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Atlantista sì, europeista non troppo. Meloni e quel tabù chiamato Unione Europea

Meloni giornale tedesco
La leader di Fratelli d'Italia, molto attenta a rassicurare gli Usa, non ha mai nemmeno camuffato la sua mancata conversione sulla strada di Bruxelles
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Una vera svolta non si improvvisa in poche settimane. E Giorgia Meloni non fa eccezione. Perché un conto è trasformarsi nella forza più atlantista del panorama politico, con un lavoro di riposizionamento durato oltre un anno, e un altro è inventarsi dall’oggi al domani convinti europeisti. La leader di Fratelli d’Italia, in realtà, non ha mai nemmeno camuffato la sua mancata conversione sulla strada di Bruxelles, e lo stupore generale per le parole dure indirizzate alla Ue due giorni fa («con noi la pacchia è finita» ) è più figlio di un fraintendimento degli osservatori esterni che di un ritorno al passato dell’aspirante premier. Sì, perché Meloni in tutti questi mesi è sempre stata molto attenta a rassicurare Washington, l’alleato più pesante, più che l’Europa.

La leader della destra è riuscita a cancellare in fretta e furia qualche ambiguità filorussa del passato, sostenendo dall’opposizione il governo, più di ogni altro partito di maggioranza: sulle sanzioni a Mosca come sulle armi a Kiev. E non solo. Da capo della coalizione che ogni probabilità vincerà le elezioni, Meloni si è fatta garante, agli occhi dell’amministrazione Usa, della continuità con l’ex presidente della Bce in tema di posizionamento atlantico dell’Italia, derubricando l’atteggiamento ondivago della Lega in materia a piccola intemperanza di un alleato minore. La presidente di Fratelli d’Italia sa che sarebbe molto complicato, ancor di più in un ritrovato contesto di contrapposizione tra blocchi mondiali, varcare le soglie di Palazzo Chigi con l’ostilità americana, per questo nell’ultimo anno non ha fatto altro che recapitare messaggi oltreoceano. Tutti recapitati, evidentemente.

Ma proprio quest’operazione di restyling radicale deve aver tratto in inganno la maggior parte dei commentatori, convinti che la “redenzione” meloniana fosse estendibile a tutti i livelli della politica internazionale. Eppure sarebbe bastato ascoltare gli interventi pubblici di Meloni per rendersi conto che sull’Europa la linea “sovranista” non era stata messa in discussione. E il comizio di domenica a Milano, come alcuni passaggi del confronto con Enrico Letta di ieri, sono solo un esempio. «In Europa sono preoccupati per il governo Meloni. Con noi la pacchia è finita, ci metteremo a difendere gli interessi nazionali come fanno gli altri Paesi», ha detto la sorella d’Italia in piazza Duomo, guadagnandosi paginoni di giornali stupiti.

In realtà non c’è nessun passo indietro da commentare, nessuna ennesima giravolta da mettere sotto i riflettori. L’euro scetticismo, o l’euro tiepidezza, della destra italiana non è mai sfumato in maniera significativa. Solo tre mesi fa, del resto, Giorgia Meloni tuonava dall’Andalusia, dove era stata invitata per sostenere Macarena Olona , la candidata governatrice di Vox, contro «i burocrati di Bruxelles», pescando a piene mani in tutto l’armamentario retorico del sovranismo. Quello fatto anche di «sì alla famiglia naturale, no alla lobby Lgbt, sì alla identità sessuale, no alla ideologia di genere, sì alla cultura della vita, no a quella della morte». O ancora: «Sì ai valori universali cristiani, no alla violenza islamista. Sì alle frontiere sicure, no alla immigrazione massiva. Sì al lavoro per i nostri cittadini, no alla finanza internazionale».

A Milano, dunque, Meloni non ha fatto altro che ribadire concetti già esplicitati nelle scorse settimane. Quando ancora però il gas non aveva raggiunto quelle cifre da capogiro che suonano tanto come una patata bollente nelle mani dell’aspirante presidente del Consiglio. Né l’inflazione aveva fatto tremare l’Eurozona come accaduto pochi giorni fa. E davanti al potenziale cataclisma, la propaganda sovranista, seppur filo atlantica, non può far altro che riproporre lo schema che conosce a memoria: la contrapposizione di interessi tra Stati nazione. È una sorta di riflesso condizionato che Meloni non ha mai voluto correggere: «Perché non non ha ancora stabilito un tetto (al prezzo del gas, ndr)? Perché si oppongono nazioni come Olanda, amici di Calenda, perché la borsa del gas ce l’ha in casa sua, la Germania, amici alleati di Letta perché sono i più esposti sul piano energetico ma sono anche i più ricchi e possono pagare il prezzo del gas più alto degli altri e accaparrarselo prima», è l’arringa alla piazza milanese della presidente di Fratelli d’Italia.

E non basta ricordare la svolta solidaristica europea consumata all’indomani della pandemia con Next generation Ue per neutralizzare l’effetto della propaganda. Perché con la tempesta perfetta in arrivo serviranno altre risorse e altre dita da puntare nel caso in cui non fossero sufficienti. Meloni lo sa e non intende privarsi di un’arma elettorale che in passato tanta fortuna ha portato alle destre europee. Non è solo questione di concorrenza elettorale della Lega (tra l’altro già doppiata secondo i sondaggi), semplicemente Meloni quel passo ulteriore per piacere alle cancellerie del Vecchio Continente non l’ha mai compiuto. Potrebbe essere un punto di forza davanti all’elettorato, un punto di debolezza a Palazzo Chigi.

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