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Così la guerra irrompe in campagna elettorale e promette di spostare voti

Putin Occidente Russia
Fino a pochi giorni fa la Russia e il conflitto erano rimasti sullo sfondo della competizione. Non conveniva a nessuno parlarne. Ma ora i leader scoprono le carte
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Se tra la propaganda elettorale e la realtà esistesse ancora un nesso forte, in questa campagna elettorale si parlerebbe solo della guerra, delle sanzioni, della crisi energetica e di quella economica alle porte, di come fronteggiare una situazione forse mai prima così difficile. Nulla di più lontano dalle intenzioni dei leader e li si può capire: per Letta e Meloni, complici nel proporsi con reciproco vantaggio come antagonisti, inconciliabili e “fuori i secondi”, non è conveniente mostrarsi identici sul tema che in realtà è quasi solo l’unico che pesi in questo momento.

Per la destra, che deve farsi vedere unita, distinguendosi al proprio interno ma sulle ricette non sugli indirizzi di fondo, è spiacevole palesare che proprio sul fronte di gran lunga più importante la divaricazione è invece strategica. A Conte, che non è un cuor di leone, l’idea di essere descritto ogni santo giorno dai media come emissario di Putin non sorride e a nessuno sembra conveniente far sapere che il parere di quella maggioranza degli italiani contraria all’invio delle armi all’Ucraina non conta. Dunque sin qui, con sparute eccezioni, una tacita conventio ha messo la sordina all’imbarazzante questione. Meno se ne parlava meglio era. Le cose sono cambiate nell’ultimo week-end e cambieranno molto di più nei prossimi venti giorni.

La realtà si impone sui calcoli di bottega dei leader e la decisione russa di sospendere le forniture di gas fino a che resteranno le sanzioni precipita l’Europa e l’Italia in una crisi molto più pressante del previsto. Il governo Draghi era caduto in una fase di relativo stallo: guerra d’attrito sul fronte propriamente detto, scambi di colpi bassi ma senza grosse novità su quello del conflitto finanziario, la “guerra delle sanzioni”. Nel giro di una settimana la tensione però si è impennata fino alla botta di oggi. Esasperato dalla tattica russa delle sospensioni a singhiozzo del gas per far salire i prezzi, consapevole dei risultati non inesistenti però molto inferiori alle aspettative delle sanzioni sin qui decise, preoccupato per la tenuta delle opinioni pubbliche nei vari Paesi nei prossimi mesi, l’Occidente ha deciso di sferrare un colpo durissimo, nella speranza che sia in prospettiva quello del KO ma con la certezza nell’immediato di un aggravamento serio del quadro complessivo.

Proprio perché i Price Cap, in particolare quello sul petrolio, è una mazzata potenzialmente devastante, la Russia ha risposto con la sospensione totale del gas erogato dal gasdotto North Stream ed è prevedibile che la situazione si avviti vertiginosamente nei prossimi giorni, dal momento che venerdì il consiglio dei ministri dell’Energia Ue avanzerà una proposta su quale formula di tetto sul prezzo del gas adottare e prevedibilmente l’occidente accelererà sul tetto per il prezzo del petrolio. Se nei prossimi giorni occuperà le prime pagine, la guerra delle sanzioni e dell’energia invaderà la campagna elettorale. Salvini, che del resto è alla ricerca di una bandiera che gli permetta di recuperare in parte lo scarto che lo separa da Giorgia Meloni ha già iniziato, prima timidamente, poi, a Cernobbio, fragorosamente. Saranno le circostanze imminenti a decidere se si sarà trattato di una sparata estemporanea oppure di una posizione meno effimera.

Dalle medesime circostanze, cioè da quanto si aggraveranno nei prossimi giorni la crisi e di conseguenza anche la preoccupazione degli elettori, dipenderà anche se e quanto il tema inciderà sulle intenzioni di voto. Per ora, probabilmente, quell’impatto è limitato, proprio perché guerra e crisi sono rimaste relativamente ai margini della campagna. Le cose però cambierebbero se nell’ultimo scorcio prima del voto montasse tra gli elettori una fortissima preoccupazione non sul grado in più o in meno di riscaldamento ma sulle prospettive generali per occupazione e potere d’acquisto. Non è detto che le cose vadano così. Di qui all’apertura delle urne ci sono 20 giorni, forse pochi perché il tema della guerra, delle sanzioni e della crisi diventi molto più decisivo di quanto non sia stato sinora. Ma nel caso sarà solo un rinvio perché la vera mina che attende il governo della destra è questo.

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