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Saltato (o quasi) l’equo compenso, travolto dalla lite sul Dl Aiuti-bis

Il provvedimento che tutelava le retribuzioni dei professionisti non è più nell’agenda del Senato in scadenza: i contrasti fra partiti sul testo che fronteggia la crisi energetica hanno cambiato i programmi dell’aula, con il sacrificio degli ultimi ddl a un passo dall’approvazione definitiva
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Potrebbe essere il mancato accordo dei partiti sugli emendamenti al decreto legge Aiuti-bis (Dl 115/2022), emerso stamattina nella riunione congiunta delle commissioni Bilancio e Finanze di Palazzo Madama, ad affossare definitivamente il ddl sull’Equo compenso (As 2419).

Eppure nelle ultime ore erano circolate notizie di segno diverso, decisamente incoraggianti, che riferivano come nella conferenza dei capigruppo del Senato, tenuta ieri sera, si fosse tentata una mediazione per portare al voto finale, oltre alla legge di conversione del Dl Aiuti-bis, anche il testo sull’equo compenso (che aveva visto come primi firmatari esponenti del centrodestra), la delega fiscale (il cui via libera veniva sostenuto principalmente dal Pd), e il disegno di legge sull’ergastolo ostativo (che interessava soprattutto al Movimento 5 Stelle).

Si preconizzava inoltre una nuova riunione dei capigruppo, che si sarebbe dovuta tenere di qui a poche ore, dopo la chiusura dei lavori sul provvedimento anticrisi.

Insomma c’era spazio per l’ottimismo. Il Dubbio ha però appreso, poco fa, da fonti autorevoli, che:
1) nella conferenza dei capigruppo al Senato di ieri si era parlato quasi esclusivamente dei lavori parlamentari per la conversione del decreto Aiuti-bis;
2) non era stata prevista, a fine incontro, alcuna nuova conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama (fermo restando che i capigruppo si sentono regolarmente su base individuale);
3) contrariamente alle aspettative, nella riunione congiunta delle commissioni Bilancio e Finanze del Senato non si è trovato un accordo sugli emendamenti al Dl Aiuti-bis, soprattutto per problemi di copertura, tanto che ha iniziato a circolare l’ipotesi che il provvedimento possa essere approvato senza emendamenti;
4) di conseguenza, l’aula del Senato veniva impegnata a oltranza (anche fino a notte fonda) nell’approvazione della legge di conversione del decreto economico;
5) dato che nessuna forza politica è disposta a fare concessioni agli altri partiti, ognuno dei quali ha priorità diverse, la legislatura si chiuderà molto probabilmente con l’approvazione del decreto Aiuti-bis, nonostante le più che legittime aspettative dei professionisti, i quali confidavano in un piccolo sforzo del Parlamento, considerato che per far diventare legge il testo in materia di equo compenso sarebbe bastato il solo passaggio in aula a Palazzo Madama;
6) d’altronde i parlamentari sono ormai pienamente impegnati nella campagna elettorale (si vota tra poco più di due settimane), e sono quindi riluttanti a tornare in Parlamento, non avendo il dono dell’ubiquità (questa però è una intuizione di chi scrive);
7) fino all’ultimo non si può escludere nulla, e nemmeno che un eventuale decreto legge Aiuti-ter faccia tornare (miracolosamente) i senatori in aula, rendendo possibile, magari in quell’occasione, l’impossibile (ossia l’approvazione dell’AS 2419).

Va detto che in questo periodo per i giornalisti è difficile contattare non solo i politici, ma perfino i loro stessi addetti stampa: in ogni caso le poche fonti che si sono rese disponibili hanno portato tutte alle conclusioni sopra riportate, che sono le stesse indipendentemente dalla provenienza (e dell’area politica di appartenenza).

Insomma, per quanto sia prematuro fare discorsi funerei per il ddl sull’equo compenso, che, usando le parole del sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, avrebbe costituito un passo in avanti nella tutela dei professionisti più giovani e meno noti, tutto lascia immaginare che i professionisti italiani dovranno attendere, nella migliore delle ipotesi, almeno un altro anno per vedere riconosciuto un diritto, che in fondo è l’applicazione degli articoli 1 e 36 della Costituzione.

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