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«Il Pd ha smesso di essere progressista quando ha sposato l’agenda Draghi»

Intervista a Mariolina Castellone, capogruppo al Senato del M5S: «Siamo gli unici a parlare di lavoro e a dichiarare guerra al precariato»
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«È un momento di grande entusiasmo, stiamo raccogliendo i frutti del lavoro fatto in questi anni». Mariolina Castellone, capogruppo al Senato del M5S, commenta così le buone notizie che arrivano dai sondaggi. Perché dopo la caduta del governo Draghi quasi tutti gli analisti avevano certificato la morte politica del Movimento e invece la creatura di Conte sembra guadagnare consensi di settimana in settimana.

Senatrice, proponete un programma molto diverso da quello del 2018: salario minimo, tassazione degli extraprofitti, riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio. Più che il programma del M5S sembra quello di Rifondazione comunista…

Noi abbiamo sempre avuto un’agenda molto progressista, credo che la misura più di sinistra degli ultimi anni sia il reddito di cittadinanza. Stare accanto agli ultimi, a quelli di cui in genere non si occupa nessuno e portare avanti i temi della giustizia sociale: è sempre stata questa la nostra agenda, sono forse gli altri ad aver rinnegato l’agenda sociale.

Si riferisce al Pd?

Chiaramente.

Da parte sua, Letta, riferendosi a Conte, dice: «Progressisti non ci si inventa».

Non ci siamo inventati, siamo coerenti, questi sono i temi che abbiamo sempre portato avanti. Si può dire certamente che abbiamo fatto un percorso di maturazione politica e per questo a Letta direi: è vero, progressisti non ci si inventa, ma bisogna esserlo sempre, non a giorni alterni. E il Pd ha smesso di essere progressista quando ha sposato l’agenda Draghi, è un partito che dice di volere il salario minimo e poi blocca la legge Catalfo in Senato presentando emendamenti identici a Forza Italia, dice di volere la tutela ambientale e poi apre agli inceneritori.

Progressisti sì, di sinistra no. Vi fa paura questa parola?

Vecchia storia, ma alle etichette preferiamo i temi concreti. Comunque, di certo, non siamo di destra e il M5S di Conte è ben ancorato dentro l’arco progressista.

Il sostegno ai decreti sicurezza di Salvini e il dito puntato contro i «taxi del mare» sono dunque da classificare come un peccato di gioventù?

Quei decreti facevano parte di un contratto di governo siglato con una forza politica molto distante da noi. Era un contratto in cui ognuno provava a realizzare alcuni punti del proprio programma. Ma voglio ricordare che grazie a quell’accordo abbiamo fatto votare alla Lega il reddito di cittadinanza. Quei decreti sicurezza sono frutto comunque di un lavoro di mediazione col Movimento che ha ammorbidito e di molto il contenuto iniziale. Quella non è mai stata una nostra misura identitaria, anzi, abbiamo limitato i danni per quanto possibile e con il Conte II abbiamo modificato il provvedimento.

Quindi quelle posizioni sull’immigrazione non vi appartengono più?

La nostra posizione sull’immigrazione è sempre stata una: rivedere il Regolamento di Dublino per costruire un’Europa solidale anche in termini di accoglienza. Questo abbiamo sempre chiesto in sede europea dove la Lega non si è presentata neanche a una delle 22 riunioni dedicate al tema. Inoltre ricordo che nel nostro programma abbiamo inserito lo ius scholae come testo sulla riforma della legge sulla cittadinanza.

Avete definito «pericolosa» l’agenda Draghi. Quale sarebbe il pericolo?

L’agenda Draghi è la negazione del campo progressista. Perché è un’agenda che non risponde minimamente alle esigenze di famiglie e imprese. Noi parlavamo di pandemia energetica fin dallo scorso autunno ma nessuno ci ha ascoltato. E non ci hanno risposto nemmeno a marzo, quando abbiamo presentato una mozione in cui chiedevamo al governo di fare attenzione alla speculazione messa in atto dai colossi energetici già prima dello scoppio della guerra. Il dl Aiuti non era votabile per questo: era del tutto insufficiente e conteneva delle norme completamente estranee alle esigenze delle famiglie e delle imprese. Non si può chiedere solo l’appoggio delle forze politiche ignorandone sempre le proposte.

Quella non fiducia ha segnato la fine dell’alleanza giallo-rossa. Dopo il voto sarà possibile riallacciare il filo del discorso interrotto col Pd?

Con questi vertici del Pd abbiamo pochissimo in comune, sembrano orfani della stagione renziana. La stessa base di quel partito ha forti mal di pancia nei confronti delle scelte dei leader. E noi a loro vogliamo parlare.

E questo è evidente: vi rivolgete prevalentemente ai delusi dem. Ma perché un elettore del Pd dovrebbe votare M5S?

Perché siamo gli unici a parlare di lavoro, partendo dal salario minimo di nove euro lordi l’ora. Siamo gli unici a dichiarare guerra al precariato. Siamo gli unici che parlano di disarmo, tutela ambientale, di scuola e sanità pubblica.

Eppure fino a ieri governavate insieme ai dem…

Siamo stati insieme fino a che sembrava si potesse portare avanti un progetto comune, poi non è stato più possibile perché loro hanno rinnegato il percorso intrapreso con il Conte II dove abbiamo gestito bene la pandemia e fatto cose importanti come il blocco dei licenziamenti. E con questi vertici che hanno distrutto il campo progressista non credo si possa tornare a parlare.

Intanto la frammentazione a sinistra facilita la marcia trionfale della destra.

È vero, ma gli accordi di convenienza non funzionano. Per convincere i cittadini bisogna essere d’accordo sulla visione, deve essere credibile la proposta.

Lei sfiderà all’uninominale Davide Crippa, suo ex collega di partito nonché ex capogruppo M5S alla Camera. Possiamo definirlo un derby?

Candidare Davide, piemontese, nel mio collegio di Giugliano è una scelta incomprensibile. Qui la gente sa cosa abbiamo fatto. Vengo da un territorio ad alta incidenza tumorale e, da medico che ha sempre fatto ricerca oncologica, ricordo cosa dicevo durante la scorsa campagna elettorale: sognavo una legge che istituisse un registro tumori nazionale per avere maggiori strumenti di contrasto alla malattia. Questa legge oggi esiste e porta il mio nome.

Non lontano da Giugliano, a Napoli, scenderà in campo anche Luigi Di Maio. Che effetto le fa vedere il suo ex capo politico correre per un altro contenitore, Impegno civico, quotato attorno all’1 per cento?

Io non ho capito fin dall’inizio l’operazione di Di Maio e non so quale fosse l’obiettivo. E credo che non l’abbiano capito neanche gli elettori. Quando rinneghi te stesso la credibilità viene a cadere.

 

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