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Il voto utile è quello dato a chi difende garanzie e diritti

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Siamo a 24 ore da un’elezione che probabilmente cambierà i connotati della politica italiana. C’è un gran parlare di voto utile, categoria della politica abusata, arbitraria e sfuggente. E’ chiaro infatti che non esiste un voto utile oggettivo, buono per tutti. Per noi del Dubbio che, lo ammettiamo, siamo un pochino monomaniacali, l’unico voto utile è quello dato a ogni singolo candidato che difende i principi del garantismo, che incarna i valori dell’avvocatura e sorveglia la tenuta del Diritto e dei diritti.

Certo, in questi anni ci siamo fatti un’idea di chi ha meglio (e peggio) rappresentato questi principi. Partiamo dal Pd, dal gruppo politico che da anni si presenta come il partito della responsabilità e si considera la colonna portante del sistema istituzionale. Ed è vero, almeno questo gli va riconosciuto: il Pd ha di fatto rappresentato gli apparati istituzionali (e anche per questo ha governato pur non vincendo da anni un’elezione) e ha offerto rifugio e riparo dalla marea sovranista e populista che ha invaso e minacciato buona parte dell’occidente. Ma questa stessa “ossessione” istituzionale lo ha immobilizzato, ingessato, irrigidito. Incapace di rappresentare quello che un tempo si sarebbe chiamato un “blocco sociale”, il Pd ha smarrito il suo racconto. Anche e soprattutto sulla giustizia. Dilaniato e incastrato nella morsa di un fronte sinceramente garantista e un altro storicamente vicino alle procure, il Pd è un partito continuamente sedotto dalle sbandate populiste. Anche sulla giustizia.

E che dire di Fratelli d’Italia? Non c’è dubbio che Meloni stia progettando da mesi, con grande serietà e determinazione, la sua ascesa a palazzo Chigi. Ha sbianchettato le aree più “nere” del suo partito e smussato angoli e asperità più evidenti, tanto che sulla giustizia, ha ingaggiato una figura cristallina come Carlo Nordio. Una operazione “simpatia” che però è riuscita solo in parte a nascondere le viscere di un partito attraversato da venature reazionarie e il cui slogan continua a essere: “Buttiamo le chiavi delle galere”. Meloni ha provato con alterne fortune a offrire una sintesi di questa schizofrenia politica affermando, grosso modo, che il suo partito è garantista nel processo e giustizialista nell’esecuzione della pena. Una tesi assai audace, soprattutto in un periodo come questo, funestato da una ondata di suicidi in carcere senza precedenti. Potremmo ricordare loro le parole di Gherardo Colombo, magistrato che ha attraversato un tratto di storia giudiziaria tra i più significativi e drammatici della nostra Repubblica; ecco, Colombo si ostina a spiegare che la vita come la dignità di una persona non può essere mai sacrificata sull’altare della lotta al crimine.

E vogliamo parlare dei 5Stelle? Conte, va detto, in queste ultime settimane è andato come un treno. Ha concentrato la sua campagna elettorale al Sud dove, nel nome del reddito di cittadinanza, è riuscito a scardinare la gabbia bipolarista, rimettendo in gioco seggi che sembravano già assegnati al centrodestra. In questi mesi ha molto attenuato il tema “populistissimo” (dell’attacco alla democrazia rappresentativa) della disintermediazione tra cittadini e partiti, ma sulla giustizia ha di nuovo ceduto alla seduzione della magistratura presentando due ex toghe di grande peso e visibilità come Scarpinato e Cafiero De Raho. Scelta che per certi aspetti è senza precedenti. Se da un lato il Movimento fondato da Grillo non è più quello dell’ apriamo il Parlamento come una scatoletta di tonno, con questa scelta Conte ha però rotto il filtro che separava politica e magistratura, affidando la propria “politica giudiziaria” direttamente nelle mani della magistratura. E a occhio e croce possiamo affermare che non sarà propriamente garantista.

E poi c’è la Lega di Salvini. Che dire: Salvini in questi anni è stato capace di assumere posture decisamente garantiste – vedi il suo impegno per i referendum sulla giustizia -, alternate ad atteggiamenti di raro giustizialismo: soprattutto nei confronti degli ultimi. Insomma, si tratta del classico garantista a giorni alterni. Tutto il contrario di Silvio Berlusconi, del cui sincero garantismo, dopo quasi 30 anni di onorata carriera e un centinaio di processi ad personam, ormai in pochi possono dubitare. E non è certo un caso che le proposte più radicali e progressiste siano arrivate proprio da lui: parliamo della inappellabilità nei confronti di chi è assolto in primo grado e della separazione delle carriere. Ma ci chiediamo: quanto sarà in grado di incidere il Cav in una coalizione in cui è socio di minoranza?

Infine c’è il Terzo polo. Renzi, nonostante la sua sbandata per il procuratore Gratteri, ha vissuto sulla viva pelle il rapporto incestuoso tra media e procure, ha visto da vicino la feroce determinazione di un sistema giudiziario convinto di dover assolvere a un compito moralizzatore piuttosto che perseguire i reati penali. Un’esperienza che lo ha segnato come persona condizionando le sue scelte politiche che oggi vanno verso posizioni decisamente garantiste. E poi ci sono i radicali. Disseminati nei vari schieramenti, i discepoli di Marco Pannella sono i “San Bernardo” dei diritti, pronti ad offrire soccorso a chiunque finisca travolto da una giustizia che spesso si presenta col suo tratto più feroce e disumano. Insomma, a questo punto dovrebbe essere chiaro: per noi l’unico voto utile è quello assegnato a quei pochi coraggiosi che si ostinano in modo trasversale a difendere la cittadella assediata del Diritto.

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