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Seicentomila cinesi in trappola nella città-prigione degli iphone

La fabbrica di Zhengzhou isolata per le politiche di “covid-zero”. Gli operai tentano la fuga
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Foxconn è la multinazionale di Taiwan che produce circa il 70% degli iPhone del mondo, la maggior parte dei quali nello stabilimento di Zhengzhou, in Cina, dove impiega circa 200mila persone. Un colosso enorme che in questo momento sta scontando una gravissima crisi a causa dei casi di Covid 19 che sono stati registrati nella città.

Le misure del governo cinese sono note, Covid zero e lockdown rigidissimo e generalizzato. Un modo per mostrare quanto il partito comunista cinese sia in grado di assicurare la sicurezza dei cittadini ma che blocca praticamente tutte le attività economiche e provoca vere e proprie tragedie come quella che si sta verificando in uno dei più grandi stabilimenti del pianeta. Qui i lavoratori non appena si è diffusa la notizia dei primi casi hanno tentato di scappare dalla fabbrica che si stava trasformando in una prigione. Ma l’esodo si e rivelato una fuga disperata che ha visto migliaia di lavoratori sfondare i blocchi con scene di panico, in molti sono rimasti feriti mentre cresceva il timore di un intervento dell’esercito. Il timore che i lavoratori in fuga potessero diffondere il virus ha infatti portato le autorità a chiudere le principali strade e la via del ritorno e diventato un inferno. In migliaia ammassati all’aperto senza cibo e acqua, praticamente dei clandestini.

Ancora adesso la Cina centrale è percorsa da uomini e donne che viaggiano a piedi e la rabbia contro la quarantena sta aumentando. Dunque nonostante l’approccio inflessibile contro il Covid la paura, e l’ignoranza (il terrore è stato più forte dei vaccini) stanno mettendo alla corda il combinato disposto Stato e impresa. Il governo dovrà quindi assumersi la responsabilità di ciò che sta succedendo così come la Foxconn, che ha eseguito pedissequamente le disposizioni di legge. I lavoratori pensano di perdere l’impiego oppure semplicemente di non recuperare gli effetti personali abbandonati nei dormitori. In molti si aspettano di aver perso i bonus di presenza che aumentano la retribuzione dopo aver fatto un certo numero di giorni di lavoro di fila. La Foxconn ha annunciato, suo malgrado e solo dopo questa tragedia, che coloro che vogliono andare potranno partire su autobus sicuri organizzati in coordinamento con altre città, anche se e stato promesso di quadruplicare i benefit in caso di permanenza nell’impianto.

Ma la vicenda ha anche scoperchiato il lato oscuro della compagnia. La fabbrica di Zhengzhou, è finita sotto la lente d’ingrandimento dell’organizzazione no-profit China Labour Watch che sta portando alla luce, grazie anche alle testimonianze delle persone fuggite, le drammatiche condizioni di lavoro. I salari sono infatti a livelli insufficienti per vivere a Zhengzhou, e alle basse retribuzioni si aggiunge lo sfruttamento di studenti lavoratori per soddisfare gli ordini nei periodi di picco della domanda. Orari massacranti e vessazioni dei capi per una fabbrica che lavora a circuito chiuso senza mai fermarsi. E dove ci sono stati numerosi suicidi. I primi casi nel 2007, ma il picco si è registrato in due mesi, tra marzo e maggio del 2010, con dieci morti. Addirittura l’azienda ha fatto installare enormi reti all’esterno degli edifici per impedire di gettarsi nel vuoto. Nonostante l’ammissione si facevano firmare ai dipendenti carte nelle quali la multinazionale si sollevava dalla responsabilita un possibile suicidio in modo da evitare il risarcimento alle famiglie.

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