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Intervista a Cacciari: «Il Pd riparta dal lavoro. Ora serve un’intesa con il M5S»

Cacciari Pd M5S
Secondo l'ex sindaco di Venezia «in Italia ci sarà sempre un 18-20 per cento di persone che considera i dem meno peggio degli altri»
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Massimo Cacciari pensa che il Pd debba rifondarsi completamente e lancia alcune proposte ai dem. «Serve un programma in cui il Pd presenti una sua linea sulla politica occupazionale, una sua idea di come riorganizzare il reddito di cittadinanza e come ricollocare la propria politica sul piano internazionale – spiega il filosofo – Poi si deve parlare di tutti i grandi problemi ecologici e ambientali, stabilendo una gerarchia di priorità degli interventi. Infine, serve una politica fiscale finalmente perequativa».

Professor Cacciari, cosa ha portato il Pd alla sconfitta alle Politiche?

Letta ha sbagliato tutto. Al di là della mancanza di ogni strategia, che viene da lontano, questa volta il programma del Pd era centrato esclusivamente sul pericolo sovranista, populista e fascista e sulla assoluta fedeltà alle politiche europee, atlantiche e americane, al di là di ogni seria analisi critica. Da qui il disinteresse totale per tutti i problemi di ordine sociale, occupazionale ed economico. Poi c’è stato anche un crollo anche tattico: con questo sistema elettorale non puoi presentarti da solo. Infine sono stati fatti errori anche a livello di comunicazione. Insomma, non poteva che finire così.

Cosa serve ora al centrosinistra per ripartire?

Innanzitutto bisogna vedere se lascerà solo Letta o tutta la dirigenza, visto che sono tutti responsabili, nessuno escluso. Se lascerà solo Letta accadrà esattamente quello che è accaduto quando ha lasciato Zingaretti e gli altri prima di lui. Cioè nulla. Il Pd deve riflettere criticamente su tutta la sua storia e deve essere completamente rifondato. Serve un congresso di rifondazione in cui si stabilisca finalmente l’identità del partito.

Quale identità?

Un’identità che per forza di cose si inserisca nell’ambito della rivisitazione delle socialdemocrazie europee. Le socialdemocrazie devono riguadagnare autonomia rispetto alle politiche atlantiche, e così il Pd. Serve una nuova ostpolitik e un nuovo tipo di welfare ma senza l’assistenzialismo tipico di altre culture. Il Pd deve ripensarsi su questa linea e forse gli unici leader in tal senso potrebbero essere forse Fabrizio Barca, forse Peppe Provenzano, di certo nessuno degli attuali capetti.

Nemmeno Bonaccini?

Non lo conosco sufficientemente ma se ha in mente una geolocalizzazione del partito dal punto di vista della struttura amministrativa, valorizzando finalmente gli enti locali, allora potrebbe andare bene. Ma non so se ha questo in testa o se sarebbe una specie di Zingaretti bis.

È possibile per il nuovo Pd una rappacificazione con i centristi di Azione e Italia viva?

È molto complicato. Ci sono due megalomani esaltati come Renzi e Calenda ed è difficile che possano accordarsi all’interno di un gruppo dirigente complesso come quello di un grande partito.

E crede invece che il nuovo Pd debba spostarsi ancora più a sinistra?

Non è questione di sinistra e destra. Serve un programma in cui il Pd presenti una sua linea sulla politica occupazionale, una sua idea di come riorganizzare il reddito di cittadinanza e come ricollocare la propria politica sul piano internazionale. Poi si deve parlare di tutti i grandi problemi ecologici e ambientali, stabilendo una gerarchia di priorità degli interventi. Infine, serve una politica fiscale finalmente perequativa.

Pensa che dem e Movimento 5 Stelle possano ritrovarsi assieme all’opposizione?

Secondo me l’unica cosa che può salvare sia il Pd che il Movimento 5 Stelle è trovare un’intesa. Poi ognuno potrà avere le sue preferenze e le sue sensibilità ma se in Italia ci può essere qualcosa che contrasti la destra è un’intesa di azione tra Pd e Movimento. Ma è possibile solo se il Pd si rifonda e se i 5 Stelle lasciano la linea populista e demagogica legata all’opposizione.

Eppure abbiamo visto che l’opposizione paga, basta vedere la crescita di Fratelli d’Italia negli ultimi anni.

Se Pd e M5S fanno un’opposizione programmatica seria possono presentarsi alle prossime elezioni con qualche possibilità di vincere. Se non lo faranno crolleranno, perché la gente non premia chi sta all’opposizione a prescindere, ma condanna chi ha governato male.

Si spieghi meglio.

Gli elettori non hanno votato la Meloni, ma hanno detto che non andava bene come agivano Pd, Lega, Forza Italia e così via. Avrebbero punito anche i 5 Stelle se in campagna elettorale non fossero tornati a fare opposizione.

Beh, ma hanno comunque dimezzato i voti rispetto al 2018.

Certo, infatti è un errore ottico dire che i 5 Stelle sono andati bene.

Insomma, alla fine a parte la crescita di Fratelli d’Italia l’unico partito che tiene rispetto alle scorse Politiche è il Pd.

Il Pd tiene perché la sua base elettorale è conservatrice e in Italia ci sarà sempre un 18- 20 per cento delle persone che pensa che i dem siano meno peggio degli altri. Ma così facendo resteranno al 18 per cento a vita e prima o poi faranno la fine dei socialisti francesi. A meno che non si ripensino.

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