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Senza avvocatura non si può “governare” la giustizia

Avvocatura decisiva per riportare fra i cittadini la fiducia nella giustizia
Con le recenti riforme si estende il contributo della professione forense nell’organizzazione degli uffici giudiziari. Ma non basta. Serve una partecipazione sempre più integrata, come segnala uno dei documenti precongressuali preparati in vista delle assise di Lecce. Solo così si ricostruisce davvero il rapporto fra cittadini e giurisdizione
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C’è un’idea che si fa strada da tempo nella avvocatura e che pare destinata a informare di sé l’ormai vicinissimo congresso di Lecce, in programma dal 6 all’8 ottobre prossimi: estendere alla professione forense la responsabilità di “governare” la giustizia.

È un’idea non semplicissima da cogliere per chi conosca in modo solo superficiale il mondo dei tribunali. Eppure è esposta nei dettagli, nelle sue ricadute concrete e puntuali, dal documento precongressuale che trovate riportato nell’ultimo Dubbio del lunedì, e che riguarda appunto il nuovo contributo, alla giurisdizione e all’ordinamento, richiesto alla avvocatura dalle recenti riforme.

Non si tratta solo di adattarsi agli spazi, a volte esigui, a volte più ampi, previsti dalle modifiche introdotte con la legge Cartabia. Si tratta anche di guardare avanti. E, per esempio, di consentire in tutti i tribunali l’istituzione di quelle “cabine di regia” create in diverse sedi, strutture che hanno visto il contributo inedito delle istituzioni forensi e dell’Ocf innanzitutto nella gestione del nuovo Ufficio per il processo.

C’è naturalmente un risvolto legato all’efficienza. Coinvolgere il Foro nelle scelte organizzative, e soprattutto nelle analisi che devono precedere quelle scelte, è certamente utile sul piano pratico: la avvocatura è una fonte di conoscenza e di idee innanzitutto per i magistrati che dirigono gli uffici giudiziari.

Ma quel coinvolgimento è essenziale anche in termini simbolici. Perché una giustizia amministrata nella condivisione tra la parte pubblica, cioè la magistratura, e la parte “privata”, la avvocatura appunto, comunque dotata di rilievo pubblico, costituisce un modello che sdrammatizza il rapporto stesso fra giustizia e cittadini. Allontana l’idea della magistratura e della giurisdizione come entità autocratiche, distanti, inaccessibili e in qualche modo spaventose.

La presenza degli avvocati umanizza la giustizia, e idealmente apre ai cittadini stessi i luoghi in cui la si amministra.

Si tratta di una rivoluzione dei simboli, di un cambiamento che riconcilia, favorisce il ritorno della fiducia nella giurisdizione, ricuce lo strappo fra società e poteri.

Nell’ultimo Dubbio del lunedì troverete anche alcuni stralci (selezionati, per ragioni di spazio, con il sacrificio di tanti altri contenuti preziosi) degli ultimi due contributi precongressuali (i primi tre sono stati pubblicati sul precedente numero del Dubbio del lunedì): si tratta di due documenti dedicati all’intelligenza artificiale. In particolare al rapporto e allo sguardo con cui la avvocatura deve considerare i nuovi strumenti della tecnologia.

Anche qui, coinvolgere il Foro nell’evoluzione che coniugherà giustizia umana e uso delle macchine equivale a essere certi di un approccio moderato, razionale e condiviso.

Dal congresso di Lecce potranno emergere molte proposte, ma all’esterno sarà importante che si percepisca un chiaro messaggio, e cioè che senza la avvocatura non si governa la giustizia e dunque, in qualche modo, non si tiene più in piedi la stessa democrazia.

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