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Cara Meloni, se sei lì è anche grazie alle nostre battaglie femministe

Le donne di sinistra sono tagliate fuori dalla politica? La replica della senatrice del Pd Valeria alla lettera di Giorgia Meloni sul Corriere della Sera
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La replica di Valeria Valente, senatrice Pd e presidente della Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere, alla lettera di Giorgia Meloni pubblicata sul Corriere della Sera del 5 settembre. 

Credo che Giorgia Meloni sappia bene di avere una questione aperta con l’elettorato femminile, tanto è vero che proprio secondo i sondaggi FdI raccoglie più il voto degli uomini che quello delle donne. In questo momento della campagna elettorale, con le ricerche demoscopiche che la danno candidata Premier in pectore, la leader di FdI è impegnata a mostrarsi per ciò che non è mai stata.

Cerca di rassicurare le cancellerie internazionali sulla futura collocazione saldamente euro atlantica dell’Italia, tenta di smarcarsi dalle radici stataliste della sua Fiamma tricolore, annunciando che varerà una finanziaria rispettosa dei vincoli europei. Allo stesso modo, lei che da donna è a capo di un partito fieramente conservatore, anzi reazionario, sta cercando di accreditarsi come più avanti delle femministe, all’avanguardia, solo perché è d’esempio alle signore: è possibile tenersi tutto, famiglia e carriera, senza quote e senza le lagne delle donne di sinistra.

Peccato che in questi goffi tentativi Meloni cada per forza di cose in contraddizione. Perché più delle parole contano i fatti. Come può sposarsi con il suo nuovo “femminismo” la sua alleanza con la Lega di Salvini, per cui il modello di famiglia è quello di Orban (la donna a casa a fare figli e l’uomo al lavoro) e di Pillon, che cercò in Senato di riscrivere contro le donne il nuovo diritto di famiglia? Come può conciliarsi con il rispetto dei diritti delle donne il suo aperto schieramento in Europa non solo con l’Ungheria, ma anche con la Polonia che ha di fatto messo fuori legge l’aborto e con Vox, alla cui assemblea è intervenuta per sostenere “Dio, Patria e famiglia”? Come può il suo “non toccheremo la 194” risultare credibile, dal momento che nelle Marche e in Umbria le giunte targate FdI hanno reso quasi impossibile il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza e messo fuori legge la pillola abortiva? Come può stare dalla parte delle donne chi ha postato il video dello stupro di una signora ucraina solo perché a farle violenza è stato un clandestino e non ha chiesto scusa nemmeno quando la vittima si è detta disperata perché è stata riconosciuta in quelle immagini? Come si accordano con la volontà di mostrarsi paladina delle donne proposte come la terra in dono per il terzo figlio, il quoziente familiare che scoraggia il reddito femminile o lo stipendio “alle mogli e alle madri” che fanno i lavori domestici (video del senatore forzista Mallegni)?

Forse a Giorgia Meloni, donna di sicura intelligenza, andrebbe consigliata più cautela e meno spregiudicatezza. Così come forse ogni tanto le andrebbe ricordato a proposito delle donne di sinistra che, se è arrivata lì dove è oggi, è anche grazie a chi questi spazi in passato li ha pretesi, oltre che per se stessa, per tutte le donne di quel tempo e per quelle che sarebbero venute dopo. Battaglie femministe che lei disconosce e ha disconosciuto per lungo tempo e che oggi molti suoi alleati continuano a disconoscere, se non a beffeggiare. Battaglie i cui risultati oggi diamo per scontati, ma che senza quei movimenti non lo sarebbero stati: il diritto di voto, il diritto a sposare chi vogliamo o a non sposarci affatto, il diritto di disporre del nostro corpo e anche di non fare figli se questo è il nostro desiderio, il diritto di diventare magistrate, avvocate, scienziate, astronaute. Diritti che non solo non sono stati una concessione, ma che soprattutto non possono essere considerati come acquisiti per sempre. Per questo noi donne di sinistra ci saremo. Come già ci siamo state. E non permetteremo alla destra di toccare non solo la 194/78, ma un lungo elenco che va dal divorzio alla parità salariale alla legge Golfo-Mosca per le quote nei Cda delle società quotate, fino alle norme contro la violenza di genere. Tutte leggi che hanno visto, guarda caso, sempre schierate le donne e le forze del centrosinistra e che solo poche volte hanno invece avuto il sostegno delle destre e delle forze conservatrici di questo Paese.

Il punto poi non è arrivare ai vertici secondo modelli e regole di ingaggio costruite dagli uomini per gli uomini. La vera sfida è farlo affermando un modello differente di leadership, di gestione del potere, di politica, che parta dal nostro modo diverso di stare e di guardare al mondo, con un’umanità, una modalità di relazione, un’idea di società differenti, ponendo al centro dell’agire politico il concetto di cura, perché la politica per noi serve anche a questo, a prendersi cura di chi non ce la fa e di chi rischia di restare indietro. Le quote “rosa” servono ad aiutare anche questo punto di vista a farsi spazio nel sistema, per cambiarlo. Vogliamo giocare la nostra partita, competere con regole scritte anche a nostra misura. Non vogliamo che le donne debbano essere costrette a fare i salti mortali, ma che sia normale per una donna nella sua interezza arrivare dove vuole. Per questo nel programma del Pd la prima priorità è l’occupazione femminile, che rende le donne autonome, più forti, libere dalla violenza e di scegliere la propria vita.

Del resto forse qualche sospetto dovrebbe destarlo una leader che rivendica il suo essere un’eccezione in quanto donna e che pur avendo portato (secondo i sondaggi) il suo partito dal 3 al 24%, lo ha fatto lasciando intatta cultura e classe dirigente. Maschile e maschilista.

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