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Equo compenso addio: niente accordo tra i partiti

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Sfuma l'ultima occasione per approvare la legge al Senato. La presidente Casellati chiude i lavori, ma un voto dopo le elezioni è tecnicamente possibile
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«Il ddl sull’equo compenso è definitivamente sepolto». Non c’è margine di speranza tra i parlamentari dopo la conferenza dei capigruppo di ieri, durante la quale tutti i provvedimenti rimasti in sospeso a causa della caduta del governo Draghi sembrano finiti in un cassetto. E a chiudere definitivamente le porte ci ha pensato la presidente del Senato Elisabetta Casellati, che ha terminato l’ultima seduta a Palazzo Madama annunciando la convocazione solo per questioni urgenti. «Il Senato è convocato a domicilio», ha sottolineato prima di dare il via all’ultima votazione, di fatto mettendo una pietra tombale sul provvedimento.

Il Senato rimane comunque convocabile in caso di eventi imprevedibili. Ma non pare questo il caso, con la conseguenza che anche l’ultima opportunità di portare a casa il ddl ritenuto vitale dai professionisti risulta svanita, dopo il mancato raggiungimento dell’accordo sul testo, il cui destino era legato alla delega fiscale, sostenuta soprattutto dal centrosinistra e avversata dal centrodestra. «Abbiamo proposto di portare in Aula prima il disegno di legge sull’equo compenso, poi la delega fiscale», ha riferito all’Ansa il capogruppo di FdI Luca Ciriani, «ma il governo non ha voluto».

Stando a quanto riferito da alcuni parlamentari dem, però, il Pd ha dato la propria disponibilità a tornare in aula per votare dopo le elezioni, in attesa della convocazione delle nuove Camere, allo scopo di approvare tutti i provvedimenti rimasti in sospeso. Ma sul punto non ci sarebbe stato accordo, stante la volontà della Lega di lasciare al nuovo governo la delega fiscale, con lo scopo di affidarla ad un esecutivo di centrodestra. In ballo, oltre al ddl sull’equo compenso e sulla delega fiscale, c’era anche quello sull’ergastolo ostativo, anch’esso approvato in prima lettura, alla Camera, sollecitato dalla Corte costituzionale con la sentenza del maggio 2021, sostenuto in particolare da Pd e M5s. Ma anche questa pratica è rinviata alla prossima legislatura.

«Noi abbiamo chiesto di calendarizzare la delega fiscale, ma non si riesce a trovare la quadra. Il Governo era disponibile anche a farlo oggi», ha evidenziato la presidente dei senatori Pd Simona Malpezzi al termine della conferenza dei capigruppo. «Io ho proposto di esaminare questi provvedimenti la prossima settimana, qualcuno diceva dopo le elezioni ma non ci sono precedenti che si continui a Camere sciolte dopo le elezioni», ha invece commentato a Lapresse Primo De Nicola, capogruppo di Impegno civico. «Prima si dovrebbero riunire le commissioni», fa notare Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto.

Un voto dopo il 25 settembre, secondo il costituzionalista Giovanni Guzzetta, sarebbe tecnicamente possibile. «L’articolo 61 della Costituzione stabilisce che fino alla riunione delle nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti – spiega al Dubbio -. Fino al giorno della prima riunione delle nuove, astrattamente, Camera e Senato possono svolgere la loro attività con lo stesso regime applicato fino ad ora. È chiaro che, politicamente, più ci si avvicina al momento della successione più ci devono essere gravi ragioni di urgenza affinché le Camere esercitino quei poteri. Ma dal punto di vista costituzionale è fattibile».

Ciò che si può fare ora, dunque, potrebbe essere fatto anche dopo le elezioni, purché si tratti di atti indifferibili, particolarmente urgenti e per i quali non si può attendere la riunione delle nuove Camere. Nel caso dell’equo compenso, il margine d’azione sarebbe dato dalle dichiarazioni rilasciate dalla presidente Casellati subito dopo lo scioglimento delle Camere, quando ha annunciato il proprio orientamento sugli atti che possono essere compiuti durante la fase di prorogatio. E andando a ritroso nel tempo, la presidente del Senato, il 26 luglio scorso, ovvero cinque giorni dopo la caduta del governo, aveva scandito il calendario dell’attività legislativa, «limitata all’esame di atti dovuti, come ddl di conversione e decreto legge e atti urgenti connessi a adempimenti internazionali e comunitari, come il Pnrr, e eventuali ddl sui quali si registra ampio consenso».

L’equo compenso rientrerebbe tra questi ultimi, dal momento che il ddl è stato approvato all’unanimità alla Camera e poi in commissione al Senato, tanto da essere pronto per l’esame dell’Aula il 20 luglio. Insomma, possibiiltà di agire, almeno da un punto di vista tecnico, ci sarebbe. Ma dopo il voto sull’aggiustamento di bilancio, le parole di Casellati hanno mandato in soffitta anche l’ultima speranza.

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