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Amara, la scure del gip: «Per lui il crimine rappresenta un sistema di vita»

Amara
L'ex avvocato esterno di Eni chiede l'ennesimo patteggiamento a Potenza, ma il giudice stronca il "pentito"
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Piero Amara incassa il no del gip di Potenza. Pare essere al momento sfumato l’ennesimo patteggiamento per l’ex avvocato esterno dell’Eni e “gola profonda” di almeno cinque o sei procure.

La vicenda riguardava gli esposti presentati nel 2015 da Amara alla procura di Trani nei confronti, fra gli altri, di Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria, Paola Severino, ex ministro della Giustizia e preside della Luiss, Roberto De Sanctis, imprenditore dalemiano, recentemente balzato agli onori delle cronache per la maxi truffa sulle mascherine destinate alla protezione civile.

Le accuse calunniose di Amara

 

Secondo Amara, i tre, in particolare, avrebbero commesso negli anni una serie indefinita di reati, fra cui anche il traffico illecito internazionale di rifiuti. Le accuse, rivelatesi infondate, erano costate ad Amara, poi reo confesso, una imputazione per calunnia e corruzione in atti giudiziari. Reati che l’ex avvocato esterno dell’Eni avrebbe quindi voluto patteggiare anche con il consenso della procura di Potenza, dove era stato incardinato il procedimento.

Sulla strada del patteggiamento Amara aveva però trovato il gip di Potenza Teresa Reggio la quale, nel rigettare l’istanza, ha usato parole di fuoco contro l’avvocato siciliano. «Per Amara il crimine rappresenta un valido ed alternativo sistema di vita», aveva scritto nell’ordinanza di rigetto la gip Reggio, sottolineandone la «personalità negativa, desumibile anche dalla modalità della condotta, connota da estrema e preoccupante spregiudicatezza».

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Una lunga collezione di patteggiamenti

 

Quello di Potenza sarebbe stato l’ennesimo patteggiamento per Amara dopo quelli di Catania, Roma e Messina. Ad oggi Amara ha patteggiato ben 42 reati con poco meno di cinque anni di reclusione. Un dato che non ha molti precedenti nelle cronache giudiziarie del Paese. Solo a Roma, infatti, con una sentenza del febbraio 2019, aveva patteggiato 2 anni e 6 mesi per 20 reati che spaziavano dalla corruzione in atti giudiziari, all’emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti.

A Messina, a febbraio del 2020, aveva patteggiato 19 reati, fra cui associazione per delinquere, falso ideologico, minaccia a pubblico ufficiale, induzione indebita a dare utilità, oltre alla solita corruzione in atti giudiziari, con una pena di un anno e 2 mesi. Il successivo mese di novembre, in Corte di Assise di Roma, aveva poi patteggiato un mese di reclusione per favoreggiamento personale.

I fascicoli a Milano

 

Dopo la partita dei procedimenti per corruzione in atti giudiziari, è in procinto di aprirsi quella, molto complicata, per i reati di calunnia. I procedimenti aperti sarebbero decine. Il primo riguarda il manager Claudio Granata e l’ad di Eni Claudio Descalzi, accusati falsamente di corruzione nell’ambito del procedimento milanese Eni-Nigeria.

Ed è già davanti al gup di Milano la calunnia ai danni dell’ex togato del Csm Marco Mancinetti, tirato in ballo da Amara durante i famosi interrogatori di dicembre del 2019 a proposito dell’esistenza della Loggia Ungheria.

Sempre a Milano vi sarebbero anche le denunce di Giuseppe Zafarana, comandante generale della guardia di finanza, e Filippo Patroni Griffi, ex presidente del consiglio di Stato e attuale giudice della Corte costituzionale, anche loro accusati falsamente di aver fatto parte della Loggia Ungheria.

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Domani in aula a Perugia come teste

 

Abbandonando solo per un momento questo gorgo giudiziario, Amara, attualmente in regime di semilibertà, salirà domani a Perugia sul banco dei testimoni nel processo di Perugia nei confronti dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara e dell’ex pm Stefano Rocco Fava, accusati di aver progettato una campagna di stampa contro l’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone.

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