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Meloni gela Scarpinato: «I suoi teoremi politici come i suoi teoremi giudiziari»

Meloni sottosegretari
La replica a viso aperto all’ex magistrato segna un cambio di passo tra lo stile della neo premier e il fondatore del centrodestra
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Altro che replica! Più che rispondere più o meno sbrigativamente alle critiche Giorgia Meloni, al Senato, ha svolto la seconda parte del suo discorso di fiducia. Stavolta senza limitarsi a tratteggiare l’orizzonte di fondo, sui cui pilastri anzi non è tornata neppure di sfuggita, ma scendendo per quanto possibile nel dettaglio delle scelte a breve. Così facendo ha definitivamente sgombrato il campo da un equivoco che peraltro lei stessa aveva alimentato, la natura cioè sostanzialmente “draghiana” di questo governo. Nei provvedimenti concreti se non nelle altisonanti dichiarazioni sui valori. Non è così.

Dal draghismo la premier vuole ereditare solo l’approccio pragmatico per non ritrovarsi impigliata nei lacci e lacciuoli delle opzioni ideologiche. Il vero motto è “Si fa quel che serve”. Ma questa è tattica, è la necessità di muoversi con l’accortezza necessaria per non precipitare con la rapidità fulminea dell’imprudente Liz Truss. Ma quanto a strategia, anche le scelte nel medio termine, e quando possibile anche in quelle immediate, saranno rigorosamente politiche, di parte, senza madiazione.

La differenza con i governi Berlusconi, almeno se le premesse saranno rispettate, è clamorosa e radicale e forse in nessun passaggio lo si è visto come nella durissima e sprezzante risposta con la quale ha liquidato l’ex pm Scarpinato, rinfacciandogli l’uso disinvolto dei teoremi e il disastro dei primi processi sulla strage di via D’Amelio: «Al senatore Scarpinato dovrei dire che mi dovrei stupire di un approccio così smaccatamente ideologico. Ma mi stupisce fino a un certo punto perché l’effetto transfert che lei ha fatto tra neofascismo, stragi e sostenitori del presidenzialismo è emblematico del teorema di parte della magistratura, a cominciare dal depistaggio e dal primo giudizio sulla strage di via d’Amelio. E questo è tutto quello che ho da dire».

La giustizia e il garantismo, si sa, non sono cavalli di battaglia di FdI. Rappresentano piuttosto il prezzo da pagare al Cavaliere e al partito azzurro. Anche ieri Sister Giorgia ha ribadito la sua fede securitaria, la sua convinzione che il problema delle carceri vada risolto ampliando l’universo carcerario. E tuttavia la replica sferzante a Scarpinato rivela che anche sul fronte per lei più ostico la nuova premier è pronta ad andare allo scontro frontale. La differenza tra la destra del leader costretto a passare la mano e quella che ne sta prendendo il Paese è tutta qui e non è affatto questione solo di carattere.

Ieri Berlusconi, appena diventato per la diciassettesima volta nonno e visibilmente soddisfatto, ha rivendicato la paternità della destra con orgoglio comprensibile. Ha ribadito che tutti, anche la stella tricolore in ascesa, procedono nel solco che lui ha tracciato e senza il quale non esisterebbe. Nel merito non si è discostato nemmeno in una virgola dal quadro programmatico delineato dalla premier, salvo esaltare maggiormente il fronte che più gli interessa oltre a quello delle tasse, la giustizia. Sulla guerra in Ucraina non si è permesso e non ha permesso nessun margine di ambiguità. E tuttavia quella continuità piena che il Cavaliere ha affermato, ponendosi come il padre fondatore, è reale sino a un certo punto.

La destra di Berlusconi ha in realtà sempre cercato di evitare lo scontro. Quando lo ha accettato, con poche eccezioni, è sempre stato perché incalzato dall’assedio soprattutto giudiziario. Non solo e non tanto per le diversità pur esistenti di carattere ma perché sin dall’inizio la difesa degli interessi aziendali è sempre stata inscindibile dalla politica del partito azzurro e dei governo nei quali quel partito era egemone. La visione di Berlusconi ha sempre dovuto fare i conti con la necessità prioritaria di mettere al sicuro gli interessi dell’azienda e anche per questo, forse soprattutto per questo, quei governi non hanno mai davvero cercato di realizzare quella “rivoluzione liberale” che Fi considerava orizzonte e vessillo. Erano governi politici, certo, ma di un genere particolare.

Per quanto molti dei ministri siano gli stessi del 2008, per quanto, come sottolineato da Berlusconi, l’alleanza sia ancora quella del 1994 (anche se FdI non è affatto An con nome diverso), la differenza tra gli esecutivi di Berlusconi è strutturale. Quello di Giorgia Meloni è per la prima volta un governo di destra compiutamente politico e non si tratta di una differenza di poco conto.

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