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Sisto: «Ai colleghi dico: c’è tempo per salvare l’equo compenso»

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Il sottosegretario: «Non c’è ragione per non approvare il ddl, la politica deve aiutare i professionisti»
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«La campagna elettorale dura 15 giorni, ma le responsabilità per chi non ha voluto l’approvazione del ddl sull’equo compenso resteranno scolpite nella mente dei professionisti. Lo dico non come un anatema, ma perché se qualcuno pensa che i professionisti dimenticano si sbaglia. La politica ha il dovere di aiutare categorie fondamentali quali sono i professionisti. E se qualcuno ritiene di fare diversamente, se ne assumerà la piena responsabilità». Il sottosegretario alla giustizia Francesco Paolo Sisto non parla solo da politico, ma anche in forza della sua esperienza di avvocato. Ed è proprio per questo che ha particolarmente a cuore il ddl sull’equo compenso, un provvedimento che «dà al professionista più dignità e rispetto» e con il quale la politica non può mancare l’appuntamento. «Sono fiducioso – spiega -: c’è ancora tempo per portare a casa questo risultato. Chiedo a tutti responsabilità».

La campagna elettorale in corso ha di fatto stritolato il ddl sull’equo compenso. Cosa dice a questo esercito di persone oggi deluso dalla politica?

Credo che i professionisti abbiano diritto a fatti, a comportamenti concludenti che diano l’idea del senso della politica e dei partiti. Ieri (giovedì, ndr) ho lanciato un appello col quale ho chiesto a Pd e M5S di dismettere ogni atteggiamento politicamente inopportuno e di rispettare quanto accaduto alla Camera e in Commissione al Senato, dove il testo sull’equo compenso è stato votato all’unanimità. Non possono essere valutazioni successive a legittimare un cambiamento di parere. A questa legge così importante e così attesa bisogna dare corso, marcando la differenza tra contingenze elettorali e percorsi legislativi, privilegiando solo i bisogni dei cittadini. Facciamo ancóra in tempo.

Perché questo provvedimento è importante?

La sua importanza è indubbia, perché riguarda una folla di cittadini prima e di professionisti poi. Qualcuno pensa che le professioni siano un “luogo” soltanto dei professionisti, ma io ricordo che i professionisti rappresentano la gente, difendono i cittadini. Qualunque cosa riguarda la correttezza dei rapporti tra cliente (forte) e professionista (debole), con la necessità di un riequilibrio, riguarda in realtà tutti. E basterebbe comprendere questo per portare “in braccio” questa legge oltre il traguardo.

Quali sono stati i motivi che hanno fatto saltare l’accordo? I partiti, nella giornata di giovedì, si sono rimpallati le responsabilità, in particolare il Pd e Fratelli d’Italia…

Intoniamo la risposta al pragmatismo. Questo è un provvedimento proposto da tre partiti, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ascrivere a chi propone il provvedimento la responsabilità di non volerlo portare a termine mi sembra davvero un paradosso. Ma sono ottimista: sono convinto che, essendoci altre due settimane per votare e non sapendo se oltre il 25 ci sarà la possibilità ancora di farlo, non escludo, anzi mi auguro, ci sia un revirement per alcune, limitate, perplessità e si possa raggiungere l’obiettivo. Sarebbe un test qualificante per sancire la maturità di questo Parlamento e dei partiti che lo popolano. Sarebbe finalmente un provvedimento scritto specificamente per i professionisti, nell’interesse dei cittadini. Aggiungo che da questo punto di vista non va sottovalutata la pubblicazione, sulla prossima Gazzetta Ufficiale, delle nuove tariffe professionali forensi, attese dal 2014. Una buona dimostrazione di come la politica delle attenzioni e dei fatti possa raggiungere risultati, magari insperati Ora si passerà alle nuove tariffe di altre categorie: come i commercialisti, che come richiesto dal presidente Elbano de Nuccio, ne hanno urgente necessità. È la dimostrazione che se c’è un percorso positivo, quella positività, ad effetto domino, ne muove altre e riattiva un circuito virtuoso, quello della competitività delle e nelle professioni che ritengo, assieme alle imprese, un pilastro per la ripresa dell’economia di casa nostra.

La presidente del Cnf Masi teme una strumentalizzazione in campagna elettorale di questo provvedimento. È così o ci sono ragioni tecniche alla base di questo stop?

Maria Masi ha espresso un parere giustamente preoccupato sul fatto che la campagna elettorale possa avere avuto un’influenza su queste scelte, che io, onestamente, trovo inspiegabili. Trovo difficile comprendere quali siano le ragioni dello stop di oggi, dopo il voto all’unanimità alla Camera e in Commissione. Sia chiaro: la legge perfetta non esiste, le leggi sono tutte perfettibili. E anche l’equo compenso, certamente lo è. Ma da qui a ritenere che la perfettibilità (secondaria) sia un ostacolo all’approvazione di un passo avanti così importante (primario) ne passa. È difficile pensare che ci sia una legge per la quale non si possa fare di meglio, tenuto conto anche delle grandi mediazioni che il governo Draghi ha avuto in sé, soprattutto per la variegatura delle componenti politiche. Mi sembra che il passo avanti sia straordinario: una volta che la legge entrerà in vigore, se ci sarà da rendere operativo un intervento migliorativo lo si farà, con tranquillità. C’è un’attività post emendativa della legge che è utile per migliorarne la qualità, dopo i primi momenti di sperimentazione. Sono convinto che, con un guizzo di tutti, l’equo compenso potrà vedere la luce.

La deputata dem Gribaudo ha evidenziato alcune criticità, definendo il testo dannoso: invece di colpire i committenti inadempienti la norma sanziona i professionisti sottopagati e penalizza i giovani professionisti.

Non mi sembrano ostacoli impedienti e meno che mai insormontabili. Come ho detto, si può porre rimedio, ma bisogna considerare il fatto che siamo ormai in zona Cesarini: manca un minuto al fischio dell’arbitro che chiude la partita. Credo che queste obiezioni possano/debbano essere tranquillamente rivalutate dal nuovo Parlamento, laddove ce ne fosse necessità. Perché anche su questo bisogna intendersi: non è che le critiche di un partito siano necessariamente tutte fondate e tutte giustificate; vanno sottoposte alla maggioranza del Parlamento, che, come detto, già si è espressa all’unanimità e all’unanimità in Commissione. Mi sembra che la tipologia delle obiezioni non rimuove l’importanza sostanziale del provvedimento. Sono degli aggiustamenti, ma non toccano il cuore della legge, che riequilibra le posizioni tra cliente forte e contraente debole, ovvero il professionista.

Lei ha fatto un appello alle responsabilità. Ha avuto modo di confrontarsi con i gruppi per capire se c’è la possibilità di giungere ad un accordo in questo scampolo di legislatura?

Ci sto provando. Al di là dell’appello pubblico, sto cercando di riannodare i fili della trama per provare a raggiungere un obiettivo utile per tutti. A me stanno troppo a cuore i professionisti e non soltanto per la delega, ma perché credo che in un momento di difficoltà del Paese sarebbe veramente assurdo non approfittare di un’occasione di questo genere per dare ai nostri giovani il motivo per essere rispettati. Perché il problema è questo: il rispetto delle professioni. Bisogna dare e al professionista più dignità e più rispetto. E se non non ci pensa il legislatore chi deve pensarci?

Oltre all’attenzione ai professionisti, quali saranno le priorità del centrodestra in futuro?

Abbiamo stilato un programma molto articolato sulla giustizia, che va dalla separazione delle carriere alla riscrittura dei reati fallimentari, sulla scorta e sul modello della nuova crisi d’impresa, e una revisione del rapporto tra precetto e sanzione, nell’ambito del codice penale, in cui ci sono aumenti e decrementi di pena che vanno sintonizzati perché vi possa essere un unico metro di lettura delle varie fattispecie. Il programma riguarda interventi per la velocizzazione del processo penale, interventi sull’ordinamento penitenziario, sia di carattere strutturale – si pensa a problemi come il sovraffollamento -, sia di carattere sostanziale – laddove si possa intervenire sugli strumenti di deflazione del processo. Il primo problema è la velocità e riteniamo si possa fare qualcosa di più, perché il cittadino ha diritto di sapere velocemente qual è l’esito del suo processo, per esempio con udienze più ravvicinate e un aumento del numero di magistrati. Se il corpo della magistratura non è sufficiente per reggere l’impatto il modo per guadagnare tempo non può essere tagliare le garanzie. Su questo noi non facciamo transazioni. È un dogma: prima diritti e garanzie, poi l’efficienza.

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