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Spataro su Nordio: «Il ministro è garantista, lasci il governo Meloni»

Spataro ministro Nordio
L'ex procuratore di Torino evidenzia le contraddizioni del Guardasigilli: «Ha anche denunciato l'eccesso del "panpenalismo", ma ora approva il nuovo reato di "rave party"»
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L’ex procuratore di Torino Armando Spataro chiede al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, un passo indietro, in quanto “garantista“. Per il magistrato ora in pensione, il collega, attuale Guardasigilli, dovrebbe lasciare il governo Meloni dopo il “decreto rave”.

«Francamente sono senza parole – dice Spataro a Repubblica – Molti giuristi hanno già ben spiegato quanto sia inaccettabile un intervento che, con pene così elevate, introduce un reato assurdo per condotte che nella stragrande maggioranza dei casi non determinano certo atti di violenza o pericoli collettivi. Peraltro esistono già molte previsioni di tipo amministrativo e penale che disciplinano organizzazione e svolgimento di manifestazioni collettive, nonché interventi preventivi delle pubbliche autorità. Quando si verificano cessioni di stupefacenti, oltraggi, resistenza a pubblico ufficiale, si tratta di condotte già individualmente punite».

Poi, nel corso dell’intervista si parla del Codice Rocco. «Al di là del contesto in cui è nato, era ben più razionale e coerente. Oggi basta un tweet del presidente del Consiglio o di un ministro per rassicurare cittadini e giuristi»

Quando la cronista di Repubblica ricorda a Spataro le dichiarazioni passate di Nordio sulle intercettazioni, l’ex procuratore di Torino afferma che «non ho praticamente mai condiviso il pensiero del ministro, specie in occasione dell’ultimo referendum abrogativo che ha sostenuto. Peraltro Nordio ha anche denunciato l’eccesso del “panpenalismo”, ma ora approva il nuovo reato di “rave party“. Nego con convinzione che le intercettazioni in Italia siano troppe, ma aggiungo di aver sempre riconosciuto, a certe condizioni, il diritto dell’elettorato passivo dei magistrati, auspicando però la necessità – se eletti – di agire sempre coerentemente con i principi in cui si crede e che sono stati pubblicamente sventolati. Ma se quei principi vengono negati nel contesto politico in cui si opera, il rimedio è uno solo: la scelta altrettanto coerente di onorevoli dimissioni».

Infine, il rinvio della riforma Cartabia. Che per l’Anm è la “medicina” a tutti i mali. «Gioire per questo rinvio è sbagliato perché determina il grave rischio di rivisitare importanti norme, penali e procedurali, proprio sulle pene frutto di condivisibili raccomandazioni di istituzioni sovranazionali e della nostra Consulta, oltre che di attenzione al garantisimo reale e non a quello di facciata. E del resto anche l’appello dei 26 procuratori generali, da qualcuno strumentalizzato, si limitava a chiedere solo una disciplina transitoria».

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