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Russia-Unione Europea, pronta la battaglia finale sul costo del gas

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Il 9 settembre, quando si riuniranno i ministri europei dell'Energia per trovare un piano comune
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Nella guerra non dichiarata e non combattuta armi in pugno tra occidente e Russia sta probabilmente per iniziare la battaglia decisiva. Negli ultimi giorni il prezzo del gas è sceso nonostante la chiusura di North Stream, il gasdotto russo. L’annuncio della chiusura aveva provocato nella settimana precedente un’impennata dei prezzi. La chiusura effettiva ha coinciso invece con un decorso opposto. Merito dell’annuncio di imminenti decisioni drastiche della Ue.

La presidente von der Leyen ne ha parlato apertamente. Il ministro dell’Economia tedesco si è affidato a un messaggio Whatsapp che naturalmente palazzo Chigi si è affrettato a far circolare. La data cerchiata in rosso è quella del 9 settembre, quando si riuniranno i ministri dell’Energia. Non sarà quello il giorno delle decisioni finali ma delle proposte su cui poi decidere probabilmente sì. Si tratta di un passaggio cruciale. Se la Ue non troverà un accordo sulle contromisure per fronteggiare la corsa dei prezzi si troverà di fronte a quel combinato di recessione e inflazione che è per definizione la temperie più temuta e più pericolosa. Le intenzioni sarebbero quelle di procedere sia sul tavolo del Price Cap, il tetto al prezzo del gas, che su quello del disaccoppiamento tra prezzo dell’energia e del gas. Neppure sui titoli c’è ancora vera unanimità, anche se il Whatsapp tedesco indica uno spostamento della Germania a favore del tetto molto importante e forse decisivo. Ma i titoli non sono tutto.

L’accordo andrà trovato sui dettagli, sulla trasformazione in scelte fattive di una definizione, Price Cap, che può voler dire cose piuttosto diverse. Se l’intesa non fosse raggiunta, l’effetto dell’annuncio sulla borsa del gas si capovolgerebbe e spingerebbe verso ulteriori rincari. L’altra incognita è la reazione della Russia. Si sa che sinora la Germania si era sempre opposta al Price Cap proprio per timore della replica, cioè della possibile sospensione sine die della fornitura di gas. Mosca arriva all’inverno in condizioni molto meno indebolite del previsto. Le esportazioni sono ovviamente calate in seguito alla diminuzione della domanda di gas da parte dei Paesi europei, però non nella misura auspicata.

La produzione di barili di gas è scesa ma nell’ordine delle centinaia di migliaia di barili al giorno, peraltro senza neppure raggiungere i 200mila barili in meno, mentre ci si attendeva un precipizio nell’ordine di milioni di barili in meno al giorno. Il punto critico è che la manovra che mirava a isolare la Russia non è riuscita. Fuori dai confini dell’occidente pochissimi hanno aderito alle sanzioni e tra quei pochi non ci sono giganti come Cina, India e Turchia che con i loro acquisti hanno coperto due terzi delle esportazioni mancate verso l’Europa. Questi, oltre tutto, erano i dati di luglio.

Ad agosto la tendenza si è invertita e per la prima volta dopo sette mesi la produzione russa è aumentata anziché diminuire. Esiste dunque la concreta possibilità che Mosca reagisca alle misure che adotterà l’Europa se non sospendendo del tutto le forniture di gas almeno esasperando la tattica delle sospensioni a singhiozzo che porta per definizione all’innalzamento dei prezzi. Complice la maggiore richiesta dovuta all’inverno, alcuni analisti e ceo paventano addirittura una quadruplicazione dei prezzi. Quasi tutti i Paesi europei si stanno preparando a un possibile razionamento non lontano dall’economia di guerra. L’Italia no. Draghi, Franco e Cingolani hanno optato per misure molto contenute: la diminuzione di un grado, sino a 19 c, e di un’ora del riscaldamento privato, la facoltà di diminuire volontariamente i metri cubi di gas per alcuni giorni nelle industrie. Forse il rinvio di 15 giorni dell’accensione dei termosifoni.

Il governo è convinto che possa bastare, grazie alla diversificazione nelle forniture, che ha dimezzato il gas russo necessario portandolo dal 40 al 20 per cento del fabbisogno, e grazie allo stoccaggio che, essendo già oltre l’ 80 per cento, si avvicina molto a quel 90 per cento di riserve al completo entro novembre preventivato dal piano del governo. Se le sorti della battaglia che sta per essere ingaggiata saranno favorevoli all’occidente le misure blande scelte dal governo italiano dovrebbero bastare. In caso contrario è quanto meno incerto.

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