malaffare – al punto da inseguire, cosa impensabile in Paesi come la Francia ad esempio, persino ipotesi di corruzione consumata dai grandi stakeholders dell’energia in favore di Paesi in via di sviluppo, vedi il caso Eni – ecco, questo fatto alimenta fra i cittadini italiani l’impressione di essere immersi in una selva di furfanti perennemente impegnati a concutere, estorcere, corrompere, deviare le risorse pubbliche.Paradossale, sì. Ma pure inevitabile, dopo trent’anni di sovraesposizione dei pm, a partire da Mani pulite. Ora, l’uragano che ha improvvisamente travolto Strasburgo, Bruxelles e in generale la credibilità e l’immagine delle istituzioni comunitarie ha in apparenza poco a che vedere con l’estenuante stillicidio di cronache giudiziarie che ha investito l’Italia negli ultimi trenta lunghi anni. Eppure un nesso c’è, e riguarda appunto quella parola fatale: percezione. Dove finisce la realtà dei fatti, nella loro dimensione effettiva, e dove inizia invece l’immagine ingigantita e deformata che se ne diffonde nell’opinione pubblica? Se c’è un allarme da lanciare a proposito dell’Europa, della sua forza di “tempio” dei diritti, improvvisamente degradata a presunto “mercato” di tangenti, è proprio in questa percezione che può diffondersi, e che da tre giorni anzi già si diffonde tra i cittadini dell’Unione. Anche se si tratta di una vicenda che coinvolge pochissimi esponenti politici e alcuni loro assistenti, e anche se le responsabilità sono tutte ben lontane dall’essere accertate nell’unica sede possibile, ossia il processo, il mix mediatico evocato all’inizio fra Mondiali e presunte mazzette qatariote già altera abbondantemente quel feedback restituito dai cittadini. Lo ingigantisce, lo esaspera. Anche se non sappiamo ancora con certezza se la presunta rete organizzatasi, secondo il giudice belga Michel Claise, attorno all’ex eurodeputato italiano Antonio Panzeri può davvero essere paragonata a un enclave di corrotti incistatasi negli organismi dell’Ue, e anche se non vi è alcuna prova, alcun nesso evidente, fra i giudizi indulgenti con Doha espressi da qualche parlamentare europeo, italiano e non, e il teorizzato giro di sacchi di banconote, l’opinione pubblica continentale già tira le somme, già chiude il bilancio: da anni si parla di corruzione da parte della monarchia qatariota in direzione dei vertici del calcio mondiale, che avrebbero assicurato l’assegnazione a Doha dei campionati prossimi alla loro conclusione; bene, pensano i cittadini a cui presto si andrà a chiedere quanta corruzione “percepiscono” in seno all’Unione, abbiamo allora la prova che l’Europa, intesa come istituzioni comunitarie, è il più corrotto dei consorzi, il meno credibile degli avamposti di democrazia e civiltà, il più ingannevole dei miti del progresso globale. E quanto credete risulterà difficile approfittarne, di fronte a uno scenario simile, a governi e partiti populisti/euroscettici come quello di Orban, rilanciare questa “percezione” e trasformarla in attacco distruttivo? È presto per misurare fino in fondo i danni di una vicenda che, a prescindere dall’effettiva consistenza della corruzione, risente, non ci stanchiamo di dirlo, anche di un effetto mediatico “booster” che solo i Mondiali di calcio potevano assicurare. Ma in attesa di raccogliere i cocci lasciati dalla deflagrazione, timidamente osiamo rivolgere un auspicio, e cioè che per il futuro si faccia quanto meno un ricorso più prudente alle interviste come misura della corruzione. E che ci si riferisca, almeno da parte di autorevoli organizzazioni internazionali, a dati quantitativi più chiari, più oggettivi, anche se più difficili da raccogliere. E che insomma, la realtà cominci non solo in Italia ma ovunque a prevalere sulle suggestioni.