La vicenda di Piacenza è dolorosissima e spinosissima. Quel che è certo, almeno finora, è che non c’è neanche l’ombra di un’udienza - e chissà quanti mesi ancora passeranno prima di vederne una - eppure sui giornali già fioccano “sentenze” e richieste di pene dure ed esemplari. Il tutto drammatizzato e amplificato dal solito lavoro della macchina mediatico-giudiziaria che parla di caserma degli orrori e di torture quasi fossero fatti acquisiti e dimostrati. Certo, se solo una piccola parte di quello che è scritto nell’ordinanza dei pm fosse vera, ci troveremmo di fronte a una vicenda gravissima, resa insopportabile dal fatto che a commettere quei reati così odiosi potrebbero essere state persone con una divisa indosso: un aggravante morale inaccettabile, perché è inaccettabile che un carabiniere a cui lo stato affida la sicurezza dei cittadini, tradisca il suo mandato diventando egli stesso fonte di violenza, sopraffazione e abuso. Ma tutto questo, vale la pena ricordarlo, dovrà essere dimostrato. Per ora siamo di fronte a ipotesi che dovranno essere discusse in aula di tribunale nel contraddittorio tra le parti. Perché, come spesso capita, nella prima fase dei processi mediatici, quelli celebrati sui giornali e nelle tv, c’è sempre una vittima collaterale ma importantissima e vitale: il nostro Stato di diritto.  Per questo dobbiamo difendere i diritti di quei carabinieri, perché violare i diritti di una persona significa violare quelli di ognuno di noi e ferire mortalmente la nostra civiltà giuridica.