Il Tribunale per i minorenni di Cagliari ha recentemente convalidato l’arresto di un giovane di 14 anni, accusato di tentato omicidio e attualmente detenuto nell’istituto minorile di Quartucciu. L’adolescente, in stato di shock e sofferenza, ha scelto di non rispondere alle domande, invocando la sua incapacità emotiva, come affermato dall’avvocato difensore Piergiorgio Piroddi.

Nel corso delle dichiarazioni spontanee, il ragazzo ha accennato a una profonda “sofferenza” che sembra essere collegata a episodi di bullismo che avrebbe subito. Il padre ha gettato luce su un passato difficile, delineando un quadro in cui il figlio è stato costantemente vittima di denigrazione e umiliazioni. Dietro l’aggressione, afferma il genitore, si cela l’esasperazione accumulata nel tempo per essere stato deriso.

Tuttavia, la risposta della società a questo drammatico evento ha sollevato interrogativi su quale debba essere il percorso giusto per un ragazzo così giovane. Maria Grazia Caligaris, rappresentante dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme ODV”, ha espresso preoccupazione per la decisione di inserire il giovane nell’Istituto Penitenziario Minorile di Quartucciu, sottolineando che dovrebbe essere la prima volta, almeno in Sardegna, per un ragazzo così giovane trovarsi in tale contesto.

«Penso che un ragazzino di 14 anni abbia bisogno d’aiuto, non di essere inserito in un Istituto Penitenziario, seppure per Minori. Non si tratta di buonismo ma di buon senso», ha dichiarato Caligaris. «L’episodio di Capoterra deve far riflettere sui bisogni delle ragazze e dei ragazzi, sui loro diritti. Sulle loro fragilità e sulle loro scarse speranze e prospettive. Sulla solitudine dei genitori». La militanza di Caligaris è fondata sull’esperienza personale nel mondo scolastico, dove ha vissuto il crescente disagio giovanile e ha visto di persona a cosa possa portare la frustrazione. Ha sottolineato la necessità di rispondere a queste situazioni con ragione e prevenzione, anziché relegare i giovani al carcere minorile senza esaminare le radici del problema.

L’appello è a riflettere sui bisogni reali dei ragazzi, sui loro diritti violati e sulle sfide che affrontano. Si solleva la questione della necessità di risposte basate sulla ragione e sulla prevenzione, anziché su giudizi facili e lapidari che puniscono i giovani dopo averli forse già abbandonati.

«Non possiamo pensare di risolvere i problemi delle nuove generazioni con un giudizio “facile” e lapidario che li punisce dopo averli abbandonati», conclude Caligaris. «L’auspicio è che si possa individuare al più presto una comunità in grado di offrire oggi a questo ragazzo e domani al compagno ferito, non appena sarà in grado, ciò di cui entrambi hanno bisogno affinché possano trovare una risposta ai loro perché». In questa drammatica vicenda, l’invito è a guardare oltre il gesto e ad affrontare le radici del problema, offrendo sostegno e aiuto, anziché isolare e punire.

I NUMERI DEI MINORI IN CARCERE

La storia del giovane detenuto per tentato omicidio, manifestazione evidente di una profonda disperazione causata dal bullismo subito, solleva nuovamente il dibattito sulla detenzione dei minori. I dati forniti dall’associazione Antigone svelano una realtà cruda: al 15 marzo 2023, in Italia, sono 380 i minori dietro le sbarre, con soli 12 di loro donne. Questi numeri emergono dal rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, che evidenzia un aumento dei minori in carcere dopo una temporanea diminuzione durante la pandemia da Covid. Nel febbraio 2020, i giovani presso gli Istituti Penali per Minorenni ( Ipm) erano 374, mentre a maggio dello stesso anno scesero a 280.

Attualmente, gli Ipm ospitano 180 minori, mentre 200 giovani adulti tra i diciotto e i venticinque anni scontano pene comminate quando erano ancora minorenni. Dall’analisi dei dati, emerge che i ragazzi stranieri rappresentano il 46,8% del totale dei detenuti minori, pari a 178 individui, con soli 5 casi che coinvolgono ragazze. Nel 18,9% dei

casi, la detenzione riguarda reati contro la persona, considerati i reati più gravi, mentre il 61,2% è legato a reati contro il patrimonio.

I minori stranieri, nel 2022, rappresentavano il 22% del totale dei ragazzi coinvolti nei servizi della giustizia minorile, ma in modo sorprendente costituivano il 38,7% dei collocamenti in comunità e addirittura il 51,2% degli ingressi in carcere.

Attualmente, in Italia, sono attivi sedici Ipm, con dimensioni che variano da Nisida con 54 detenuti a Pontremoli con 5, l’unico Ipm interamente femminile del Paese. Le città più popolate di giovani detenuti includono Roma con 48, Torino con 34, Airola con 31 e Milano con 27. Poi ci sono 8 ragazzi a Cagliari, 9 a Caltanissetta, 11 a Catanzaro e 13 a Firenze.

La chiusura dell’Ipm di Treviso nell’aprile 2022, a seguito di disordini, ha portato ad un numero ridotto di strutture attive. La riapertura annunciata per la fine di febbraio non si è materializzata, lasciando interrogativi sulla gestione delle strutture e la necessità di una revisione del sistema di detenzione minorile. In questo contesto, l’attenzione si sposta su come la società possa affrontare le radici della criminalità giovanile, ponendo l’accento sulla prevenzione e sulla creazione di opportunità per il recupero dei giovani, piuttosto che relegarli in un sistema carcerario che potrebbe non essere la risposta più appropriata.

LA NECESSITÀ DI UN CODICE PENALE ADATTATO AI MINORI

L’associazione Antigone solleva una domanda cruciale: perché non un codice penale dedicato ai minori? Secondo loro, il sistema attuale di reati e pene per gli adulti, ancorato al codice Rocco, non risponde affatto al principio del “superiore interesse del minore”, sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia del 1989. Antigone sottolinea che l’articolo 27 della Costituzione italiana conferisce alla pena una funzione rieducativa e pone limiti sull’esercizio del potere di punire, al fine di evitare trattamenti contrari al senso di umanità.

In conformità con l’evoluzione giurisprudenziale costituzionale, Antigone afferma che le pene devono mirare a favorire la reintegrazione sociale della persona condannata, proteggendo la dignità umana che non deve mai essere messa in discussione. Questi principi, rileva l’organizzazione, necessitano di una riformulazione per adattarsi alle dinamiche specifiche dei ragazzi e delle ragazze, richiedendo un’enumerazione diversa dei reati e una gamma più ampia di sanzioni.

Secondo Antigone, sarebbe giunto il momento di considerare il superamento definitivo del ricorso al carcere per i minori di 16 anni o per i minorenni in generale. L’organizzazione sottolinea che l’utilizzo degli istituti penitenziari per minori in Italia sta gradualmente diventando marginale, una tendenza positiva, ma che al contempo comporta la sfida di costruire percorsi e spazi riservati ai giovani in queste strutture sempre più vuote.

L’invito di Antigone è a compiere un passo ulteriore verso la residualizzazione del carcere, escludendo completamente i minori di una certa età, anche se giuridicamente imputabili, indipendentemente dal reato commesso. Tale approccio, secondo l’organizzazione, rispecchia l’impegno per un sistema di giustizia minorile più equo, centrato sulla riabilitazione e il benessere dei giovani, anziché sulla mera privazione della libertà. In un contesto in cui la società evolve, Antigone suggerisce che le leggi e le pratiche giuridiche dovrebbero riflettere questa evoluzione, garantendo un trattamento adeguato ai minori coinvolti nel sistema penale. Ma il governo attuale, con il cosiddetto decreto Caivano, frutto dell’ennesima legge nata sotto l’onda dell’emozione, aggrava e non migliora.