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Se le professioni provassero a salvarsi da sole? Al di là di flat tax ed equo compenso

equo compenso
Va evitata l’ipotesi che soprattutto i più giovani possano smarrire, per garantirsi la redditività, il senso della professione stessa
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Provo ad affrontare sinteticamente due questioni che riguardano l’intero mondo delle professioni, ordinistiche e non ordinistiche: equo compenso e tassazione con imposta piatta. Allo scopo, necessitano coraggio e onestà intellettuale in dosi massicce; faccio quello che posso. E comincio col chiarire: chi potrebbe essere contrario a un compenso equo? Della serie: se il linguaggio, al quale prestiamo fede, non dà scampo, l’analisi neppure comincia. E poi: chi è favorevole all’equo compenso, dovrebbe esserlo rispetto a tutti i prestatori d’opera, professionisti e non, cioè di tutti i potenziali prenditori di quel compenso. Quindi anche il salario minimo dovrebbe trovarci d’accordo. Né si può ammettere l’obiezione che si tratti di questioni differenti: con un po’ di maquillage di tipo tecnico-economico, se non addirittura giuridico, se ne dimostrerebbe l’equivalenza, almeno in termini di nobiltà dei principi che supportano tali istanze. E poi la tassa piatta, la cui storia, anche terminologica, richiederebbe un’ampia esegesi (di cui francamente nessuno sente il bisogno).

Resta il fatto, però, che un avvocato o un consulente informatico che al tempo t avessero dichiarato un reddito di 65.001 euro pagherebbero, al tempo t+1, un’imposta netta dell’80% maggiore rispetto allo stesso – ma più avveduto – professionista dichiarante euro 64mila 999 (a parità di costi di produzione del reddito, espliciti o imputati). Con qualche conseguenza sulla costruzione del volume d’affari prodotto e dichiarato. Sono, dunque, contrario all’equo compenso e alla flat tax? No. Sono favorevole, ma con qualificazioni. E devo arrivarci con fatica logica e interpretando difficili evidenze empiriche, un esercizio comunque istruttivo per chi vuole capire (più che rivendicare). Partendo dal tema del compenso, esso, anche in ottica liberale di mercato, ha interesse e significato pregnante: nel caso in cui persistano condizioni di squilibrio contrattuale, in ragione di un eccesso di potere (di mercato di una parte), potere che il mercato stesso non è in grado di eliminare, una qualche forma di regolamentazione è ammissibile sotto il profilo del benessere aggregato.

Sarebbe il caso, per esempio, di un grande contraente, come la Pubblica Amministrazione, che non si curasse troppo delle condizioni della controparte fornitrice di servizi. Tuttavia – ed è il mio punto faticoso e doloroso – se all’equo compenso verso la P.A., in guisa di corollario (falso), fanno seguito norme che riducono la concorrenza tra operatori, che riducono la possibilità di sviluppare marketing e pubblicità, che sanzionano comportamenti appena fuori linea rispetto a occhiute definizioni deontologiche, oppure, infine, che impongono l’equo compenso nei confronti di controparti ancora più deboli di quelle che il compenso equo vorrebbe tutelare, si esonda in un terreno che non aiuta i professionisti. Campo che contraddice il sano individualismo del professionista, portandolo rapidamente alla negazione stessa della professionalità e dell’indipendenza organizzativa che lo caratterizzano. Insomma, è la strada verso il lavoro dipendente che, però, per qualche ragione, il professionista non ha scelto. Sulla flat tax bisogna fare o un passo indietro o uno avanti. Così non va bene.

Penso alle associazioni tra professionisti che sovente devono sciogliersi al fine di permettere a ciascun componente di fatturare sotto la soglia, visto che il reddito di un associato come tale non può rientrare nel regime forfettario. Bisogna ricomprendervi questa fattispecie, proprio per tutelare – e non disincentivare – forme organizzative efficienti sotto tanti profili (specializzazione, formazione, costi di produzione). Pensate a quelli che sostengono che il nostro Paese non funziona perché ci sono troppe e troppo piccole imprese e troppi e troppo piccoli professionisti (gli avvocati ne sanno qualcosa di questa pubblicistica, diciamo così, orientata). Sono gli stessi che spingono per la “dipendentizzazione” del lavoro, che si aggregherebbe su unità produttive più grandi e competitive, dimenticando la ricchezza e unicità dell’autonomia del lavoro professionale stesso.

Soprattutto, le istanze qui discusse non devono illudere il mondo delle professioni che con un paio di leggi si risolvano i problemi. E, anche a tal proposito, chi più dell’avvocatura potrebbe averne consapevolezza? Insomma, ho paura che soprattutto i più giovani, tra i professionisti, ordinistici e non, possano smarrire, per via di un pure nobile tentativo di garantirne la redditività, il senso della professione stessa. Domandare alla controparte istituzionale di risolvere i propri problemi può apparire congruo dal punto di vista sindacale. Molto meno dal punto di vista sostanziale. Bisognerebbe fare in modo che governo e burocrazia, in un certo senso, si interessassero meno, e non di più, delle professioni. (*DIRETTORE CENTRO STUDI CONFCOMMERCIO)

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