A Milano, pochi minuti dopo il voto, si parla già di «anno zero», «ripartenza» e «discontinuità». Marcello Viola, con 13 voti a favore, contro i tre andati al procuratore di Bologna Giuseppe Amato e i sei conquistati dall'aggiunto meneghino Maurizio Romanelli, ha stravinto la partita per la procura di Milano, diventando il primo “Papa straniero” in quasi cinquant’anni, chiamato a gestire i veleni di un ufficio spaccato dal caso Amara. Un caso, questo, servito da detonatore per far esplodere dissidi covati sotto la cenere e messi nero su bianco dai sostituti procuratori dello stesso palazzo di giustizia, sin dagli ultimi mesi della gestione Francesco Greco. A lui, nei mesi scorsi, era stata contestata, in una lettera sottoscritta da 27 magistrati, la gestione dell’ufficio, sottolineando, tra le altre cose, la sproporzione tra magistrati e affari assegnati al dipartimento reati economici transnazionali (cioè quello che ha indagato su Eni) e agli altri dipartimenti che trattano reati gravi. Ma ieri, al plenum, è stata riproposta la pregiudiziale Palamara, rilanciata dalla togata di Area Alessandra Dal Moro, che nel perorare la causa di Romanelli (scelta ideale per garantire la continuità con Greco) ha evidenziato che - nonostante l’estraneità di Viola ai fatti dell’Hotel Champagne, dove il suo nome era stato indicato (a sua insaputa) come successore ideale di Giuseppe Pignatone a Roma - «l’immagine di indipendenza» dell’ormai ex procuratore generale di Firenze «è risultata obiettivamente appannata, a prescindere da responsabilità o colpa dell’interessato, per effetto della nota vicenda relativa alla nomina del procuratore di Roma, oggetto, come noto, di un grave tentativo di condizionamento dell’attività del Consiglio che ha portato alle dimissioni di alcuni consiglieri e ad alcune sentenze di condanna in sede disciplinare». A rincarare la dose il collega di Area Giuseppe Cascini. «Mi stupisce come non si colga - ha sottolineato - il profilo di caduta di credibilità ed immagine della magistratura che quella cosa ci ha consegnato. C'è un magistrato che viene scelto perché esplicitamente i conversanti dicono “fa tutto quello che dice Cosimo (Ferri, ndr)”». La conversazione a cui fa riferimento Cascini è quella tra Forciniti e Palamara, parole di terzi che, per il togato, nonostante il beneficio del dubbio, rappresentano una valutazione esplicita da non prendere sottogamba. «Per me che devo scegliere e devo tutelare la credibilità dell'ordine giudiziario è un problema - ha aggiunto - che una persona sia stata individuata come più adatta a svolgere un ruolo sulla base di questa connotazione di affidabilità». Ma per il togato indipendente Nino Di Matteo, «non c'è nessuna prova, ma direi nessun indizio, nessuna traccia, anche minima, di rapporti diretti tra il dottor Viola e i protagonisti di quella riunione, in funzione dell’attribuzione dell'incarico di procuratore di Roma. Non c'è nessuna intercettazione nella quale il dottor Viola è stato interlocutore dei partecipanti a quella riunione», ha evidenziato. Ma c'è di più: «Non risulta da nessuna parte che il dottor Viola abbia svolto un'attività di autopromozione per quell'incarico o per un altro incarico», come fatto invece da altri. Semmai di quella situazione Viola «è vittima» e «non potrà continuare ad esserlo a vita, se non con profonda ingiustizia». E se questo deve essere il criterio di valutazione, ha aggiunto Di Matteo, «allo stesso modo sarebbe allora da evocare anche quanto risulta da altri atti che riguardano il dottor Romanelli o il dottor Amato». L'ex pm del processo “Trattativa” fa riferimento alle presunte manovre per la conferma di Romanelli a procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, nonché le conversazioni di Amato con esponenti di governo o un indagato eccellente a Trento. «E questo non è giusto evocarlo - ha sottolineato -, però è un elemento concreto quanto, quindi veramente poco, l'elemento che riguarda Viola». Anche perché in altre situazioni, il metro di giudizio è stato nettamente più “garantista”. Di Matteo ha infine evocato l’esigenza di «discontinuità» e di affidare Milano ad «un ottimo investigatore», ricordando le varie questioni sorte all’interno della procura - dai casi Eni e Amara ai dissidi tra toghe - e che hanno avuto un riflesso «importante anche dal dibattito pubblico». «Sono onoratissimo. Andrò a sostenere il nuovo incarico a Milano mettendo lo stesso grande impegno che ho sempre dato nei miei 42 anni di carriera e anche qui a Firenze, nel distretto toscano», ha commentato Viola. «Vorrei andare col pensiero ai miei collaboratori e anche a chi non c'è più - ha aggiunto - visto che nei miei anni in Sicilia ho visto tante di quelle cose... In particolare rivolgo un pensiero a Paolo Borsellino con cui c'era un rapporto personale di grande affetto, lo considero un mio grande maestro, me lo ricordo prodigo di consigli nei miei confronti». E a Milano tutto sembra già un cantiere aperto, con la speranza, tra i pm, che si archivi un periodo pieno di veleni e tensioni. Ciò non senza riconoscere all’aggiunto Romanelli grandi doti professionali e umane: «Maurizio - si legge nelle chat -, rimane da parte nostra la grande stima e il riconoscimento per quanto hai fatto in questi anni alla procura di Milano». Che ora riparte da zero.