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Senza maggioritario il presidenzialismo crea “un presidente da solo nel deserto”

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È il momento di riflettere insieme su quali regole istituzionali ed elettorali permetterebbero di far emergere l’offerta di sintesi più moderna
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di Simone Sapienza*

È possibile affrontare la crisi del più grande partito dell’area progressista, nato dalla ‘vocazione maggioritaria” dei suoi fondatori, senza prendere di petto il tema della riforma del sistema elettorale? È ipotizzabile che il grado di modernità di un partito, la sua capacità di autoriformarsi, accogliendo nuove istanze e generazioni, dipenda anche dalle regole che determinano la selezione dei rappresentanti eletti negli organi rappresentativi?

L’Italia ha raggiunto il più alto astensionismo nell’era del suffragio universale e una maggioranza dei votanti si è mostrata pronta a concedere volontariamente diritti in cambio della protezione che non percepisce. Le poche elette a sinistra poi assistono all’elezione della prima donna premier divenuta leader in forza della lontananza dall’agenda femminista con un profilo rassicurante per i conservatori. Una situazione che richiederebbe ai sinceri democratici che partecipano al dibattito sul futuro del principale partito di opposizione la capacità di riflessioni profonde, non delimitate dagli steccati del passato.

Come militante e dirigente Radicale, cresciuto con Marco Pannella, il politico che più ha prestato impegno per la democrazia e le riforme elettorali in Italia, convinto com’era della necessità, già prima che nascesse, di un grande partito democratico, vorrei interrogarci su quale sia oggi il sistema più adeguato ad aprire veramente la competizione politica nei partiti che concorrono al governo del paese e a rendere più moderna la loro offerta politica.

Il tema della legge elettorale è solitamente legato a quello della stabilità e della forma di governo. Per i Radicali, da 40 anni l’argine all’instabilità politica prodotta dal proporzionale è il maggioritario puro, mai realizzato in Italia. E in questi anni il susseguirsi di sistemi misti ha ampiamente dimostrato come la pressione partitocratica prevalga su qualsiasi proposta di riforma. A fronte di ciò, la destra seguita da Matteo Renzi oggi propone come panacea dello strutturale immobilismo il modello “sudamericano” con il presidenzialismo misto a proporzionale: “un presidente nel deserto” lo definiva Pannella, giudicando questa congiunzione come il peggiore dei mali. Se questa riforma di governo passasse sarebbe un motivo in più per il Partito Democratico di battersi con urgenza per il maggioritario, invece di rimanere unicamente sulle barricate.

Tuttavia, la legge elettorale non determina solo gli equilibri tra poteri e forze politiche, ma la stessa composizione della classe politica. E questo è il motivo principale per cui la riforma uninominale maggioritaria, con primarie istituzionalizzate per i partiti che volessero ricorrervi, dovrebbe essere sostenuta da chi si pone l’obiettivo di rendere competitivo l’intero fronte democratico. Uno schieramento egemonizzato dall’ispirazione “americana” di Veltroni che ha spesso scelto di utilizzare le primarie.

Ma in un Paese che non ha mai conosciuto riforme ma solo controriforme, lo strumento delle primarie è stato messo da subito al servizio del Pd e non il contrario, come accade negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dove le competizioni aperte ai candidati sono consolidate da regole e tempi sicuri. Il risultato? Incertezza della convocazione, candidati calati dall’alto, scollamento della società civile, mancanza di esponenti femminili.

Chi ha cultura progressista dovrebbe rendersi conto, ad esempio, che oggi sono proprio gli Stati Uniti il maggior punto di riferimento per la propria prospettiva, con la presenza della più forte sinistra “intersezionale” e socialista dell’Occidente. Questo accade per molte ragioni che si traducono in offerta politica grazie a un sistema elettorale che permette a Ocasio-Cortez di prepararsi per tempo e vincere le primarie istituzionalizzate a New York, contro un democratico al potere da 15 anni, e poi prevalere nella competizione uninominale contro i repubblicani. Tutto ciò senza alcuna quota di genere, che al contrario in Italia è attualmente l’unico strumento per non vedere organi rappresentativi simili a quelli iraniani.

L’autoriforma americana è impossibile di fatto nel sistema politico italiano, dove le primarie si sono dovute adattare alle convenienze dei dirigenti del PD, dove il rapporto tra eletti e territorio è praticamente vanificato e dove assistiamo alla disintegrazione delle anime riformatrici in mille rivoli contrapposti, tenuti in vita da un sistema proporzionale che determina la parabola di tanti unici ego amplificati dai media.

Sarebbe già significativo introdurre questi termini nel dibattito che si è aperto dopo le elezioni. Così come sarebbe una novità per i democratici non imporsi, già in fase di analisi, scelte di pragmatismo tipiche della postura di governo, ma ideali che sappiano esprimere un orizzonte anche come forza d’opinione.

Mi rivolgo a Gianni Cuperlo e Giuditta Pini, agli under 40 organizzati da Brando Benifei, ma anche a Elly Schlein e Fabrizio Barca, per citare solo alcuni nomi con i quali ci accomunano analisi e istanze civili: invece di rammaricarci sull’assenza di empatia rispetto al corpo elettorale, invece di giudicare le scelte sulle liste bloccate aspettandone di migliori, non è il momento di riflettere insieme su queste ragioni antiche ma attuali che tanto gioverebbero del vostro contributo?

*DIREZIONE DI RADICALI ITALIANI

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