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Carcere, il Papa rompe il silenzio: «Troppi suicidi in cella»

Papa Francesco
Bergoglio lancia un nuovo allarme al termine dell’udienza generale. Il Garante: «Parole di speranza per chi è dimenticato»
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Il Papa lancia un nuovo allarme sui suicidi nelle carceri. «Purtroppo – dice Bergoglio a braccio al termine dell’udienza generale – nelle carceri sono tante le persone che si tolgono la vita, a volte anche giovani. L’amore di una madre può preservare da questo pericolo. La Madonna consoli tutte le madri afflitte per la sofferenza dei figli».

Il Papa ricorda che domani sarà celebrata «la festa della natività della Vergine Maria. Ha sperimentato la tenerezza di Dio come figlia, piena di grazia, per poi donare questa tenerezza come madre attraverso l’unione e la missione del figlio Gesù. Per questo oggi desidero esprimere la mia vicinanza a tutte le madri, in modo speciale alle madri che hanno figli sofferenti, malati, emarginati, figli carcerati. Una preghiera particolare per le mamme dei giovani detenuti perché non venga meno la speranza».

A ringraziare il pontefice per le sue parole è il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma. «Parole di vicinanza, affetto e speranza per chi sconta una pena, troppo spesso dimenticata o ignorata», sottolinea il garante, ricordando i numeri della strage: sono 59 le persone che si sono suicidate in carcere nel 2022, a cui si aggiungono 19 casi di morte «per cause da accertare»; 16 sono stati i suicidi nel solo mese di agosto. «Mi auguro che le parole del Papa possano aiutare, ma occorrono fatti concreti. Per ora non si è vista alcuna iniziativa», afferma all’Adnkronos Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio detenuti di Antigone. «Ormai da diversi anni la politica – commenta Scandurra – non mostra particolare interesse e sensibilità nei confronti delle questioni del carcere. Lo fa, in parte, durante la campagna elettorale ma con taglio allarmistico e con slogan che certo non aiutano. Né le persone che vivono all’interno degli istituti penitenziari, né quelle che vi lavorano. La soluzione – sottolinea – non è lasciare il carcere abbandonato a se stesso: pene lunghe, poche opportunità di uscita significa meno speranza e più tensione».

Tra le priorità, ricorda Scandurra, c’è quella di «garantire e facilitare i contatti tra detenuti e familiari: le persone meno sole sono anche meno a rischio drammi». E poi, «sono fin troppi i problemi dal lato delle condizioni materiali (ci sono istituti dove è ancora un problema l’allacciamernto all’acqua) e ci sono enormi carenze dal lato delle opportunità trattamentali nelle carceri italiane, serve dunque cambiare, lavorando principalmente sulle prospettive da dare ai detenuti. Solo così si abbassa l’ansia di uscita».

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