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L’assalto al reddito di cittadinanza divide la maggioranza

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Sull’opportunità di intervenire drasticamente subito l’unanimità si dissolve perché sia in Forza Italia che nella Lega molti non sono d’accordo. Temono di creare un esercito di disoccupati in piena crisi
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Il fronte principale, nel campo di battaglia che è da sempre la legge di bilancio un tempo detta finanziaria, è il reddito di cittadinanza. Su questo discute il Cdm riunito nella notte ma qualunque sia la decisione la partita non è necessariamente conclusa perché se c’è un capitolo che potrebbe tornare in ballo in aula è proprio questo. È bene chiarire subito un punto cardine: la retorica adoperata in campagna elettorale contro il rdc c’entra solo marginalmente con l’ipotesi di massacrarlo messa sul tavolo dalla premier, sollevando dubbi e dissensi anche della ministra del Lavoro Calderone.

È una logica antica, anzi eterna quella che spinge Giorgia Meloni a reclamare lo scalpo del rdc: fare cassa. Servono soldi per la copertura di un provvedimento a cui le parti sociali tengono moltissimo e che l’inquilina di palazzo Chigi intende sbandierare come prova del suo impegno per i lavoratori più poveri: portare da 2 a 3 punti il cuneo fiscale per i lavoratori al di sotto dei 20mila euro annui. Quel liquido può arrivare solo dalla falcidie del reddito di cittadinanza.

Le misure possibili sono tre: la più dolorosa e contrastata è l’eliminazione del sostegno di qui a 6 mesi per gli “occupabili”, cioè per chi è in grado di lavorare. Solo che si tratta di 600mila persone, tra le quali i famigerati furbetti sono una percentuale risibile. Nella stragrande maggioranza si tratta di occupabili che però non riescono a diventare occupati, o ai quali vengono offerte occupazioni per compensi offensivi e molto spesso anche di effettivamente occupati, ma per salari tanto bassi che senza il rdc non ce la farebbero a tirare avanti.

La seconda ipotesi è quella di eliminare il diritto al rdc dopo il primo lavoro rifiutato e si tratterebbe di una di quelle modifiche apparentemente parziali ma tali da rovesciare il senso di una legge. Il rdc nella sua versione originale serve infatti ad aumentare il potere contrattuale dei lavoratori offrendo una soglia minima che i datori di lavoro sono di fatto costretti a superare nella loro offerta. Obbligarli ad accettare la prima offerta, pena l’esclusione dall’accesso al reddito, capovolge completamente la logica del provvedimento obbligando ad accettare anche offerte minime. Si tratta di fatto di un salario minimo, fissato però al ribasso.

Ultima opzione in campo, l’abbassamento dell’assegno. Che però nella grande maggioranza dei casi è già molto più basso del tetto di 750 euro che viene concesso con gran parsimonia. La media si aggira intorno ai 550 euro mensili e decurtarli significa vanificare in buona parte la misura anche solo in termini di possibilità di sopravvivenza.

Sulla carta tutta la destra è favorevole alla sforbiciata, né potrebbe essere diversamente essendo stata la crociata contro il reddito uno dei principali cavalli di battaglia comuni. Sull’opportunità di intervenire drasticamente subito invece l’unanimità si dissolve perché sia in Fi che nella Lega molti non sono convinti dell’opportunità di creare un esercito di disoccupati o sottocupati proprio nel mezzo di una crisi gigantesca.

Anche perché il disagio che dilagherebbe in una parte della popolazione e dell’elettorato non sarebbe compensato dal sostegno di Confindustria. Concentrare quanto più possibile le risorse sul taglio del cuneo è la richiesta univoca dei sindacati e di Confindustria, il cui presidente Bonomi continua a reclamare un intervento shock: 5 punti di taglio che, secondo l’intesa raggiunta dalle parti sociali, dovrebbero andare per 2/ 3 ai lavoratori e per un terzo alle aziende.

Il taglio di un solo punto in più dei 2 tagliati da Draghi solo per i lavoratori più poveri non basterà ai sindacati ed essere tagliata fuori manderà Confindustria su tutte le furie. E Forza Italia dà man forte insistendo per la detassazione dei nuovi assunti dai 18 ai 34 anni. Ci sono altri capitoli sui quali non c’è vera intesa: la cancellazione dell’Iva su pane e latte costa molto ma restituisce pochissimo, una ventina di euro all’anno secondo le associazioni dei consumatori; l’ipotesi di eliminare lo “sconto” di 30 cent al litro per la benzina, mantenendolo solo per il gasolio abbatte uno dei principali ristori contro il caro energia, l’allargamento della Flat Tax non sfiorerà neppure i lavoratori dipendenti mancando i fondi per la Flat incrementale che doveva riguardare proprio loro.

Insomma, la premier rischia di aprire la sola vera partita che conti oggi in Italia, quella socio- economica, scontentando tutti e sarebbe per lei un danno molto maggiore che non il dl Rave o il disastroso braccio di ferro sugli sbarchi.

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