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Equo compenso, Zoppolato: «Questa legge metteva dei punti fermi. Era l’unica soluzione possibile ora»

equo compenso
La Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama non è riuscita a trovare l’intesa su quando mandare al voto il testo in Aula prima della chiusura della legislatura
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«È un vero peccato quanto accaduto l’altro giorno. Serviva una legge che mettesse dei punti fermi, era l’unica soluzione possibile in questo momento», afferma l’avvocato milanese Maurizio Zoppolato, commentando con il Dubbio la mancata approvazione del ddl sull’equo compenso. La Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, complice come da più parti sottolineato il clima pre elettorale, non è riuscita a trovare questa settimana l’intesa su quando mandare al voto il testo in Aula prima della chiusura della legislatura. E dopo discussioni durate anni, il ddl sull’equo compenso, prima firmataria la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, è così tristemente finito su un binario morto. Se ne riparlerà, si spera, con il prossimo Parlamento.

Eppure sul tema dell’equo compenso era stata trovata un convergenza di massima fra i partiti, tutti convinti, pur con alcuni distinguo, che fosse necessario imporre uno stop alla logica della prestazione professionale al “massimo ribasso”. «Purtroppo, le altre strade percorse fino a questo momento non hanno mai prodotto risultati significativi. Mi riferisco, in particolare, ai vari ricorsi giurisdizionali che sono stati presentati contro le amministrazioni che avevano inserito nel bando di gara proprio il criterio del massimo ribasso», prosegue Zoppolato. Le pronunce del giudice amministrativo, va ricordato, hanno sempre confermato tale impostazione di fondo. Non sono mancate, poi, motivazioni a dir poco sorprendenti. Come una sentenza del Consiglio di Stato dello scorso anno, a proposito di un bando da parte del Mef dove non era previsto alcun emolumento, in quanto per il professionista ci sarebbe comunque stata la «gratificazione per aver apportato il proprio personale fattivo e utile contributo alla “cosa pubblica”» .

L’amministrazione, dunque, è pienamente legittimata a scegliere la proposta economicamente più conveniente. Quando il professionista contratta la sua prestazione si trova su di un piano paritetico con la committente e non si deve osservare quanto previsto dalle legge 148/ 2017. Pertanto vale il preventivo più basso, anche di importo nettamente inferiore alle somme previste dai parametri forensi. A ciò si aggiunge che, trattandosi nella stragrande maggioranze dei casi di prestazioni professionali sotto la soglia dei 40mila euro, si può procedere tranquillamente con l’affidamento diretto, evitando la procedura di evidenza pubblica e le lungaggini del caso. Un simile sistema determina, è innegabile, effetti a dir poco perversi, un vero dumping, con offerte di volta in volta sempre più basse per riuscire a portare a casa il lavoro.

Nessuno, ovviamente, è tenuto ad accettare simili regole di “ingaggio”, ma in un periodo di grande crisi come l’attuale, dove molti avvocati sono pronti a cambiare professione proprio per le difficoltà economiche, diventa di fatto una scelta obbligata. In tutto ciò c’è anche il rovescio della medaglia: l’avvocato, infatti, deve comunque garantire la qualità della prestazione, in ossequio al «pregnante dovere di diligenza richiesto dall’articolo 1176, comma 2, del codice civile nell’espletamento dell’incarico professionale, il quale grava sull’avvocato munito di mandato difensivo a prescindere dall’entità del compenso e persino in caso di incarico gratuito», come si può leggere in una delle sentenza del giudice amministrativo sul punto.

Per Zoppolato un simile approccio da parte del giudice amministrativo non può non contribuire ad affermare «la logica secondo cui l’avvocato deve lavorare bene a basso costo». Gli effetti non si fanno attendente, prosegue Zoppolato, costringendo «gli studi con un buon numero di collaboratori a sottopagare i più giovani, o al limite incoraggiare i giovani a fare salti mortali, ma senza concedere loro la prospettiva di poter sostenere le spese di uno studio vero, con tutto quanto ne consegue in termini di qualità del lavoro e delle prestazioni». Uno “spiraglio” ci sarebbe ultimamente per i professionisti che vengono reclutati per realizzare i progetti legati ai fondi del Pnrr. «Le amministrazioni pubbliche che hanno in ballo progetti per milioni di euro stanno prestando maggiore attenzione alla scelta del professionista. Sanno bene che un qualsiasi problema può comportare problemi per l’erogazione di questi fondi», continua Zoppolato.

Discorso diverso, invece, per chi non ha posto in essere progetti legati al Pnrr, come gli istituti di credito, le compagnie assicurative, o le agenzie fiscali. Chissà, allora, se con la prossima legislatura si riuscirà finalmente ad uscire dalla logica “darwiniana” che chi fa il prezzo più basso vince, consentendo invece al professionista di guadagnare quanto merita.

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