Da sempre critico sulle misure di prevenzione è l’avvocato Valerio Spigarelli, già presidente dell’Unione Camere Penali.

Via Arenula ha detto: tranquilli che se scatta l’improcedibilità per le confische alla mafia, ci stanno sempre le misure di prevenzione.

Non ha torto il ministero ma semmai, con lapsus freudiano, evidenzia un problema: nel nostro Paese l’accertamento di responsabilità penali, ai fini delle misure di prevenzione, non è per nulla necessario. È possibile che un cittadino venga assolto in uno o più processi ma comunque gli vengono applicate le misure di prevenzione. Esse sono fondate su presupposti, quali la pericolosità sociale del soggetto, diversi dalla responsabilità penale dello stesso. Non è infrequente che nella prassi giudiziaria una persona venga sottoposta ad un processo penale sulla scorta di determinati elementi che vengono ritenuti non solo non idonei per una condanna ma addirittura smentiti. Quegli stessi elementi vengono però utilizzati nel giudizio di prevenzione per applicarne le misure. Ora per fortuna la Cassazione comincia a dire che non si può fare, ma per anni siamo andati avanti così.

Ma quindi al di là dell’improcedibilità bisognava agire sulle misure di prevenzione?

Certo. Esse sono diventate un succedaneo del processo penale, fondato su regole probatorie molto meno stringenti. Questo provoca quello che è sotto gli occhi di tutti: io pm provo a farti condannare nel processo penale; se non ci riesco, come un riflesso pavloviano, ti applico le misure di prevenzione.

Pertanto il Ministero sottolinea l’ovvio.

Sì. La politica quasi rivendica questo strumento delle misure di prevenzione. Ma non si interroga su quanto ingiusto sia questo strumento. La prevenzione infatti manca di tassatività, è fondata sull'inversione dell'onere della prova, sulla negazione dichiarata dell'imparzialità del giudice e sulla commistione tra un'attività di tipo giurisdizionale ed un'attività di tipo esecutivo. Nel procedimento di prevenzione è soprattutto la presunzione di innocenza a non contare, anzi conta esattamente il contrario: ribadisco, puoi essere sottoposto a misure di prevenzione anche sulla scorta delle prove sulla base delle quali sei stato assolto nel processo penale.

Cosa intende per imparzialità del giudice?

Le misure vengono chieste ad un giudice che magari sequestra tutto quanto. Lo stesso giudice sarà anche chiamato a decidere se confermarle o meno nel corso del processo di prevenzione.

Questo elemento di discussione si inserisce nella più ampia riforma del processo penale. Non le sembra che una riforma definita ‘ epocale’ sia stata approvata in un eccessivo silenzio?

Non c’è stato alcun dibattito una volta avuto il prodotto finale della legge delega. Benché le commissioni parlamentari avessero due mesi di tempo per studiarla ed esprimere il parere, di fatto non c’è stata alcuna discussione. E poi non è affatto una riforma epocale.

Perché?

Ci sono elementi contestabilissimi passati sostanzialmente sotto silenzio. Alcune soluzioni sono addirittura illogiche: se lei vuole fare appello nei confronti di una sentenza, deve fare elezione di domicilio anche se è già agli atti. È un criterio ispirato alla complicazione e alla deterrenza alle impugnazioni. L’esempio più eclatante è che questo viene richiesto pure per il ricorso in Cassazione quando all’imputato in quella fase non spetta alcuna notifica personale. Se davvero fosse una riforma epocale avrebbe guardato al codice in maniera più complessiva. Dal mio punto di vista era molto meglio il lavoro della Commissione Lattanzi e non quello poi editato dalla politica nel suo complesso.

Lei parlava di deterrenza: se rinunci al processo ti premio?

Tutti quelli che vogliono da tempo una certa riforma del processo penale sostengono che il processo accusatorio regge pochi dibattimenti. Ma questo obiettivo va perseguito non con strumenti di deterrenza nei confronti del dibattimento. Si dovrebbe fare in modo da condurre le indagini talmente bene da spingere l’imputato a patteggiare perché schiacciato dall’esito non favorevole. Nella riforma Cartabia invece si fa un ragionamento contrario: ponti d’oro da chi scappa dal processo e deterrenza rispetto alle impugnazioni. Ma c’è qualcosa di ancora più clamoroso: le limitazioni poste in essere durante l’emergenza pandemica, come ad esempio puntare molto al processo scritto o sentire l’imputato per videoconferenza, adesso, come avviene spesso nel nostro Paese, sono diventate l’ordinario.

La giustizia riparativa ha diviso gli esperti.

È una idea che va salvata perché è importante. Il problema è come la si mette in pratica. In alcuni casi si scontra con alcuni principi fondamentali del sistema accusatorio: non è condivisibile che sia un pm, prima ancora di stabilire se la notizia di reato è sussistente o meno, ad avviare ad un percorso di mediazione, o che sia un giudice a farlo motu proprio, senza la richiesta delle parti e prima ancora di una sentenza.

Ma questa riforma riduce gli spazi difensivi?

Diciamo che la fuga dal processo accusatorio compie un ulteriore passo inesorabile.

Nel dibattito tenuto sull’Asterisco recentemente, mi pare di aver capito che lei addebita anche all’avvocatura questo risultato.

Il presidente dell’Ucpi ha messo sul tavolo un dato vero: solo una minoranza di avvocati durante la pandemia ha chiesto la discussione orale in appello o Cassazione. Quel dato avrebbe dovuto spingere l’avvocatura a cambiare modo di fare: è un cedimento, ci si arrende alla consuetudine. Questa non è una responsabilità delle associazioni dell’avvocatura - a cui casomai si potrebbe rimproverare di non aver combattuto questo trend – ma è un comportamento dell’avvocatura, in cui mi metto anche io. Dovremmo riflettere su come questo porterà ad una sorta di mutazione genetica dell’avvocato. Che avvocato immaginiamo per il futuro? Quello che punta al minor danno o quello che in ogni caso difende quando c’è da difendere?

Ha fiducia che nella prossima legislatura con la vittoria del centrodestra si approvi la separazione delle carriere?

Se la politica fosse questione di pura aritmetica le direi di sì. Ma sono purtroppo allenato a disillusioni su questo campo. Come disse Enrico Cuccia «le azioni non si contano ma si pesano» : siamo su un terreno in cui non possiamo dare per scontata la volontà politica. Aspettiamo a vedere. Quello che può farci aprire il cuore alla speranza è che queste battaglie non sono più appannaggio del solo centrodestra ma anche di altri, come Azione e Italia Viva. Però la separazione delle carriere, per la quale mi spendo da decenni, non è la soluzione di tutti i mali se accanto ad essa abbiamo un sistema penale che ha una idea regressiva della pena così come professata da gran parte del centrodestra.