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La sindrome di Berlusconi che si sente accerchiato

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Il Cavaliere teme che gli alleati e gli avversari vogliano fare di Forza Italia una terra di conquista e potrebbe diventare una mina vagante nell'alleanza di centrodestra
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Per capire il disastro che ha squassato la coalizione di centrodestra sin dal primo passo le analisi politiche, per quanto corrette, non bastano. Certo, dietro il braccio di ferro quasi fatale sull’assegnazione o meno di un ministero a Licia Ronzulli c’è la prova di forza tra una leader che interpreta il ruolo di premier come quasi onnipotente e il capo di un partito alleato che brandisce invece la logica di compromesso propria sin qui delle coalizioni. C’è l’invadenza di una futura premier molto decisionista, allieva in questo come in molte altre cose di Mario Draghi, che pretende non solo di ripartire i ministeri tra le forze della maggioranza ma anche di condizionare le scelte dei singoli partiti nell’indicazione dei ministri.

E c’è, dall’altro lato, un leader che non vuole saperne di veti e condizionamenti anche sulle sue decisioni. Tutto vero però insufficiente a spiegare come e perché il caso Ronzulli abbia spaccato la maggioranza già nella sua prima prova e la tenga in massima tensione ancora oggi, nonostante il voto azzurro a favore di Fontana per la presidenza della Camera.

Come sempre quando c’è di mezzo Berlusconi non è possibile separare il personale, in termini sia di sentimenti ed emozioni che di sonanti interessi, dal politico. Quel confine per Silvio Berlusconi non esiste e non è mai esistito. Se ci si limita ai risultati elettorali il Cavaliere è capo di una forza politica minore, anche se non trascurabile, ben avviata sulla strada in discesa di un irreversibile declino. La pretesa di rappresentare da solo il contrappeso moderato alle forze soverchianti di una destra ben più radicale è un miraggio. Ma Berlusconi non si considera affatto solo questo: è il fondatore di una destra moderna che ha guidato come un sovrano per decenni, il leader al quale in un modo o nell’altro tutti gli altri, anche Salvini e Meloni, devono moltissimo. Lui, poi, non si sente solo il capostipite e patriarca della destra ma anche un padre della Patria, al quale si devono pertanto e a maggior ragione, deferenza e rispetto. Il giudizio vergato a penna dal vecchio leader sulla nuova arrivata proprio a questa mancanza di rispetto allude: «Comportamento arrogante, offensivo. Non ci si può andare d’accordo».

Sull’altra sponda c’è una dirigente che, per carattere e visione politica, non ha alcuna intenzione di accettare tutele, non riconosce debiti di sorta e, probabilmente anche per insicurezza, cerca di affermare subito il proprio comando. La miscela di differenze politiche, che specialmente sul fronte delle alleanze europee sono molto marcate, e di incompatibilità di carattere, problema enorme quando in ballo c’è Berlusconi, creano una situazione potenzialmente esplosiva che si aggiunge a un ulteriore elemento di destabilizzazione quasi fisiologico. Fi non è più la portaerei di un tempo ma resta nel panorama italiano una presenza anche numericamente rilevante.

Secondo gli ultimi sondaggi è alla pari con il Terzo Polo di Renzi e Calenda e tallona la Lega con meno di un punto di distanza. Si tratta però di un partito tenuto insieme solo dalla presenza di Berlusconi, dal bagliore del suo nome che però proviene dal passato ed è destinato a farsi sempre più fievole. Non è immaginabile che il partito azzurro faccia in extremis il passo che non è mai riuscito a fare nei decenni trionfali: dotarsi di una successione al Cavaliere, diventare cioè un partito e non più solo “il partito di Berlusconi”. Per un’impresa del genere, un tempo possibile, Arcore è fuori tempo massimo. Dunque ciò che resta di Fi è terra di conquista e si tratta ancora di un territorio politico abbastanza vasto da destare cupidigia.

In circostanze normali la mina sarebbe destinata a esplodere presto. Queste però non sono circostanze normali, la via d’uscita del governo tecnico o di unità nazionale ecc. essendo, se non del tutto preclusa, almeno molto meno praticabile del solito. La partita sarà dunque complessa e il suo esito è incerto. Ma quella che si è aperta negli ultimi due giorni in Parlamento è comunque una partita diversa da quella prevista sino a un paio di giorni fa.

 

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