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«Il civilista è garante dell’equità dei rapporti sociali con passione e preparazione»

Antonio de Notaristefani
Antonio De Notaristefani, presidente dell’Uncc, per la specializzazione suggerisce ai neolaureati «di tenere presente l’interesse personale»
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Una solida preparazione all’università, una passione per la professione forense, e una piena consapevolezza del ruolo dell’avvocato civilista di garante dell’equità nei rapporti sociali. Sono questi i requisiti per svolgere al meglio il lavoro di avvocato civilista, come spiega Antonio de Notaristefani di Vastogirardi, presidente dell’Unione Nazionale delle Camere Civili (UNCC): «La conoscenza teorica che si acquisisce all’università, che è importantissima, e che va valorizzata con un’intensa esperienza in uno studio legale serio, anche se non importante, la capacità di provare piacere e interesse nell’attività forense, che è il frutto della passione, necessaria per lavorare bene, e l’attrazione verso il fascino del ruolo dell’avvocato, che lungi dall’essere solo una professione tecnica, presenta una ricca umanità, interessandosi dei problemi vissuti dai cittadini, tutti questi sono i presupposti per svolgere al meglio la professione dell’avvocato civilista».

Una professione che può offrire tante soddisfazioni, come ricorda de Notaristefani: «Il lavoro del civilista è molto vario, tanto che a me non è mai capitato in 40 anni di professione di affrontare due situazioni uguali, e questo, oltre a richiedere un’agilità mentale per affrontare ogni volta fattispecie diverse, che ti fa restare giovane, comporta che non si ha mai una vera routine, che potrebbe annoiare. Va poi considerato che con i clienti, che possono provenire da contesti sociali molto diversi, si sviluppa spesso un rapporto empatico, e questo costituisce un altro elemento di ricchezza di questa professione. Se a questo si aggiunge la gratificazione che si ottiene quando si riesce a ottenere giustizia, o comunque il riconoscimento di diritti o di aspettative dei propri clienti, che diventa molto più intensa, quando si rappresentano gli interessi di una comunità, allora si capisce che la professione del civilista può essere una delle migliori attività lavorative in assoluto».

Al tempo stesso non mancano le difficoltà, come ammette il presidente di UNCC: «Innanzitutto non si può sfuggire a una dura gavetta, che richiede molti sforzi e impegno assoluto, a cui si può aggiungere lo stress di relazionarsi con alcune tipologie di clienti importanti, i quali possono cercare di influenzare oltremisura le decisioni dell’avvocato. Anche il rapporto con i magistrati, che in campo civilistico è dialettico (a differenza dei colleghi penalisti, che invece possono avere un rapporto di contrapposizione), può essere fonte di complessità, e per questo mi sento di raccomandare serietà e sobrietà, unitamente alla dimostrazione di una solida preparazione tecnica, per acquisire l’opportuno rispetto da parte dei giudici, che è spesso il presupposto per ottenere risultati positivi per gli interessi che si tutelano».

Mentre in altre specializzazioni dell’avvocatura, come quelle penali e amministrativiste, vi è un numero relativamente contenuto di specializzazioni, nel settore civilistico la diversificazione è piuttosto ampia, per cui un giovane avvocato potrebbe chiedersi in primo luogo se deve necessariamente acquisire una specializzazione, e in ogni caso su quale puntare.«A queste domande – chiosa de Notaristefani – rispondo affermando che è ancora attuale, oltre che utile, la figura dell’avvocato generalista, il quale, per specifiche questioni, può sempre consigliare al proprio cliente dirivolgersi a un collega esperto della materia in cui ricade la fattispecie presentata dal cliente. In altre parole, sono convinto che anche nell’avvocatura, come avviene nella medicina, sia necessaria la presenza di un professionista in grado di svolgere un ruolo di interfaccia con la clientela, per indirizzarla poi, se del caso, a specialisti, esattamente come fa il medico di famiglia, che ascoltati i sintomi della malattia, valuta se è opportuno l’intervento di un medico specialista in grado di fare una diagnosi, e quindi una terapia, adeguata alle necessità del paziente».

In definitiva il presidente dell’UNCC suggerisce l’attivazione da parte dell’avvocato generalista di un network con colleghi specializzati nelle varie branche del diritto, i quali potrebbero a loro volta creare studi con esperti di diversi settori, e perfino di diverse professioni, o in alternativa, forme organizzate di reti di professionisti competenti nei diversi ambiti del diritto.

Ma ai neolaureati in giurisprudenza che volessero acquisire una specializzazione in ambito civilistico, quale si potrebbe consigliare? «In merito alla scelta della specializzazione mi permetterei di consigliare – continua il presidente dell’UNCC – di tenere presente in primo luogo l’interesse personale, in quanto, come già ricordato, per far bene un lavoro ci vuole passione, e in secondo luogo la realtà in cui si trova il giovane professionista, fermo restando che nulla vieta di spostarsi in altre aree del Paese dove quella specializzazione è più richiesta. Ad esempio, se ci si intende occupare di diritto societario, forse la piazza di Milano è quella più indicata, mentre se si punta a gestire crisi di impresa, bisognerebbe risiedere in aree ad alta concentrazione di Pmi, come i distretti industriali».

Al di là di queste considerazioni, va detto che recentemente le camere civili avevano condotto un sondaggio per conoscere la specializzazione più gettonata, e questa è risultata essere quella contrattuale. Personalmente ritengo che temi come la crisi di impresa, la responsabilità civile, i diritti reali, la locazione, il condominio, e le successioni siano specializzazioni evergreen, ossia sempre promettenti».

Ma come impatterà la stagione delle riforme sul lavoro quotidiano degli avvocati civilisti? «Devo ammettere che le riforme Cartabia avranno un impatto modestissimo, se non nullo, sull’operatività dei civilisti – denuncia de Notaristefani – e il motivo è ovvio: il vero problema della giustizia italiana non deriva dal diritto processuale, ma dallo squilibrato rapporto tra il numero di magistrati e il numero di processi. In base alla mia esperienza, credo che gli attuali 10.000 magistrati, di cui non si conosce neppure la loro suddivisione tra tribunali civili e penali, dovrebbero diventare il triplo per poter assolvere alla loro funzione tempestivamente. Questo aumento potrebbe consentire di superare un’altra questione annosa del nostro sistema giudiziario, ossia il mancato rispetto dei termini previsti dal diritto processuale, per il quale non vi è nessuna conseguenza».

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