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Bruno Bossio: «Correnti e potere maschile, così il Pd non ha tutelato le donne»

enza bruno bossio cosenza
La deputata del Pd a rischio esclusione: «Ero prima in lista, poi il Pd di Roma ha piazzato un uomo, Nico Stumpo, davanti a me. Abbiamo in problema di potere maschile»
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Quella del Partito democratico è, innanzitutto, una crisi di identità. Ma il risultato politico delle ultime elezioni è anche frutto di un percorso che non riesce ad evolversi nella direzione di giovani e donne, «che rappresentano oggettivamente il futuro. La leadership va costruita, ma per poterlo fare bisogna capire prima cosa si sta costruendo, come soggetto politico». L’analisi è della deputata uscente Enza Bruno Bossio, prima dichiarata eletta, poi scalzata dal riconteggio del Viminale, e ancora in bilico in attesa di avere un quadro chiaro dei numeri. Ma intanto rimane aperta una questione, quella interna al secondo partito del Paese, incapace di dare alle donne uno spazio nell’agorà politica.

Queste elezioni ci consegnano la prima donna premier, ma anche meno quote rosa in Parlamento, ovvero il 31%. Il Pd è il partito che forse, da questo punto di vista, ha fatto peggio. Da cosa dipende?

Il problema del Pd è non riuscire ad allargare lo zoccolo duro – che pure c’è – perché non riusciamo andare nella direzione di giovani e donne, che rappresentano oggettivamente il futuro. C’è un problema di credibilità da questo punto di vista, anche rispetto alle battaglie delle donne, che si sostanziano con il fatto di essere elette. Se già in partenza, nei collegi plurinominali, vengono messi come capilista solo uomini, gli unici ad essere blindati, è chiaro che le donne rimangono fuori. Ci sono state solo 18 capilista donne a fronte di 27 uomini, delle quali solo tre nelle regioni del Sud, comprese Abruzzo e Molise.

Come se lo spiega?

Perché il Sud, invece di essere considerato, com’è stato fatto dai 5 Stelle, un elemento di forza per il Pd, è stato considerato un elemento residuale, anche all’interno dei gruppi dirigenti. Ciò nonostante sia stato il Pd a volere a tutti i costi il Pnrr, che ha come beneficiari giovani, donne e meridionali. Non siamo apparsi credibili.

Ma queste questioni sono state poste prima della formazione delle liste?

Sì, ma ricordo che la lista è stata fatta a Ferragosto. Nella precipitazione degli eventi, anche se ciò non è una giustificazione, non c’è stata la capacità di discutere fino in fondo e porre queste questioni. Io, ad esempio, sono stata indicata da tutti i segretari provinciali e da quello regionale come capolista alla Camera, con Nicola Irto capolista al Senato. Dopodiché è intervenuta la segreteria nazionale, che ha deciso di piazzare sopra il mio nome quello di Nico Stumpo, sulla base di un accordo con Articolo 1. Siccome la segreteria nazionale si è presa questa facoltà a chiusura delle liste, avremmo potuto discutere all’infinito, ma non sarebbe cambiato nulla. In direzione sono state poste tante questioni, compresa quella delle capoliste al Sud, ma era una specie di chiamata fuori tempo massimo: una volta che sei lì in direzione non cambi più niente.

Qual è il problema del Pd?

Il vero cancro sono le correnti. Ma non perché non vada bene che ci siano aree politiche che hanno in qualche misura sensibilità diverse – io ad esempio mi ritrovo nell’area di left wing -, ma perché le correnti del Pd sono degli oggetti imbalsamati, con dei capi correnti che da sempre stanno al governo. Nei governi succedutesi dal 2014 ad oggi si trovano sempre due o tre nomi, che sono i capicorrente storici. Ed è la corrente a decidere se quell’uomo o quella donna sono giusti per fare i capilista: non è una scelta del territorio, come ad esempio lo è stato per me, ma una scelta calata dall’alto.

C’è dunque una svalutazione di questioni come donne e Sud? La prima donna premier, alla fine, se l’è aggiudicata la destra, nonostante su certi temi la sinistra dovrebbe essere più forte.

Assolutamente sì. Ma su Meloni voglio dire una cosa: la sua leadership è stata costruita, non è nata da un momento all’altro. Noi non siamo stati in grado di fare la stessa cosa. E non so se riusciremo a costruirla per la prossima segreteria. Sicuramente ci dobbiamo provare.

È un problema che prescinde dal momento elettorale: la strutturazione del partito non dà molto spazio alle donne.

Si era aperta una discussione su questo quando è nato il governo Draghi: il Pd non ha espresso nessun ministro donna. C’è stata una rivolta e abbiamo detto che le cose andavano fatte diversamente. Per tutta risposta sono state elette due capigruppo: in un caso per cooptazione e in un altro sulla base di accordi tra uomini. Si è trattata di una foglia di fico. Sono entrambe brave, non è quello il problema, ma il metodo con cui è stata fatta questa scelta non c’entra niente con la costruzione di una leadership.

Quindi il progressismo dichiarato del Pd è una farsa? Si può parlare di un partito maschilista?

Sono stata nel movimento femminista degli anni ‘70, conosco anche quel periodo. Non era semplicissimo con i compagni farsi cedere il potere. La lotta per il potere tra uomini e donne è trasversale, non riguarda solo la sinistra o la destra. Poi è vero che la sinistra ha cultura e valori progressisti e sui temi dei diritti abbiamo portato avanti iniziative concrete – come il ddl Zan – che altri non hanno, quindi non direi che siccome non si cede potere alle donne dentro al partito lo stesso non sia progressista. Il punto è che gli uomini tendono a difendere il loro potere o al massimo a concederlo alle donne che decidono loro. Il tema è la lotta di potere tra generi, per la quale è necessario che il Pd fissi delle regole precise. Se noi avessimo deciso che in ogni regione i posti da capolista al plurinominale fossero divisi equamente tra uomini e donne probabilmente avremmo ottenuto un risultato diverso. Ma ciò non è stato fatto, perché non conveniva, ed evidentemente noi non abbiamo fatto abbastanza battaglia quando è stato scritto il regolamento elettorale. Sono le regole che poi ti immunizzano. Ecco perché sono d’accordo sulla parità di genere e sull’alternanza uomo donna sulle preferenze: non è una riserva indiana, è un diritto che rivendichi attraverso delle norme.

La cosa positiva della sconfitta è la possibilità di mettere mano al Pd, non solo sostituendo il segretario, ma dandogli una nuova identità. C’è chi dice che vada sciolto: qual è la soluzione migliore?

Io dico che va rifondato. Letta ha scritto una lettera in cui individua il percorso per cambiare il partito, ma questo percorso può avere un senso se si nutre di contenuti, non se rimane un mero fatto burocratico. Letta parla di “chiamata”, ovvero attivare le iscrizioni, e poi di “nodi”, ovvero le principali questioni su cui confrontarsi. La prima, tra queste, è l’identità del partito. Ma la chiamata si fa anche sulla base di questo: ci si iscrive al Pd se si sa a che cosa ci si sta iscrivendo.

Come può iniziare questo percorso di rifondazione?

Innanzitutto partendo dai contenuti. Bisogna definire l’elemento della collocazione del soggetto politico. Personalmente, lo collocherei nella piattaforma di Next generation, perché è la piattaforma del futuro. E il Pd deve guardare al futuro, non al presente. Dentro questa piattaforma ci sono i giovani e le donne, il cambiamento climatico, la questione del precariato.

 

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