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L’internazionale delle toghe che ha “ispirato” il rapporto Ocse

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Ecco cosa c’è dietro il report che ha messo sotto accusa i giudici italiani, colpevoli di aver assolto i vertici Eni e di richiedere prove solide per condannare gli imputati
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Una sorta di “internazionale” in difesa dei magistrati Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. Dietro il rapporto Ocse che critica l’Italia per le assoluzioni del caso Eni-Nigeria c’è una lettera di quindici magistrati e giuristi di dodici nazioni, una lettera durissima con la quale si punta il dito, in primis, contro i magistrati di Brescia, colpevoli di aver messo sotto accusa le due toghe per la gestione delle prove nel processo contro il colosso energetico. Un’azione dovuta, come ricorda anche il rapporto Ocse, ma «inesplicabile», scrivevano un anno fa figure del calibro di Eva Joly, Richard Messick, Silvio Antonio Marques, Maria Schnebli, Richard Findl e Alan Bacarese, che nella loro carriera hanno messo sotto accusa capi di Stato e di governo in casi di corruzione.

La lettera, lo scorso anno, invocava un intervento dell’Organizzazione, ipotizzando un attacco alla procura di Milano «per aver perseguito casi di corruzione internazionale». Un attacco che, dunque, verrebbe dallo stesso mondo della magistratura italiana e, addirittura, dalla stessa procura meneghina, spaccata dopo il caso della diffusione dei verbali di Piero Amara – ex avvocato esterno di Eni -, ma schierata quasi totalmente dalla parte di Paolo Storari, che aveva messo in guardia De Pasquale e Spadaro sulla credibilità di Amara e di Vincenzo Armanna, ex manager Eni, grande accusatore e, secondo la sentenza Eni, inattendibile. Per capire la posizione di chi ha sottoscritto quella lettera sono sufficienti due interventi, scritti da due dei firmatari. Il primo, pubblicato il 22 ottobre 2021 su globalanticorruptionblog.com, a firma del giurista Messick, parla di «prove schiaccianti» della corruzione (secondo i giudici, invece, non c’è prova) nel caso dell’affare Opl245.

«L’unico punto luminoso» sarebbe costituito dal terzo Dipartimento della procura di Milano, gestito proprio da De Pasquale e secondo Messick al centro di manovre da parte di «potenti aziende italiane per tagliare il budget». Le lamentele sulle risorse destinate al Dipartimento affari internazionali sono, in realtà, arrivate dalla stessa procura, con una lettera firmata da circa 30 magistrati nella quale veniva stigmatizzato l’eccessivo carico di lavoro per dipartimenti che si occupano di altri tipi di reati – anche gravi – e un trattamento di “favore” – in termini di fondi e forze a disposizione – per la squadra di De Pasquale. Ma Messick va oltre, ipotizzando un possibile trasferimento del procuratore aggiunto legato al tentativo di smantellare il suo ufficio. Il rischio trasferimento, invece, è legato al procedimento disciplinare aperto ormai più di un anno fa dal Csm e, dunque, legato ad eventuali comportamenti scorretti – ancora tutti da accertare – da parte del magistrato nella gestione del caso Eni. Tra le accuse mosse ai due pm, Messick cita solo il video non depositato al processo e che proverebbe il tentativo di Armanna di formulare false accuse a carico di Eni per screditarne i vertici, rei di averlo licenziato.

Video girato due giorni prima che l’ex manager si recasse in procura proprio per formulare accuse nei confronti della società energetica. Secondo il giurista, il mancato deposito di una prova a discarico sarebbe stato «un esercizio di discrezionalità». Un’idea non condivisa in primis dal Tribunale di Milano, che ha criticato la condotta dell’accusa, e poi dalla procura di Brescia, che ha chiesto il rinvio a giudizio dei due magistrati per rifiuto d’atti d’ufficio. Ma a mettere in dubbio la solidità delle accuse sono anche altri elementi, come chat false (usate strumentalmente da Armanna e consegnate ai giornali) e presunte mazzette per corrompere un testimone. Dettagli, forse. Ma fare luce su di essi aiuterà anche a preservare il lavoro dei due magistrati, qualora i colleghi accertassero l’assoluta bontà delle loro azioni.Un mese dopo l’intervento di Messick, a scrivere un lungo intervento sulla corruzione sul sito Project Syndicate è stata Joly, magistrata e politica norvegese naturalizzata francese ed ex membro del Parlamento europeo. Joly cita proprio De Pasquale e Spadaro e le accuse della procura di Brescia. Anche lei parla del video, «la cui trascrizione risulta essere nelle mani di Eni da anni», sostiene.

Ma Joly cita soprattutto la mancata ammissione di Amara come teste al processo, per confermare il tentativo di Eni di avvicinare i giudici e pilotare la decisione, tentativo mai provato, tanto che la procura di Brescia ha chiuso il fascicolo senza formulare alcuna accusa. Amara è un teste a dir poco fragile, considerando l’altissimo numero di procedimenti per calunnia a suo carico e la più volte asserita falsità di parte dei suoi racconti, come quello circa l’esistenza della presunta “Loggia Ungheria”. Storari aveva messo in guardia i colleghi circa la credibilità di Amara, al punto da preparare una bozza di richiesta cautelare, mai firmata dai suoi superiori. Una mossa, a suo dire, finalizzata proprio a tenere in piedi il processo Eni: «Questa indagine (su Amara, ndr) deve rimanere ferma due anni», avrebbe fatto sapere De Pasquale a Storari tramite l’aggiunta Laura Pedio, stando quando dichiarato a verbale davanti ai magistrati di Brescia. Storari aveva puntato il dito contro la collega e il procuratore Francesco Greco, rei, a suo dire, di «selezionare e trasmettere a De Pasquale quello che gli serve nel processo Eni-Nigeria e a non trasmettere quel che lo danneggia». Ma tutto questo l’Ocse, forse, non lo sa.

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