Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Manovra tutta «politica», ma la coperta è corta…

La priorità assoluta: caro bollette e crisi energetica. Su 35 miliardi impiegati 21, praticamente l'intero scostamento di bilancio, tutto quanto preso a debito, va su quel fronte
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«La manovra è politica»: Giorgia Meloni lo ripete tre volte in apertura della conferenza stampa nella quale lei e tutti i ministri competenti si apprestano a illustrare la legge di bilancio approvata nella notte. È un’affermazione che va decodificata.

La premier intende dire, e lo chiarirà lei stessa nel prosieguo, che anche se le misure sono di portata limitata e a volte molto limitata aprono un percorso, indicano la direzione, dicono più quel che il governo intende fare che non il poco che ha potuto fare stavolta.Se la si interpreta così, la manovra dice che per il governo la priorità assoluta è fronteggiare il caro bollette e la crisi energetica. Su 35 mld raggiunti dalla manovra 21, praticamente l’intero scostamento di bilancio, tutto quanto preso a debito, va su quel fronte. Non si tratta di una grande indicazione: era una strada obbligata sia perché la crisi incalza sia perché per altri obiettivi la Ue non avrebbe consentito neppure questo scostamento formato mini.

Ma la manovra dice anche un’altra cosa: che senza qualche sovvertimento nel contesto fronteggiare la crisi senza un vero scostamento sarà impossibile. Questi 21 mld basteranno fino ad aprile e a costo di ridimensionare drasticamente il taglio delle accise sulla benzina, cioè una delle voci più importanti per i consumatori. La premier spera che per quella data la Ue abbia trovato modo di intervenire e dare una mano. Se così non sarà il governo dovrà tornare a fare debito o sfidare una popolazione lasciata senza protezione.

La seconda voce di spesa è il taglio del cuneo fiscale. Fino a 35mila euro sono confermati i 2 punti di taglio di Draghi, tutti devoluti a vantaggio dei lavoratori. Un terzo punto si aggiunge per i lavoratori al di sotto dei 20mila euro. È un passo che non può soddisfare le parti sociali: Confindustria, rimasta a becco asciutto, è imbufalita. I sindacati, a fronte di un aumento del taglio che riguarda una platea ristretta, certo non festeggiano. L’indicazione è in sé positiva, sia per la priorità data al taglio del cuneo sia per la scelta di privilegiare i salari. Ma l’obiettivo di raggiungere i cinque punti di taglio reclamati da Bonomi e dalle confederazioni per la fine della legislatura è invece allarmante.

Cinque anni, nelle condizioni date, sono un’eternità. Le parti sociali si aspettano un nuovo intervento decisamente più corposo molto prima. La rivalutazione delle pensioni modulata migliorando la situazione di quelle minime e limitando invece di molto l’indicizzazione di quelle massime è un’altra indicazione positiva, così come la scelta di portare dal 25 al 35 per cento la tassa sugli extraprofitti prodotti dalla crisi energetica. Il governo proclama così l’intenzione di guardare prima di tutto alle fasce più disagiate. In soldoni però l’ottima intenzione si traduce in spicci: le minime arriveranno a 600 euro e resta una miseria. La Flat Tax è quasi inesistente ma se la si prende come indicazione mira a premiare il redditi medi e alti, non certo quelli più bassi.

La sola innovazione dell’ultima ora rilevante, la detassazione per i nuovi assunti se al di sotto dei 36 anni o se donne o anche percettori di rdc interviene più sostanziosamente e avrà qualche effetto sulla disoccupazione ma è di nuovo una misura che guarda principalmente all’impresa. Il Rdc, infine, è stato completamente smantellato. È vero che la premier si è dovuta arrendere alle insistenze della ministra del Lavoro Calderone rinviando di un anno la cancellazione dalla platea di 600mila “occupabili”, ma è anche vero che l’ulteriore anno è stato limitato a sole 8 mensilità e l’obbligo di accettare la prima offerta di lavoro trasforma il rdc da strumento che aumentava la forza contrattuale dei lavoratori in strumento-capestro di ricatto a favore dei datori di lavoro.

Dunque di questa manovra si possono dire due cose. Nella sostanza è un rinvio: nessun nodo è sciolto e di nessuno si intravede una strategia per risolverlo. Se ne riparlerà, partendo dallo stesso punto, fra 3 o 4 mesi. Come indicazione, però, le fasce più disagiate, nonostante le parole della premier, hanno ben poco da stare allegre. Sembrano essere considerate un problema da delegare alla carità e alle rosee speranze ma nulla di più.

Ultime News

Articoli Correlati