Una visione carcerocentrica e una corsa alla compressione dei diritti. Sono questi i pericoli segnalati da Giovanni Maria Flick, ex ministro della Giustizia e presidente emerito della Corte costituzionale, intervenuto ieri all’undicesima edizione del Salone della Giustizia. Un dibattito che si è concentrato sul ruolo della tecnologia in una riforma pretesa dall’Europa come condizione fondamentale per l’erogazione del Recovery Fund ma che, secondo gli addetti ai lavori, non risponderebbe alle effettive esigenze del sistema. È proprio Flick ad analizzare gli aspetti critici di un piano che, anziché risolvere i problemi, rischia, a suo dire, di acuirli. Paventando anche il rischio che l’utilizzo della tecnologia possa portare all’avvento del cosiddetto “giudice robot”. «Io mi auguro che non ci si arrivi mai - ha sottolineato -, perché la giustizia ha un carico, una dimensione di tipo umano che sopravanza l’efficienza o l’esigenza dell’efficienza». Il piano pensato dal legislatore, secondo Flick, è però insoddisfacente. Da un lato l’intervento della tecnologia nel processo civile si limita alla digitalizzazione, utile, per l’ex ministro, ma insufficiente per pensare di affrontare seriamente i problemi reali. Che, per il civile, sono almeno due: «tempo del processo e calcolabilità». Nel penale, invece, la situazione è anche più complessa: il piano presentato alle Camere, infatti, «vede nel carcere e solo nel carcere la soluzione di tutti i problemi» e trova soluzioni sbagliate a problemi reali. Come il sovraffollamento, che viola la dignità dei detenuti e il fine rieducativo della pena. «Invece di pensare di far entrare in carcere meno gente, perché ce ne sta molta di più di quella che dovrebbe esserci - ha sottolineato Flick -, aumentiamo le carceri, come se fossero soltanto un problema di spazio». L’uso della tecnologia nel diritto, poi, pone soprattutto un problema di salvaguardia dei diritti e delle garanzie fondamentali. La sensazione, per Flick, è quella di «correre verso una compressione delle garanzie difensive», in una situazione in cui «i diritti della difesa, della persona, non vengono rispettati, non solo nell’esecuzione della pena, ma prima ancora nel processo - ha evidenziato -. Un esempio: il cosiddetto trojan, cioè la utilizzazione di uno strumento tecnico che consente un pressoché totale controllo della persona», a scapito della libertà di pensiero e della segretezza della corrispondenza e delle comunicazioni. Ma a non essere «sopportabile» è anche la possibilità di effettuare intercettazioni a strascico, con un intervento legislativo «che mi ha lasciato perplesso», così come l’equiparazione dei reati di criminalità organizzata e di corruzione, bandiera «per una battaglia fatta dall’opinione pubblica e alimentata dai media nei confronti del modo con cui si amministra la giustizia in questo Paese», ha concluso Flick. Il piano del governo, dunque, non funziona. E una Giustizia che non funziona condiziona anche l’economia, ha sottolineato il presidente del Salone della Giustizia, Carlo Malinconico. «Gli investitori non sono attratti da un Paese in cui la giustizia non funziona - ha spiegato -. C’è bisogno di una organica riforma della giustizia, e in questa direzione sicuramente la tecnologia può consentire enormi passi avanti. Nel processo civile e in quello amministrativo la digitalizzazione può fare la differenza, nel processo penale, per quanto riguarda la costituzione del fascicolo, la smaterializzazione può garantire efficienza. Non mi convince invece l’idea di immaginare un processo che si svolge davanti a un giudice robot». A non essere contento di un’eventuale smaterializzazione del processo è di certo Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali. Secondo cui il processo penale è incompatibile con una dimensione che non sia quella fisica. «È inconcepibile l’idea di esaminare un testimone senza poter avere la percezione fisica e la sua reazione alle domande», ha spiegato. E se la tecnologia può essere utile per «smaterializzare l’accesso agli uffici e alle cancellerie», pensare di estendere oltre l’emergenza la celebrazione dei processi su piattaforme digitali è pure follia. «La garanzia difensiva viene vista come ostacolo al fluire del processo penale - ha spiegato Caiazza -. Nel periodo più acuto di lockdown abbiamo fatto cose più urgenti anche da remoto, ma la forzatura culturale e ideologica che si è provato a far passare con questo pretesto e cioè che il processo si potrebbe celebrare da remoto, un tentativo fortunatamente sventato, esprime bene l'idea di una cultura autoritaria e burocratica del processo penale». Per la vice presidente dell’Università Luiss Guido Carli ed ex ministro della Giustizia, Paola Severino, «bisogna cominciare a vedere la giustizia non solo come un diritto del cittadino, ma anche come un investimento economicamente vantaggioso per il Paese». Se i tempi dei processi sono troppo lunghi, se la burocrazia è opprimente, gli investitori scappano. E per riformare davvero la giustizia, «lo strumento della tecnologia è indispensabile ma, non basta che tutti sappiano usare il computer, è necessario che vengano assunti giovani in grado di programmare in digitale».