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Benjamin Natanyahu e “l’eterno ritorno” della politica israeliana

Benjamin Netanyahu Israele
Sarà premier per la terza volta dopo in quinto voto in appena 4 anni. il blocco di Netanyahu è destinato a vincere 65 dei 120 seggi in palio
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L’eterno ritorno di Benjamin Netanyahu, così potrebbe essere definito il film delle elezioni che si sono tenute martedì in Israele. La quinta tornata elettorale in tre anni e mezzo che testimonia le difficoltà ormai endemica del sistema politico e che, appunto, è segnato dalla figura dello storico leader della destra conservatrice israeliana al potere per 12 anni, fino al 2021 quando una composita coalizione guidata dal centrista Yair Lapid lo aveva battuto di misura anche grazie al passaggio di campo di un alleato di Netanyahu, Naftali Bennet. Un governo troppo lacerato e debole per sopravvivere oltre il giugno scorso, tenuto insieme solo dall’avversione contro il capo del Likud.

Al momento, con l’ 84% dei voti delle schede scrutinate, il blocco di Netanyahu è destinato a vincere 65 dei 120 seggi in palio. Non una sorpresa visto che i sondaggi della vigilia lo davano in vantaggio anche se gli assegnavano un margine piu esiguo. I risultati definitivi si avranno presumibilmente alla metà di questa settimana ma tutto fa prevedere che Netanyahu potrà tentare di formare il suo governo e avere la maggioranza alla Knesset, il parlamento israeliano.

Così come Lula in Brasile anche Netanyahu è arrivato a queste elezioni in mezzo a tormentate vicende giudiziarie, una storia che va avanti dal 2019 tanto da trasformare le precedenti votazioni in un referendum sulla sua persona. Tuttavia le accuse di aver ricevuto tangenti, frode e violazione della fiducia, non sembrano aver minato sufficientemente il sostegno degli elettori del Likud, anzi forse proprio l estrema contrapposizione con i suoi rivali potrebbe averlo favorito, tanto che nei primi discorsi a caldo Netanyahu ha ammesso che quello ricevuto e stato un «enorme voto di fiducia».

Ma la vittoria potrebbe rivelarsi molto meno limpida e probabilmente condizionata da un elemento rivelatosi fondamentale. La destra infatti ha prevalso grazie all’alleanza con formazioni e personaggi estremi nei comportamenti ed estremisti nell’ideologia. A partire da Itamar Ben- Gvir, che chiede apertamente la violenza armata contro i palestinesi, e Bezalel Smotrich gia in parlamento. Ambedue hanno usato la retorica anti araba per aumentare i consensi arrivando a sostenere la deportazione dei cittadini considerati sleali.

Ben- Gvir era un seguace del defunto, razzista e ultranazionalista Meir Kahane, la cui organizzazione è stata bandita in Israele e designata come gruppo terroristico dagli Stati Uniti. Lo stesso Ben- Gvir è stato condannato per istigazione al razzismo e sostegno a una formazione terroristica. Il mese scorso ha fatto notizia quando è stato filmato mentre estraeva una pistola in una zona prevalentemente araba di Gerusalemme Est. Una provocazione andata a segno visto che era stato fatto oggetto di un lancio di pietre.

Mosse propagandistiche che evidente pagano a livello elettorale anche se forse Netanyahu punta su quello che potrebbe fare Smotrich. Quest ultimo da tempo porta avanti il tentativo di rimuovere dal codice penale alcuni dei reati di cui e accusato il capo del Likud, di limitare l’Alta Corte di Giustizia israeliana nella sua capacità di annullare le leggi incostituzionali e dando ai parlamentari il controllo sulla selezione dei giudici.

La campagna elettorale dunque è stata giocata ancora una volta sul conflitto con i palestinesi ( non a caso Ben- Gvir potrebbe diventare ministro della sicurezza interna), la sconfitta del rivale Lapid ha scontato la sfiducia dei cittadini arabi israeliani percentualmente in calo alle urne.

La lista Araba Unita ( UAL) di Mansour Abbas, un partito islamico conservatore, ha superato la soglia del 3,25% richiesta per entrare alla Knesset così come l’alleanza congiunta del Fronte democratico per la pace e l’uguaglianza e del Movimento arabo per il cambiamento, nota come lista Hadash- Ta’al, guidata dai politici di lunga data Ayman Odeh e Ahmad Tibi.

I palestinesi in Israele sono disillusi, la presenza politica di queste formazioni infatti non sembra aver apportato sensibili miglioramenti a una condizione caratterizzata da restrizioni allo sviluppo urbano e al possesso di terre, violenza e sorveglianza della polizia. Difficoltà che negli ultimi 10 anni sembrano essere peggiorate anche quando i partiti politici palestinesi si sono uniti e hanno rappresentato il terzo blocco più grande in parlamento nel 2015 e nel 2020.

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