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L’avvocatura non subisca il cambiamento ma lo guidi…

avvocatura
Due le soluzioni: cedere alla tentazione di chiudersi nelle proprie stanze; oppure cercare di governare il futuro, indicarne la direzione per evitare che lo faccia qualcun altro
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E anche l’avvocatura, che da oggi si riunisce a Lecce per un congresso che promette di essere decisivo, è chiamata a fare i conti col cambiamento. E di fronte a questo invito, a questa necessità, si può reagire in due modi: cedere alla tentazione di chiudersi nelle proprie stanze; oppure cercare di governarlo, indicarne la direzione per evitare che lo faccia qualcun altro.

L’avvocatura è il luogo ideale dove prassi e teoria si incontrano, è un impasto tra l’universo di valori e interessi concreti di un blocco sociale e culturale protagonista non solo nella giurisdizione ma nella società intera. E proprio il congresso forense è la prova che l’avvocatura ha una missione storica e sociale. Come ricordava il presidente di Ocf Sergio Paparo nella presentazione del congresso di Lecce, non è un caso che il Congresso forense sia previsto per legge, unica professione intellettuale che abbia avuto questo riconoscimento direttamente dal legislatore.

Come non è un caso che il primo congresso, a guida di Piero Calamandrei, si sia svolto nel 1947 a Firenze, alla presenza dell’allora capo dello Stato Enrico De Nicola. Da subito l’avvocatura fu infatti chiamata a partecipare alla ricostruzione democratica di un paese uscito dalla rovina del fascismo e della guerra.

E qui vale la pena consegnare la parola al presidente emerito Guido Alpa, che di quel congresso ha curato una edizione straordinaria. Alpa nell’introduzione agli Atti del congresso fiorentino, richiama il discorso di apertura che pronunciò Piero Calamandrei, il quale volle ricordare le memorie di un avvocato. Un semplice avvocato fiorentino che partecipò alla liberazione dal nazifascismo.  Calamandrei scrive infatti Guido Alpa – nel suo discorso commemorativo sottolinea in apertura il fatto che gli avvocati italiani si ritrovano, a vent’anni di distanza, «come uomini liberi convenuti a discutere senza servilismo e senza consegne caporalesche, i problemi della nostra libera professione».

Il ricordo della tragedia della guerra e della lotta per la libertà è freschissimo e appunto per questo Calamandrei sceglie, come tema del suo discorso, la rievocazione di un avvocato di Firenze, «un avvocato semplice e pieno di modestia, che compie un gesto eroico, muore per gli ideali per i quali tanti altri avvocati in ogni parte d’Italia hanno preferito il sacrificio alla viltà, ed hanno con questo testimoniato che la giustizia, al servizio della quale è la nostra professione, è un impegno grave e solenne, che vale per la vita e per la morte». Calamandrei vuole così rendere un omaggio non formale agli avvocati caduti per la libertà, e ne legge i nomi uno per uno dinanzi all’uditorio che si è levato in piedi.

Il ricordo di quell’ auditorio fiorentino del 1947 dà il senso del significato profondo di ogni congresso forense. L’avvocatura deve avere la consapevolezza di essere un soggetto politico- istituzionale, uno dei pilastri della democrazia che non recita la propria parte solo all’interno della giurisdizione ma in ogni angolo del diritto e dei diritti. L’avvocatura, come ha ricordato la presidente del Cnf Maria Masi, non ha più solo un ruolo giurisdizionale e la modernità è lì a ricordarcelo. Insomma, la modernità è una opportunità – ricordava sempre Masi – a patto che però venga governata, che si stabiliscano i limiti entro i quali i diritti siano sempre garantiti. Per questo c’è bisogno di una avvocatura sempre più protagonista.

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