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Cospito, l’anarchico al 41 bis in cella sotto il livello del mare: rifiuta il cibo da 37 giorni

anarchico cospito 41bis
La situazione di salute si aggrava, diversi esponenti della società civile chiedono la revoca dell’ingiustificabile carcere duro. E l’avvocato Albertini si rivolge all’Alto commissario dell’Onu
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È da oltre un mese che Alfredo Cospito, l’unico anarchico recluso al 41 bis, è in sciopero della fame. Sta male, ha perso oltre 20 kg, con gravi conseguenze parzialmente mitigate dall’assunzione di integratori alimentari che gli sono stati concessi solo dopo la visita al supercarcere sardo di Bancali della delegazione del Garante Nazionale composta dal Presidente Mauro Palma e da Daniela de Robert. Ma la questione è grave sotto ogni punto di vista, tanto che il legale di Cospito, l’avvocato Flavio Rossi Albertini, si è rivolto all’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR).

«Lo sciopero della fame che ha intrapreso per protestare contro questa forma estrema di isolamento sta danneggiando gravemente la sua salute e potrebbe portargli conseguenze irreversibili, compresa la morte. Ricorrere all’OHCHR per sospendere questa crudele e disumana forma di detenzione è attualmente l’unica possibilità che ha”, così si rivolge accoratamente all’alto commissario dell’Onu. Ricordiamo ancora una volta che di tratta del primo caso, senza precedenti, di un anarchico che è al 41 bis per via delle sue lettere e articoli pubblicati su riviste e siti on line durante la detenzione. Non i pizzini, o messaggi criptici, ma pensieri politici pubblici trasmessi quando era nel circuito differenziato dell’alta sicurezza (AS2) trascorsi nella quasi totalità senza alcun vincolo di censura nella corrispondenza. «Un paese liberale tutela tutte le ideologie, anche le più odiose», hanno sottolineato l’avvocato Albertini e la collega Maria Teresa Pintus che l’assiste al carcere duro di Bancali.

Cospito è uno dei due condannati per strage contro la pubblica incolumità per due ordigni a basso potenziale esplosi presso la Scuola Allievi Carabinieri di Fossano senza causare né morti né feriti. Un reato che prevede la pena non inferiore ai 15 anni. Poi il colpo di scena. La cassazione ha riqualificato il reato a strage contro la sicurezza dello Stato. Parliamo dell’articolo 285 che prevede l’ergastolo. Si tratta del reato più grave del nostro ordinamento che non è stato nemmeno applicato per le stragi di Capaci e Via D’Amelio. Reato introdotto dal Codice Rocco che prevedeva la pena di morte ( ora l’ergastolo, in questo caso ostativo).

In sostanza, parliamo di un reato introdotto per evitare la guerra civile. Ergo, con quelle azioni dimostrative, Cospito avrebbe messo in pericolo l’esistenza dello Stato. Chiaro che tutto ciò appare spropositato. D’altronde lo stesso neo ministro della giustizia Carlo Nordio ha ricordato che il nostro codice penale ancora porta la firma di Mussolini e che andrebbe, in prospettiva, modificato. Così come appare spropositato il ricorso al 41 bis disposto dalla ministra della giustizia precedente. L’attuale ministro della giustizia, gli revocherà il regime duro che appare ingiustificabile a diversi operatori del diritto, intellettuali come Massimo Cacciari e Luigi Manconi, e numerosi avvocati che hanno sottoscritto l’ennesimo appello?

Il prossimo primo dicembre, il Tribunale di Sorveglianza di Roma tratterà il reclamo al 41 bis proposto dai difensori di Cospito che si oppongono alle motivazioni con le quali l’allora ministra di Giustizia Marta Cartabia, d’accordo con il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, ha deciso di sottoporre il detenuto al carcere duro. Un regime concepito, a seguito dell’onda emergenziale delle stragi dei corleonesi, per impedire i legami tra il recluso e l’organizzazione criminale di appartenenza.

Da quando Cospito è in 41 bis, è privato di ogni diritto ed in particolare di leggere, studiare, informarsi su ciò che corrisponde alle sue inclinazioni e interessi, non riceve alcuna corrispondenza, quelle in entrata sono tutte trattenute e quelle in uscita soffrono dell’autocensura del detenuto stesso. Di fatto, al Bancali, le ore d’aria si sono ridotte a due, trascorse in un cubicolo di cemento di pochi metri quadri, il cui perimetro è circondato da alti muri che impediscono alcuna visuale o semplicemente di estendere lo sguardo all’orizzonte, mentre la visuale del cielo è oscurata da una rete metallica. Un luogo caratterizzato in estate da temperature torride e in inverno da un microclima umido e insalubre.

La mancanza di profondità visiva incide inoltre sulla funzionalità del senso della vista mentre la mancanza di sole sull’assunzione della vitamina D. La socialità è compiuta una sola ora al giorno in una saletta assieme a tre detenuti, sottoposti al regime da numerosissimi anni, che in realtà si riducono ad uno in considerazione del fatto che un detenuto è sottoposto ad isolamento diurno per due anni e un secondo ormai tende a non uscire più dalla cella.

Il Bancali, inoltre, ha una peculiarità stigmatizzata a suo tempo dal Garante nazionale. Nel rapporto si può apprendere che le sezioni del 41 bis sono state realizzate in un’area ricavata, scavando, al di sotto del livello di quota dell’Istituto e degli altri manufatti che lo compongono complessivamente.

Le cinque sezioni scendono gradatamente, con una diminuzione progressiva dell’accesso dell’aria e della luce naturale, che filtrano solo attraverso piccole finestre poste in alto sulla parete, corrispondenti all’esterno al livello di base del muro di cinta del complesso. Per tale motivo, sia le persone detenute nelle proprie stanze che il personale nei propri locali devono tenere continuamente la luce elettrica accesa per sopperire alla carenza di quella naturale. In sostanza, vivono sotto il livello del mare.

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