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E Bellocchio spiegò: “Dietro le Br c’erano soltanto le Br…!”

Il film “Esterno notte” mette finalmente la parola fine a decenni di deliri dietrologici sul rapimento Moro
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Marco Bellocchio non è uno storico. È un regista e un autore: analizzare il suo Esterno notte con lo sguardo severo dello storico di professione è insensato. Ma uno sguardo storico di fondo è inevitabile come è ovvio che quella visione storica di fondo condizioni poi l’intera narrazione. Da questo punto di vista Bellocchio è stato netto come pochissimi altri nei suoi due elementi decisivi.

Il primo è che dietro le Br c’erano solo le Br. Nessun complotto internazionale. Nessun puparo annidato nel cuore dello Stato. Nessuna manovra per evitare una possibile liberazione armata dell’ostaggio. Nessuna complicità della criminalità organizzata nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’attacco. Questo è l’essenziale, la cornice, e su questo Bellocchio rifugge da ogni ambiguità qualsiasi sia il parere sui particolari all’interno di questa cornice.

Il secondo punto fermo riguarda le motivazioni che spinsero lo Stato a rifiutare ogni trattativa politica, essendo invece disponibile a pagare una cifra vertiginosa in cambio della salvezza di Moro. Quelle motivazioni furono politiche, non etiche o di principio. Risposero a un calcolo politico legato alla contingenza molto difficile che il sistema politico stava traversando, non alla doverosa difesa di incrollabili precisi. Anche da questo punto di vista si può dissentire dalla ricostruzione di Bellocchio, che probabilmente sottovaluta il ruolo invece essenziale del Pci nell’imporre la fermezza minacciando in caso contrario crisi di governo ed elezioni anticipate che in quel momento e soprattutto su quel tema la Dc non poteva permettersi. Ma sulla cornice, sul ragionamento politico che spinse di fatto a sacrificare l’ostaggio Andreotti, che di Moro non era amico, ma anche democristiani vicinissimi al presidente del partito con Zaccagnini e Cossiga e persino il Papa la visione di Bellocchio è limpida e lucida.

Non sono particolari. Circolano da 45 anni centinaia di volumi che ipotizzano, dandole però per certissime, trame opposte, e sulla stessa fantasiosa linea si sono mosse tanto i mezzi di comunicazione di massa quanto le commissioni parlamentari d’inchiesta. Di fatto tutti tranne chi sulla vicenda aveva il compito di indagare e sentenziare, i pm e le Corti di giustizia, le cui conclusioni sono peraltro del tutto ignorate dall’armata dei complottisti.

Un catalogo dei sedicenti “misteri del caso Moro” è impossibile: servirebbe una enciclopedia. È il caso di segnalare che questa proliferazione selvaggia di “misteri”, di “particolari inspiegati”, di “elementi fortemente sospetti” è anomala in sé e quasi prova l’inconsistenza dell’intero impianto. In una vicenda storica possono esserci due o tre elementi oscuri e sospetti, tali da suscitare e autorizzare dubbi. Se diventano 2 o 3mila dovrebbe essere evidente che qualcosa non torna nell’approccio, nelle lenti con le quali si guardano i fatti e che in realtà li distorcono.

Esistono in realtà innumerevoli varianti nella teoria del complotto, anche molto diverse tra loro. Tutte hanno in comune un elemento: le Br erano manipolate da soggetti ben più potenti di loro e che perseguivano obiettivi opposti. L’obiettivo, nella stragrande maggioranza e persino quando si immaginano registi occulti in forza al Patto di Varsavia, era arrestare la altrimenti irrefrenabile marcia dei comunisti verso un ingresso al governo con la Dc, eventualità sgradita a entrambi i blocchi ma inevitabile se Moro fosse stato vivo. Anche quando l’amico amerikano (o russo) non è direttamente chiamato in causa, questo era comunque l’obiettivo del pupar per eccellenza, l’uomo nero della storia italiana, Licio Gelli il gran maestro che poteva contare sui vertici dei servizi segreti iscritti alla sua P2.

Come spesso capita l’architettura fantastica si avvale di elementi reali. Gli Usa, nonostante la dottrina della non ingerenza del presidente Carter, erano realmente ostili anche solo all’ingresso del Pci nella maggioranza pur senza partecipazione al governo e nel corso dei 55 giorni, almeno da un certo momento in poi, si prodigarono per evitare una trattativa politica, che del resto non era mai stata presa in considerazione, pur sapendo che ciò avrebbe quasi certamente reso inevitabile la morte di Moro.

Ma non esiste nessunissimo elemento che autorizzi a sospettare un ruolo diretto o indiretto e persino solo marginalissimo nell’organizzazione o nella gestione del sequestro. Senza contare il particolare per cui se il problema fosse stato eliminare Moro per fermare la sua politica di apertura al Pci, che era per la verità molto più cauta di quanto non si favoleggi e prevedeva tempi biblici, sarebbe stato più semplice giustiziarlo in via Fani. Nessuno, neppure il più spericolato costruttore di misteri, mette però in dubbio la genuinità e la buona fede dei brigatisti. Sarebbe del resto impossibile. La loro biografia, prima e dopo il sequestro, rende impossibile ogni eventuale illazione.

I brigatisti erano rivoluzionari comunisti che usavano il terrorismo come strumento di propaganda armata per arrivare la guerra civile: esattamente ciò che dicevano di essere. L’unica via per aggirare questo ostacolo è sospettare di doppio gioco non le Br ma uno specifico e singolo brigatista, però molto potente nell’organizzazione e in particolare nella gestione dei 55 giorni del sequestro: Mario Moretti, il “capo delle Br”. Buona parte delle controinchieste dilettanti si è dunque concentrata proprio su Moretti al punto che oggi è quasi un luogo comune universalmente diffuso il doppio gioco di Moretti.Ma qualsiasi analisi meno superficiale e pregiudiziale smentisce questo sospetto. Al contrario, Moretti è l’unico tra i brigatisti che parteciparono alla “Operazione Fritz” ancora in carcere dopo 41 anni dall’arresto. Come ricompensa per i servizi resi allo Stato è quanto meno bizzarra.

La realtà è che i sospetti su Moretti non derivano da elementi effettivamente oscuri ma dal fatto che se non si dà per scontata la doppiezza di Moretti diventa impossibile fantasticare su una eterodirezione delle Br. Moretti “deve” essere stato manipolato non perché qualcosa indichi detta manipolazione ma perché in caso contrario non può esserci stato complotto, come invece assiomatico. Tra i meriti dell’approccio storico di Bellocchio c’è in particolare il non aver concesso niente alla storia balzana di un Mario Moretti al servizio di qualche oscuro burattinaio.Una seconda e robustissima colonna dell’impianto cospiratorio è che la prigione di Moro non sia stata individuata solo perché lo Stato, o almeno settori fondamentali e nevralgici dello Stato, non volevano trovare e liberare l’ostaggio. Su questo punto i brigatisti non hanno mai detto niente né potevano farlo, non essendo ovviamente al corrente di cosa succedeva dall’altra parte della barricata.

È soprattutto su questo fronte che viene esaltato il ruolo dei piduisti al vertice dei servizi e quindi nell’unità di crisi del Viminale. Ma anche qui nulla autorizza a sostenere che le forze dell’ordine e lo Stato non abbiano fatto tutto quel che erano in grado di fare. E i servizi segreti, in fase di completa riorganizzazione dopo il terremoto degli anni precedenti erano poco più che inesistenti.La realtà è che, una volta raggiunto l’appartamento di via Montalcini in cui Moro rimase sempre, nonostante le numerose leggende dicano il contario, trovarlo o meno dipendeva solo dal caso, da un colpo di fortuna come quello che quattro anni dopo avrebbe permesso di liberare Dozier. Quel colpo di fortuna ci fu, grazie alla banale perdita d’acqua che il 18 aprile portò alla scoperta della base di via Gradoli. Fu sprecato.

La fuga di notizia rese la notizia di pubblico dominio e gli inquilini, Mario Moretti e Barbara Balzerani, si salvarono non rientrando a casa. Ma nel caos e nello smarrimento di quei giorni è probabile che si sia trattato di un semplice errore di una polizia che era del tutto impreparata per una simile emergenza. In fondo il primo e principale errore fu commesso all’origine, con Moro e la scorta che percorrevano ogni giorno lo stesso percorso e gli agenti di fatto disarmati, con le pistole nei borselli e i mitra nel portabagagli. Ci si può immaginare a quali costruzioni fantastiche avrebbero dato luogo errori di simile portata se non fosse che a commetterli era stato il caposcorta, esperto, capace, legatissimo a Moro e soprattutto ucciso in via Fani, il maresciallo Oreste Leonardi.

Anche in questo caso va a tutto merito di Bellocchio non essersi prestato a nessun civettamento con la tesi della liberazione armata di Moro deliberatamente evitata dallo Stato. E’ certamente vero che a un certo punto il sistema politico e soprattutto la Dc accettarono la fortissima probabilità che Moro fosse ucciso, ma lo fecero per evitare un terremoto politico in prospettiva molto più disastroso: la crisi e nuove elezioni che avrebbero obbligato la Dc a formare un governo col Pci in rotta di collisione con Washington ma anche con la maggioranza del partito cattolico.

Esterno notte può piacere o meno e Bellocchio è un autore dal taglio troppo personale per risultare gradito a tutti. Ma dal punto di vista della storia, nonostante i particolari discutibili o apertamente imprecisi, il suo film fa giustizia di 40 anni di deliri contrabbandati per ricerca della verità.

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