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Guerra, fisco, giustizia: quanti distinguo nel centrodestra

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Garantisti e giustizialisti, autonomisti e presidenzialisti, atlantisti convinti ed euro scettici. I nodi del governo
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Il nastro del “film” del post- Draghi non può che ripartire dalla notte di fine luglio in cui un Cav, costretto a venire alla Camera da Giorgia Meloni, non più disposta a vertici nelle ville di Silvio Berlusconi ma solo in sedi politiche e istituzionali, da “vecchio” combattente si sobbarca il caldo feroce. E con l’alleato Matteo Salvini cerca di tenere botta. Real politick: se è Giorgia il leader con più consensi, disposti ad appoggiare lei come premier, perché questa era l’ultima chance per tornare al governo. Solo che il Cav e forse anche Salvini speravano che non fosse così marcatamente destracentro. Intviene l’algoritmo diabolico di Roberto Calderoli sull’applicazione del Rosatellum e più collegi uninominali alla Lega, poi precipitata a sotto anche il 9 per cento, sulla base dei sondaggi di allora, per cui era ancora a doppia cifra. Salvini aveva già provato a stoppare l’amica coetanea Giorgia con la formula, poi passata nel vertice che dette il via al cambio del centrodestra in destracentro, pur di non perdere l’ultimo treno, secondo cui “chi” e non ‘ il partito’ che ha ottenuto più voti proporrà al Capo dello Stato il premier. Tradotto: il “centro” del centrodestra, intendendo per questo anche la Lega sulla linea pragmatica liberale meno statalista e dirigista di FdI, forse sperava ancora in una sorta di pareggio per cui sarebbe stata proposta come premier magari una figura esterna ma sempre di centrodestra. Invece, no. Ha vinto il destracentro, con una netta affermazione di Fdi su Lega e FI, doppiati per giunta anche nel loro Nord.

Si parte con un programma comune, però affiancato da programmi dei singoli partiti, e si va alla campagna elettorale a tre punte. Risultato: il centrodestra torna al governo, ma nelle vesti di un marcato destracentro identitario. E il primo biglietto da visita, anziché il caro bollette in cima ai pensieri degli italiani, è un provvedimento contro i rave party illegali. Non può che venire allo scoperto l’anima certamente pro sicurezza ma garantista per principio di Forza Italia sull’ ipotesi assurda in quanto tale di intercettare un sedicenne. Francesco Paolo Sisto, viceministro azzurro alla Giustizia, ha già posto, con Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, uomo anche lui molto vicino al Cav, le due criticità sul piano del diritto: circoscrivere la norma e abbassamento della pena sotto i 5 anni, oltre i quali c’è un automatico via alle intercettazioni anche dei “ragazzini”.

Ma distinguo non meno importanti sono emersi anche in misura clamorosa sulla politica internazionale. Chi può contestare al Cav di essere un europeista e atlantista della prima ora? Quello stesso Berlusconi che ridette il via, da premier nel 1994, alle visite al cimitero militare Usa di Nettuno, a quelle migliaia di giovani martiri angloamericani decisivi con i partigiani per liberarci dal nazifascismo? Ma Berlusconi è anche il leader che indusse Putin a stringere la mano a Bush junior a Pratica di Mare, proprio per portare lo “Zar”, nella Nato, in Occidente. E al netto di audio o barzellette su “vodka e lambrusco” non obbedisce alla “velina” unica per cui se poni la necessità che prima o poi occorre trovare la via della pace, contro il gesto criminale dell’invasione di uno Stato sovrano, diventi agli occhi di tutti un filo- putiniano tout court. Il sostegno all’Ucraina, seppur declinato con sfumature diverse nei rispettivi programmi affiancati alla cornice comune del centrodestra, è al primo posto del programma unitario del centrodestra. Lo è anche l’atlantismo e l’europeismo, seppur nel caso di Meloni appaia in modo più netto il primo rispetto al secondo, ma l’europeismo del programma comune dice no all’ «Europa burocratica».

Poi, l’approccio economico. Da un lato Lega e FI a favore della flat tax, con la prima attestata sul 15 per cento, già attuata nel Conte/ 1 per decisione di Salvini, sulle partite Iva fino a 65.000 euro, per la seconda sul 25 per cento. Meloni nel discorso alla Camera media su flat tax ‘ incrementale’ fino a 100 mila euro, in linea con una richiesta di Salvini. Ma per il resto le proposte in materia del premier sull’abbassamento del cuneo fiscale, pur approvato anche dal centrodestra, non sembrano discostarsi molto dal Pd di Enrico Letta.

FdI appare sempre rispetto a Lega e FI più difensore dello statalismo che del liberalismo. E, a questo proposito, c’è il problema della coesistenza tra Autonomia e Presidenzialismo. Riforme non in contraddizione tra loro. Solo che l’Autonomia differenziata in Costituzione, tema bandiera della Lega, è riforma che si può fare subito, ‘ senza costi’. Mentre il presidenzialismo se non approvato con i due terzi del Parlamento deve esser sottoposto a referendum. Il centrodestra i numeri li ha per far approvare la riforma, ragione sociale della Lega, resta però l’oggettiva incognita costituita dalla ventina di sottosegretari- senatori che rischiano per impegni istituzionali di non assicurare alla maggioranza una prevalenza tranquilla anche a Palazzo Madama. Forse, la stessa Meloni ora avrà davanti un’altra grande scommessa, ovvero quella di farsi lei stessa ‘ centro’ per far centro, dopo la premiership, anche nella leadership di un nuovo centrodestra, più forte e competitivo, come il caso Moratti in Lombardia induce a pensare, di quello identitario destracentro, esordito sull’anti-rave party.

 

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