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Il principio di solidarietà come ragione del vivere nella comunità

Alpa
Pubblichiamo l’introduzione e il capitolo “Un’Europa solidale? I dubbi sull’effettività del principio di solidarietà” dell’ultimo lavoro del professor Guido Alpa “Solidarietà un principio normativo”
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di Guido Alpa

C’è una continuità tra idee, valori, principi che si accreditano in un determinato momento storico, in una determinata società e le forme giuridiche che essa adotta per organizzare i rapporti tra gli individui e tra gli individui e lo Stato. Se il diritto in senso oggettivo è sistema di distribuzione del potere, sistema di distribuzione della ricchezza, sistema di governo della pace e della guerra, sistema di attribuzione dei diritti individuali e collettivi, sistema di amministrazione della giustizia e di regolamentazione o – come oggi si preferisce sostenere – di regolazione del mercato, non si può pensare che il diritto come scienza e come tecnica possa essere avulso dalla cultura, dal mondo delle idee, dalla politica e dalle altre scienze sociali.

Questo pregiudizio, che nasce nell’Ottocento, in un’epoca nella quale le Costituzioni si preoccupavano di legittimare il potere dell’autorità e addirittura di definirne l’origine divina, e i codici civili si limitavano a dirimere i conflitti tra proprietari, si è protratto fin quasi alla fine del Novecento. Ma se un secolo fa questo pregiudizio si poteva considerare fondato, perché in linea con l’interpretazione dogmatica e formalista allora imperante, oggi non più. E tuttavia se si scorre la letteratura che si è raccolta in determinati ambiti, possiamo riscontrare che quel pregiudizio è praticato così largamente da non risultare neppure percepito, anzi, da esser considerato una componente quasi naturale della ricerca. È accaduto così per l’idea di solidarietà: per lungo tempo assorbita nel mondo delle idee da parte di studiosi di storia, filosofia, scienza politica e sociologia, si è proceduto come se essa fosse estranea al diritto e il diritto fosse estraneo alla sua definizione.

Ma dal diritto riflessivo che si accontenta di una funzione notarile della storia, si è passati da tempo al diritto militante. Da quando il principio di solidarietà ha fatto ingresso nelle Costituzioni, al diritto è dato un compito attivo nel definire le posizioni giuridiche soggettive e i rapporti del cittadino con lo Stato. E lo Stato, nelle sue diverse vesti di sistema organizzativo, di «Stato sociale» o di operatore del mercato, ha assunto compiti complessi, destinati a garantire i diritti fondamentali e a ridefinire il ruolo della persona nella società, assicurandole non solo dignità ma anche un lavoro, un’abitazione, un ambiente sano, un reddito sufficiente e un avvenire sicuro.

Oggi viviamo in una post-democrazia che vede prevalere le società multinazionali sul libero mercato, le piattaforme digitali sulle regole degli ordinamenti nazionali; si è messo in atto lo svilimento della persona ridotta a semplice consumatore di beni e servizi, si avvertono le incertezze verso le sfide tecnologiche, si registra l’arretramento della frontiera dei diritti fondamentali, e si paventa la crisi dell’Unione europea.

Nel Preambolo della Carta dei diritti fondamentali si legge che l’Unione, questo grande edificio sovranazionale, è fondato «sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; (…) sui principi di democrazia e dello stato di diritto», ponendo «la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia (…)». Questa grande istituzione creata per «promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile», è oggi in cerca di un futuro più sicuro e di un collante più forte. Tra tutti i valori sui quali essa si fonda, la solidarietà appare come quello più etereo, per qualche tratto anche più equivoco, anche se esso può vantare, al pari degli altri, una tradizione augusta.

Il suo significato è stato il più mutevole e certamente il più abusato: su questa espressione, o su espressioni similari, si sono edificate di volta in volta le tavole delle libertà individuali e il corporativismo fascista, le Costituzioni liberali e lo spirito del popolo nazista, il messaggio cristiano di amore fraterno e l’umanesimo socialista. Data la sua duttilità, qualche studioso è giunto alla conclusione della sua inutilità o della sua pericolosità. Ma questa argomentazione non è risolutiva.

La solidarietà non è solo un valore-principio provvisto di significato filosofico e morale, è un valore-principio a contenuto giuridico, e perciò precettivo, strumentale alla realizzazione dei fini sociali. Decodificare la solidarietà, per comprenderne appieno le potenzialità, i travisamenti e le mistificazioni è dunque diventato, oggi più che mai, un compito affidato ai giuristi: un compito difficile, essendo tutti consapevoli che quel valore si basa su di una utopia, come sottolineava Stefano Rodotà, ancorché necessaria. Ecco perché la solidarietà, nel rispetto dell’autonomia privata e degli interessi collettivi, deve essere «reinventata».

L’amplissima letteratura sul tema conta ovviamente contributi di grande impatto ed utilità nel mondo anglo-americano, ove tuttavia la solidarietà è vista soprattutto sotto la lente del «common good», o della dialettica tra comunitarismo e particolarismo, oltre che sotto le forme delle aspirazioni alla giustizia sociale.

Nel mondo francofono, in cui la solidarietà appare abbinata alla fraternità, questo termine richiama gli ideali rivoluzionari, le correnti socio-logiche dell’Ottocento, e il solidarismo radicale dell’inizio del Novecento.

Nelle ricerche sul tema gli aspetti giuridici sono per lo più trascurati, essendo essi ancillari degli aspetti filosofici o politici. Di qui l’esigenza di fare il controcanto agli studi metagiuridici con un racconto che, muovendo dalle prime Costituzioni, documenti l’intreccio delle norme con le idee e i valori. Si potevano scegliere diversi percorsi per assolvere questo compito: l’evoluzione del concetto di proprietà, o quello di persona, o di contratto, o di danno, o di democrazia o di potere o di sovranità. Nei tempi difficili e calamitosi di oggi mi è parso più congruo ripensare il principio di solidarietà come ragione del vivere, vivere pienamente e non solo sopravvivere, in un agglomerato sociale che chiamiamo comunità.

Dal punto di vista lessicale l’espressione non dice molto, se non una singolarità. Non accade di frequente che un termine provvisto di un significato tecnico specifico e circoscritto nel mondo del diritto conquisti uno spazio assai più ampio e si estenda nel tempo, arricchendo i suoi significati e superando gli angusti confini della sua origine.

«Solidarietà» è uno di questi termini: come si ripete spesso, esso deriva da un altro termine, solidum, che oltre a designare un nome, indica anche un aggettivo; nella sua accezione diretta, indica una porzione di sostanza concreta, essenzialmente diversa da ciò che è liquido o aereo, e nel significato traslato significa pieno o «intero». Nel mondo del diritto è collegato con il concetto di debito, cioè con una delle forme in cui si può configurare il debito: il debitore «in solido» (come già si prevedeva nel diritto romano) è il debitore che ha contratto il vincolo insieme con altri debitori nei confronti dello stesso creditore; il creditore può, a sua scelta, richiedere di adempiere l’obbligazione per l’intero anche ad uno solo di essi, e questi deve eseguire la prestazione, salvo il suo diritto di regresso nei confronti degli altri.

La tradizione del diritto romano ci ha trasmesso questa formula, dalla quale emergono subito alcuni corollari: chi è tenuto in solido ha un debito, è cioè titolare di una situazione soggettiva passiva, e questo debito non è individuale, singolare, ma condiviso con altri. La situazione presuppone una relatività duplice: il rapporto del debitore con gli altri condebitori e tutti insieme e singolarmente nei confronti del creditore. I debitori in solido vivono dunque una situazione contingente comune.

Dal linguaggio giuridico, ancora riportato in questa accezione nell’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert, il termine solidarité è stato trasposto nel linguaggio comune ed ha acquistato un significato – ancora molto generico – di mutua responsabilità. È un vocabolo francese, e dal francese viene riversato nella lingua italiana; Niccolò Tommaseo lo registra nel suo vocabolario nel 1847 come un «brutto francesismo». Nella stessa epoca conquista la lingua tedesca ( Solidarität) e la lingua inglese ( solidarity).

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